Ho perso la pazienza…
Ieri mattina ho incontrato un caro amico con il quale non uscivo da tanto tempo e, cogliendo l’occasione della bella giornata, abbiamo fatto una passeggiata in città. Non vedendoci da tanto, ci siamo aggiornati sugli sviluppi delle nostre vite e abbiamo condiviso tante cose. Ad un certo punto è emerso un tema: come affrontare alcune sfide che ci si prospettano ogni giorno, senza perdere la pazienza? Domanda da un milione di dollari dirai tu! È la stessa cosa che ho pensato io. È durissima provare a vivere “bene” nel mondo senza uscirne quanto meno irritati dal modo brusco di chi ci sta accanto o dalle ingiustizie che spesso ci toccano in prima persona. Come la scorsa settimana, oggi voglio chiamare in causa ancora san Cipriano di Cartagine, un uomo di rara profondità spirituale ma anche d’incredibile pragmatismo nelle soluzioni concrete. Lo stesso vescovo africano dedicò un’intera opera su questo tema, dal titolo De bono patientia.
Nel capitolo 12, Cipriano, rivolgendosi ai cristiani vessati da persecuzioni, derisioni quotidiane e litigi interni alla comunità, scrive: “La pazienza ci è maggiormente necessaria perché, oltre che a sostenere le diverse e continue lotte contro le tentazioni, siamo pure costretti nel combattimento scatenato dalle persecuzioni ad abbandonare i nostri beni, a sopportare il carcere, a portare le catene, a sacrificare la nostra vita, a subire la decapitazione, oppure ad essere gettati alle bestie, o bruciati vivi, o messi in croce: insomma dobbiamo sopportare ogni genere di tormenti e di pene nella fede e con la virtù della pazienza. Ce lo dice lo stesso Signore: «Vi ho detto questo perché abbiate la pace in me; nel mondo avrete tribolazioni: abbiate fede, perché ho vinto il mondo». Se dunque noi che abbiamo rinunciato al diavolo e al mondo dobbiamo soffrire con più frequenza e con maggior violenza per le tribolazioni e gli attacchi da parte del diavolo e del mondo, tanto più dobbiamo conservare la pazienza per sopportare tutte le difficoltà con l’aiuto e il sostegno di Dio”.
È facile dirsi cristiani ma è molto più complicato esserlo. Ma Cipriano, da vescovo, non vuole rimproverare e denigrare tutti quei “falsi devoti” che affollavano le chiese e poi ne facevano di tutti i colori. Come un padre, invita a guardare a Gesù, a sollevare lo sguardo quando dentro di noi diciamo: “Sto perdendo la pazienza…”. Ma come fare per evitare questo? La risposta la troviamo poco più avanti, nel capitolo 15:
“La carità è ciò che lega la comunità dei fratelli, è il fondamento della pace; la carità salda e fonda l’unità, è superiore alla speranza e alla fede, precede le buone opere e il martirio. La carità rimarrà sempre con noi senza venir meno nel regno dei cieli. Ma se la privi della pazienza, essa isolata non sopravvive. Se le sottrai la forza che la fa star salda e le dona resistenza, la carità non può sopravvivere perché non ha più radici e linfa. L’Apostolo, parlando della carità, l’ha unita alla sopportazione e alla pazienza. Dice: «La carità è paziente, è benigna, non porta invidia, non si gonfia di orgoglio, non si irrita, non pensa a far male, ama tutto, crede a tutto, spera tutto, sopporta tutto» (1 Cor. 13,4). L’Apostolo dice che la carità può perseverare con tenacia, perché sa sopportare tutto. In un altro passo afferma: «Aiutatevi l’un l’altro nella carità, facendo tutto ciò che potete nel conservare l’unità dei vostri sentimenti nella comunione della pace» (Efesini 4,2). E dimostrò che tanto l’unità quanto la pace non si possono conservare, se i fratelli non si scambiano una reciproca tolleranza, se non custodiscono il vincolo della concordia mediante l’aiuto della pazienza”.
Per amare occorre pazientare e per avere pazienza bisogna amare la prova. La pazienza noi la vediamo sempre come un qualcosa che abbiamo e che facilmente rischiamo di perdere. Ma la vera pazienza non è un oggetto o una qualità: la pazienza è uno stato d’animo, è una preghiera. Pazientare vuol dire attendere che accada ciò che ci salvi. Se vai in un ospedale, nelle camere non ci sono i malati ma i “pazienti”. Il malato attende pazientemente il medico che lo curi e lo faccia stare meglio. Con Gesù è la stessa cosa: il cristiano lo attende, lo aspetta ogni giorno nella sua quotidianità per salvarlo. Ma t’immagini se Gesù ti rispondesse subito, al primo squillo? Presto o tardi lo daresti quasi per scontato. Invece quant’è bello, mentre il telefono squilla, aspettare che l’altro ti risponda? Abbiamo sicuramente perso il senso dell’attesa, la virtù della pazienza in questo tempo: con un click, tutto è in un carrello virtuale e il giorno dopo è arrivato a casa tua comodamente, senza affanni. Invece l’attesa è ciò che contribuisce ad aumentare il desiderio. Quando la sera sai che uscirai con una ragazza che ti piace, organizzi nei minimi particolari per far sì che tutto riesca bene: dalla mattina attendi quel momento, non vedi l’ora che arrivino le otto per andare a prenderla. Invece, dopo un po’, se dai tutto per scontato o se non pazienti, ogni cosa diventa insipida.
Come tutte le grazie, anche la pazienza viene da Dio e, in quanto dono, possiamo chiederla ogni giorno. Concretamente in questo tempo, alla luce anche del digiuno visto nel vangelo di ieri, puoi coltivare la pazienza, ma quella santa e benedetta: se non vedi nulla di buono accanto a te, se tutto va male, inizia a chiedere guarigione al tuo cuore, sii un paziente che si rivolge a Gesù. Lui stesso ha detto di essere venuto per i malati, non per i sani. Tutti noi siamo bisognosi d’amore. Attenti, non temere l’attesa, non temere se non vedi i frutti subito. Non aspettare che siano gli altri a cambiare. Sii tu il cambiamento che desideri. Come consiglio, oggi t’invito a scegliere una persona o una situazione particolare per la quale praticare la pazienza: con gli occhi della carità, vedrai in modo diverso. Con la fede in Dio, seppur con un po’ di sofferenza all’inizio, vedrai miracoli. Attendi, ciò che desideri si sta per compiere.
Emanuele Di Nardo
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