Coscienza, fede e umorismo: la storia di Sir Thomas More
Un ottimo lavoro, un incarico che dà potere, una bella famiglia, la passione per la letteratura e la natura, un’esistenza agiata e con tutti i comfort che si possano desiderare… Insomma, una gran bella vita, apparentemente non manca proprio nulla.
Ma se il “capo” chiede di dare l’assenso a qualcosa che urta la coscienza, come si reagisce?
Una situazione che forse anche tu che leggi hai affrontato qualche volta, a lavoro o nelle amicizie o in famiglia: fare un favore, anche piccolo, che però urta la nostra sensibilità, la nostra coscienza, e ci mette in difficoltà. Perché, anche se i beni materiali sembrano darci tutto, quando è interrogata la parte più profonda di noi tutto vacilla, tutto è messo in discussione, e i beni che ci sembravano l’assoluto scoloriscono, e si mettono decisamente in secondo piano. Cosa fare, in tal caso?
Questo quesito apparve nella mente e nel cuore di Sir Thomas More, Lord Cancelliere al servizio del re d’Inghilterra Enrico VIII.
Siamo negli anni Trenta del 1500, alla corte di una delle potenze mondiali più importanti, e il mondo sta cambiando rapidamente. Circa quaranta anni prima quelli che sembravano i confini del mondo conosciuto si erano decisamente ampliati, grazie alla scoperta di un nuovo continente al di là delle “Colonne d’Ercole”; una decina di anni prima, inoltre, l’Europa e la sua fede erano state divise dalle tesi di un monaco agostiniano, Martin Lutero, che aveva cominciato con il contestare alcuni punti del cattolicesimo ed aveva finito con il fondare una “nuova chiesa”, una chiesa riformata, a suo parere, l’autentica chiesa voluta da Gesù.
Le scoperte geografiche, lo scisma all’interno del Cristianesimo: eventi così importanti da essere considerati dagli storici il passaggio da un’epoca, quella medievale, ad un’altra, quella moderna.
In questo scenario, il già citato Enrico VIII non aveva ancora un erede maschio e per questo prese la decisione di divorziare da sua moglie per sposarne un’altra: questa la situazione in cui il nostro Sir Thomas si venne a trovare.
Nel mondo neanche troppo velatamente maschilista dell’Inghilterra dell’epoca, un regno retto da una donna era considerato non tollerabile, ma le nozze di Enrico con Caterina d’Aragona avevano dato come frutto, oltre ad alcune gravidanze non andate a buon fine, solo una figlia femmina, Maria. Il re, dunque, cominciò a pensare che fosse la moglie la causa di questa “sciagura”, e chiese al papa l’annullamento del matrimonio per poter sposare una dama, Anna Bolena, da cui il re sperava di avere il tanto sospirato erede.
Enrico, che solo pochi anni prima era stato nominato “Difensore della fede” proprio dal Papa per la difesa del cattolicesimo dagli errori luterani, aveva infatti bisogno del permesso papale: non si poteva, in quella specifica materia, agire in maniera autonoma
Il Papa rispose negativamente a questa richiesta, non essendoci i presupposti per dichiarare nullo quel matrimonio[1]: questo diniego, però, non fermò il re, che si autonominò capo della chiesa inglese, dando vita alla Chiesa Anglicana, indipendente da Roma e dal Papa, e sciogliendo il matrimonio con la regina Caterina, cui fece seguito l’unione con Anna Bolena, la nuova regina.
Un tale terremoto non poteva essere circoscritto al solo ambito politico: l’approvazione delle seconde nozze del re e la creazione di “un’altra chiesa” era una questione che coinvolgeva anche l’aspetto spirituale, la coscienza dei singoli. Sir Thomas More, da cancelliere del re, avrebbe dovuto dare l’assenso al volere del sovrano, mettendo al sicuro la propria posizione e, in ultima analisi, anche la propria vita.
Ma Tommaso non fece questo, lui si oppose: non essendoci motivi reali per dichiarare nulle le nozze di Enrico e Caterina, non era possibile avallare i desideri del re. Pur essendo ben consapevole del rischio che comportava opporsi al volere del capo della nazione, a cui doveva fedeltà in virtù della sua posizione e del suo rango di suddito, lui disse no.
