Fede e spiritualità: sinonimi o contrari?

L’altro giorno ero in macchina con un mio amico e stavamo facendo ritorno a Chieti quando, ad un certo punto, abbiamo iniziato a condividere un po’ le nostre esperienze “spirituali” prima di conoscere Gesù. Lui mi raccontava di essersi iscritto a Scienze Motorie proprio perché, durante l’ultimo anno delle superiori, aveva incontrato un professore che gli aveva parlato di Buddha e dei benefici anche fisici che conseguono alle pratiche indicate dal buddhismo. Mi confidava che fosse alla ricerca di qualcosa che desse un senso alla sua vita e che, solo dopo aver fatto esperienza di fede cristiana, sia riuscito a sbloccarsi definitivamente.

Il punto non è fare la classifica dei movimenti religiosi sparsi nel mondo al fine di premiare la “miglior religione 2021”. Però è importante focalizzarci su un aspetto che forse ogni tanto ci sfugge: fede e spiritualità non sono sempre sinonimi interscambiabili. Oggi la Chiesa festeggia sant’Antonio Maria Zaccaria, fondatore dell’Ordine dei Chierici regolari di san Paolo, meglio conosciuti come Barnabiti. Ci troviamo nel 1533, nel nord Italia invaso dalla dottrina luterana che, dopo essere scoppiata in Germania nel 1517, rapidamente si è diffusa in Europa, complice anche una Chiesa incapace di dare risposte di fede a quanti s’interrogavano opportunamente. Le eresie che dilagavano in quel periodo spesso battevano sullo stesso punto: per salvarsi non occorrono le opere ma basta la fede; tutti possono raggiungere uno stato di “perfezione” anche senza riconoscere la validità di tutti i Sacramenti; un laico, in virtù del sacerdozio universale, poteva fare a meno di un prete nella cura della propria anima. Forse il mio è un riassunto stringato che non tiene conto delle tante sfumature ma ciò che c’interessa è constatare quanto il pericolo dei movimenti “spirituali ed introspettivi” fosse dietro l’angolo, allora come oggi.

Curare una propria spiritualità può essere una cosa ottima ma poi spacciarla per fede, cristiana soprattutto, genera disorientamento ed errore. Ecco perché contestualmente ai fermenti scismatici, nel primo Cinquecento iniziarono a nascere “dal basso” alcune realtà che volevano appagare le domande esistenziali dei fedeli riportandole nel solco dell’ortodossia. Movimenti come i gesuiti con Ignazio di Loyola, i somaschi, i teatini fondati dal vescovo di Chieti Gian Pietro Carafa e, ovviamente, anche i barnabiti. Queste compagnie di chierici regolari lavorarono alacremente per far capire quanto fosse importante trovare risposte ponendosi però le domande giuste. Solo così tutto assumeva un valore diverso. Credere in Dio non era più un semplice insieme di preghiere senza valore ma significava dare un sapore speciale alla vita di tutti i giorni. Credere adesso non vuol dire scavare nel profondo del proprio animo al fine di cercare quella sorgente di ottimismo e pace. Credere davvero è uscire da se stessi, alzare lo sguardo al cielo e lasciarsi plasmare dal “fattore verticale”, sperimentare l’essere figli di Dio, avere un Padre che si prende cura di noi.

Oggi t’invito a prenderti cinque minuti e a meditare su questo passo del Vangelo di Matteo (Mt 11,25-30): In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»”. Guarda a Gesù che loda Dio Padre perché ha permesso ai suoi amici di riconoscerlo come Dio, senza aver avuto guru o maestri che li abbiano indottrinati facendoli studiare su libri o facendogli fare pratiche ascetiche. I discepoli, dopo aver fatto delle missioni a due a due, facendo esperienza diretta, si rendono conto che la salvezza non si trovava in loro stessi, che non potevano raggiungere alcuna perfezione se continuavano a guardare ai propri meriti e limiti. I discepoli maturano quando escono dal loro io e si rendono conto che la fede non sia una semplice filosofia di vita da applicare per stare bene ma che sia una testimonianza per elargire benedizioni a chi incontravano sul proprio cammino.

Oggi prova ad uscire da te stesso, a individuare una persona a te vicina con la quale puoi parlare liberamente. Prova a farle del bene, a farla sentire importante. Senza paroloni o sermoni pesanti ma con la tua semplice presenza sarai testimone di quanto tu ti possa arricchire spiritualmente annunciando Cristo al tuo prossimo!

Emanuele Di Nardo

One response

  1. Ciao, Emanuele, è da un po’ che non ci sentiamo ,ma anche se da un po’ di tempo non ho commentato i tuoi articoli, questo non significa che non ti segua Leggo sempre con piacere i tuoi approfondimenti e quelli dei tuoi amici.Ogni volta mi stupite con le vostre belle parole:sono cariche di sentimenti buoni e dimostrano quanto forte sia la vostra fede.Vorrei essere anch’io come voi: la mia a volte mi sembra un po’ vacillante.Spesso siete voi a darmi forza e coraggio ,per questo vi seguo sempre e con affetto. Grazie ancora per il tuo e il vostro esempio A presto

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