Ho fame di giustizia ovvero l’arte del digiuno

La Quaresima è iniziata da pochi giorni e, non so se a te sia già capitato, ma io ho vissuto mercoledì scorso una scena ormai naturale, che arriva puntuale ogni anno. Stavo facendo un lavoro con un collega il quale nel giorno di Carnevale mi diceva che sarebbe andato a pranzo dalla nonna, pregustando tutte le pietanze preparate da una vera donna abruzzese! Il giorno dopo, il Mercoledì delle Ceneri, gli ho fatto la battuta: “Allora, cos’hai mangiato ieri a pranzo?”. Lui mi guarda e tergiversa un po’ rispondendomi: “Non so se tu voglia realmente saperlo, soprattutto oggi che è giorno di digiuno!”. Ridendo, gli dico: “Pensi che, dicendomelo, io cada in tentazione?”. Ci siamo fatti una risata e, stemperata quella parvenza di tensione, si è sciolto in un racconto dettagliato di tutte le pietanze assaporate.

Ho notato, in generale, che la Quaresima rappresenti una specie di tabù per molti, specialmente quando si parla di digiuno. Un tema assai spinoso sul quale spesso noi cristiani non siamo molto concordi e chiari: si passa dalle forme di fanatismo a quelle legate più alla tradizione che alla fede (come quelle persone che, a prescindere, il venerdì mangiano pesce, anche fuori dalla Quaresima, perché è peccato mangiare la carne). Io stesso ammetto di aver vissuto, nel corso degli anni, tutti gli stadi possibili ed immaginabili del digiuno, puntando sempre a togliermi qualcosa d’importante per “soffrire” e conformarmi a Cristo. Ma, nonostante gli sforzi, non progredivo nella fede, anzi diventavo la versione peggiore di me. Anche perché Gesù non ci ha prescritto una regola del perfetto cristiano penitente: il digiuno ha una bellezza profonda che va scoperta scrostando la superficie delle abitudini e non mettendoci addosso dei pesi ulteriori.

Facciamo un esempio: mettiamo caso che tu decida di andare in palestra per allenarti un po’ dopo il lavoro. Casomai lavori in un ufficio ed indosserai indumenti non adatti per fare gli squat. Ecco che, uscito da lavoro, ti cambi, ti spogli di tutto ciò che sia d’ostacolo alla tua attività ed indossi abiti più idonei, i quali non limitano la tua libertà di movimento ma anzi si prestano all’allenamento. Hai mai provato a fare le trazioni con la giacca e cravatta o a correre con i mocassini? Cos’è il digiuno se non un’occasione di spogliarsi di ciò che ci limita nella vita di tutti i giorni per prepararci verso qualcosa di più bello e dinamico, ma anche combattuto? Digiunare non vuol dire semplicemente non mangiare, non fumare le sigarette o non toccare i dolci: sono ottimi fioretti ma essi non sono il fine della nostra Quaresima, devono essere il principio o, per meglio dire, lo strumento che ci aiuti davvero ad essere conformi a Cristo.

Nel Vangelo di ieri (Mc 1, 12-15) si leggeva che Gesù, ricevuto il Battesimo, fosse stato spinto nel deserto dallo Spirito Santo e per quaranta giorni non toccò cibo, preparandosi alle tentazioni. T’immagini se Gesù andava nel rovente deserto portando con se zaini pieni di cibo a lunga scadenza, temendo di finire le scorte di cibo? Che senso avrebbe avuto il tutto? Gesù, vero Dio e vero uomo, ci ha lasciato l’esempio di chi si spoglia di tutto ed ingaggia la battaglia con il diavolo per rafforzare il proprio cuore e per prepararsi alla vita pubblica. Gesù ha sperimentato la fame, la sete, la stanchezza nei quaranta giorni ma si stava allenando per la battaglia. Si è spogliato di tutto perché sapeva che il suo cuore avesse fame e sete di giustizia, di verità. Il digiuno, dunque, non è una cosa che facciamo per noi stessi o, come spesso crediamo, per Dio. Il digiuno funziona quando, attraverso piccole privazioni, allarghiamo il nostro cuore al prossimo, guardando a Gesù.

Infatti, diceva Giovanni Crisostomo: “Astenersi dai vizi, questo è digiuno. Infatti l’astinenza dai cibi è dai noi accolta per questo, perché tenga a freno il vigore della carne. Chi digiuna, deve soprattutto frenare l’ira, essere formato alla dolcezza e alla moderazione, avere il cuore contrito, allontanare i pensieri della concupiscenza irrazionale, scacciare dall’animo ogni malizia verso il prossimo. Hai visto, mio caro, quale sia il vero digiuno? Digiuniamo così e non pensiamo grossolanamente, come i più, che il digiuno consista nel non toccare cibo fino a sera”.

Gesù mostra, con la sua vita, che il digiuno ovviamente ci pone davanti delle difficoltà ma, al tempo stesso, ci fa scoprire la radice di Dio seminata in noi stessi, soprattutto nel pieno delle tentazioni: il diavolo prima l’ha tentato sui bisogni primari ovvero il mangiare, andando dritto allo stomaco, poi ha innalzato la difficoltà colpendolo nella mente e prospettandogli un futuro di gloria e riconoscenza se si fosse sottomesso a lui. Infine, la battaglia si è spostata nel cuore e sul rapporto con Dio Padre. La Quaresima è anche un tempo di battaglia spirituale, se vissuta con fede e costanza, ma vediamo come il peccato sia così poco originale. Fare digiuno, allora, vuol dire prepararsi a combattere, spogliandosi degli abiti vecchi ed indossando gli abiti della “guerra”, sapendo che solo nella debolezza troveremo la forza di vincere una serie di resistenze.

Ma questa battaglia risulterà vana se non ci aprirà il cuore verso chi ci sta accanto come dice il profeta Isaia: “È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi è nudo?”

Allora amico mio che stai leggendo, cogli la bellezza del digiuno: combattere per il bene anche del fratello che ti sta accanto e che ha bisogno di liberazione. Ti auguro di sperimentare la buona battaglia e di vincerla guardando a Cristo!

Emanuele Giuseppe Di Nardo

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