La coscienza e la fede, valori che Tommaso non voleva rinnegare, lo spinsero a non giurare in favore del re: questo provocò il suo arresto e, dopo 14 mesi trascorsi in isolamento nella torre di Londra, la decapitazione.
Tommaso aveva una posizione sociale ottima ed una famiglia che amava: non prese la decisione di andare contro il sovrano a cuor leggero: in una lettera, scritta a sua figlia Margaret nel periodo della prigionia, scrisse: “Sapessi, Margaret, quante e quante notti insonni ho trascorse, mentre mia moglie dormiva o credeva che fossi anch’io addormentato, a passare in rassegna tutti i pericoli cui potevo andare incontro: spingendomi così lontano con l’immaginazione che ti assicuro che non può accadermi niente di più grave. E mentre ci pensavo, figlia mia, sentivo l’animo oppresso dall’angoscia. E tuttavia ringrazio Dio che, nonostante tutto, non ho mai pensato di venire meno al mio proposito, anche se fosse dovuto accadermi il peggio che andava raffigurandomi la mia paura.”
Un uomo che ringrazia Dio di aver seguito la sua coscienza, pur consapevole che questo avrebbe provocato la sua morte. Agli occhi di una qualsiasi persona questo può apparire come una follia: non è però follia per chi, al di sopra del benessere materiale e della sua stessa vita, pone la fedeltà a Dio, alla propria fede e alla propria coscienza, forgiata dalla fede e non disponibile a compromessi al ribasso.
Colui che poi la Chiesa Cattolica avrebbe dichiarato santo nel 1935 e patrono dei politici nel 2000 aveva anche una buona dose di umorismo: fu lui, infatti, a comporre la “Preghiera del buon umore”[2], citata peraltro da Papa Francesco in tempi recenti[3], e sempre lui a scherzare con il boia che, sul patibolo, lo avrebbe ucciso: le fonti ci dicono che quando il boia gli si avvicinò per chiedergli perdono, lo baciò affettuosamente e gli mise in mano una moneta d’oro. Poi gli disse: “Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere. Solo sta’ attento: il mio collo è corto, vedi di non sbagliare il colpo. Ne andrebbe della tua riputazione“. Non si lasciò legare. Da sé si bendò gli occhi con uno straccetto che s’era portato appresso. Quindi, senza fretta, si coricò lungo disteso, appoggiando il collo sul ceppo, che era molto basso. Inaspettatamente si rialzò con un sorriso sul labbro, raccolse con una mano la barba e se la collocò di lato celiando: “Questa per lo meno non ha commesso alcun tradimento“.
Il buon umore anche lì, in quel momento drammatico: segno di un cuore pronto, che non si lascia spaventare dalla morte ma che la accetta in vista di qualcosa di più grande.
Alla luce di questa storia possiamo riflettere: cosa faccio io quando mi trovo di fronte a qualcosa che la mia coscienza non approva? Come reagisco alle pressioni del mondo, che vorrebbe spingermi ad accettare anche qualcosa che non mi convince in pieno? Riesco a rimanere fedele a me stesso, ai miei ideali e ai miei valori? O cedo, per paura, debolezza o per mantenere beni o amicizie?
La storia di San Tommaso Moro, uomo di preghiera oltre che di stato, ci insegna anche che non possiamo resistere da soli: la forza viene dall’alto, ed è ad essa che dobbiamo guardare, se vogliamo rimanere fedeli a Dio sempre, in ogni ambito della nostra vita.
Perdere tutto per non perdere il Tutto: questo, in sintesi, l’insegnamento di questo santo inglese, attuale anche ora, in un’epoca in cui le coscienze e i cuori vengono spesso posti di fronte a tematiche spigolose.
Francesco Simone
[1] Nel diritto canonico non c’è la possibilità di “annullare” un matrimonio: si parla solo di matrimonio “nullo”: il matrimonio, cioè, o esiste o non esiste, fin dal momento in cui viene celebrato. Se considerato valido al momento delle nozze, non si può “annullare”.
[2] https://www.preghiamo.org/preghiera-buonumore-san-tomaso-moro-gioia.php.
[3] https://www.tgcom24.mediaset.it/politica/foto/ecco-la-preghiera-del-buonumore-che-papa-francesco-recita-ogni-sera_45418574-202202k.shtml.
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