San Tommaso: la gioia di esserci

Quello di oggi non è un articolo come tutti gli altri, almeno per me. Come capita spesso, su Parusia prendiamo spunto da esperienze fatte o da situazioni nelle quali ci siamo imbattuti per poi cercare di darne una visione più profonda, alla luce della fede. Ebbene ieri mattina uno di noi, Antonio, ha ricevuto il sacramento della Confermazione o, detto molto più semplicemente, la Cresima. È stato fantastico poter festeggiare con lui questo momento e condividerne il cammino, specialmente per me che sono stato scelto da lui come padrino. Vi condivido l’emozione che abbiamo provato mentre percorrevamo la navata della chiesa per andare dal vescovo che avrebbe unto la fronte d’Antonio con il crisma. In poche parole è stato un momento talmente forte e bello da averci fatto dire l’un l’altro: “grazie per esserci!”

Poi, tornato a casa dopo aver pranzato insieme a tutti i nostri amici, ecco che, ripensando anche all’omelia del vescovo e a tutto quanto ci eravamo detti in precedenza, ho ripensato alla figura di san Tommaso, la cui festa ricorreva proprio ieri. Noi lo ricordiamo per una frase che è entrata nel lessico quotidiano, usandola quando vogliamo esprimere un dubbio in merito ad un qualcosa: “se non vedo, non credo”. L’episodio da cui è tratta quest’espressione è riportata nel Vangelo di Giovanni:

24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20, 24-29).

Non ti nego che avrò letto questo passo del vangelo decine e decine di volte e, in tutti i casi, ho sempre pensato che Tommaso fosse il discepolo di poca fede, quello che non s’accontentava di credere ma voleva delle prove concrete. Un po’ come capita a noi nel nostro cammino di vita: affermiamo di credere in Dio ma stiamo lì sempre a chiedergli delle prove della sua presenza, a chiedergli favori o miracoli, testimonianze visibili. Un po’ come i primi amori adolescenziali nei quali non ci si accontenta di un “ti amo” ma vogliamo che l’altro lo dimostri continuamente con gesti e regali. Ma Tommaso non era un discepolo superficiale, uno di quelli che, di fronte alle difficoltà, fuggiva rinnegando tutto ciò in cui aveva creduto. In un altro passo del vangelo vediamo come Tommaso, in realtà, sia quasi l’apostolo che abbia la fede più grande di tutti. Ancora Giovanni ci riporta il racconto di quando Gesù, venuto a sapere della malattia di Lazzaro, prende la decisione di voler tornare in Giudea. Qui arriva il bello: mentre tutti gli altri discepoli mostrano perplessità, facendo capire chiaramente al maestro che lì avrebbe incontrato la propria morte, Gesù resta della sua idea. A questo punto Tommaso è l’unico a dire: “Andiamo a morire con lui!”. Tutti avevano paura della propria vita, Tommaso invece guarda solo a Cristo ed ha una fede cieca nella sua presenza.

Quindi, tornando a noi, come spiegare il fatto che l’apostolo volesse una prova concreta della risurrezione di Gesù: semplice, voleva esserci anche lui in quelle apparizioni. Tommaso era un grande amico di Gesù ed era triste per non aver avuto l’occasione di condividere, insieme agli altri, un momento speciale come quello della comparsa del proprio maestro. Forse sarà rimasto un po’ deluso, del tipo: “cavolo, tutti sono stati lì a festeggiare mentre io mi sono perso un momento che desidero da tempo!”. Ma Gesù conosceva il suo cuore e, senza dirgli nulla, gli fa una grande sorpresa. Appena tocca le ferite del costato e delle mani di Cristo, Tommaso fa esperienza ed è felice. Gesù non si era dimenticato di lui e lui finalmente poteva essere felice perché era lì, insieme agli altri.

Ieri, durante la messa, tutti noi ci siamo sentiti come Tommaso: eravamo al settimo cielo perché, attraverso Gesù, stavamo insieme a festeggiare Antonio ed il suo momento speciale. Ecco perché credo che nulla avvenga a caso e che il fatto che abbia ricevuto la cresima nel giorno di san Tommaso apostolo abbia un significato particolare: la fede è amicizia con Gesù, è stare lì accanto a Lui a condividere tutto, ad avere quella forza interiore di dire come Tommaso “andiamo a morire con Lui” ovvero “andiamo dove ci chiama e moriamo come un seme nel terreno il quale, solo dopo la sua morte, rende possibile l’esplosione del bocciolo e l’inizio della vita della pianta”. Ieri io ho sentito nel cuore la gioia vera per essere accanto ad Antonio e ai nostri amici presenti, la gioia di condividere la fede e la vita stessa, l’amicizia e la fratellanza. Oggi, allora, ti consiglio, se hai la possibilità, di sentire qualche tuo amico col quale condividi la fede e stare con lui o con lei in amicizia, trascorrere del tempo insieme e raccontandovi le vostre ultime. Ma la cosa più importante è chiamare Gesù amico, parlarci durante la giornata come se fosse il tuo migliore amico. Disturbalo, parlaci senza filtri, Tommaso addirittura ha detto che voleva toccarlo con mano per essere sicuro. Anche tu, chiedi la grazia di “poterlo vedere e toccare” nelle situazioni della tua vita. Non resterai deluso!

Emanuele Di Nardo 

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