Da Socrate a Gesù: insegnante, maestro e Dio

Un uomo che ha messo in crisi la società nella quale viveva con i suoi insegnamenti rivoluzionari, una figura carismatica che ha attirato su di sé l’interesse di tante persone, soprattutto giovani, un pensatore che ha spronato gli uomini a guardare oltre le apparenze e a interrogarsi su cose profonde, un leader ritenuto pericoloso a livello politico al punto da essere messo a morte “ingiustamente”. Dopo aver letto queste poche righe, secondo te a chi mi sto riferendo? Lo so, starai pensando tra te e te: “Che domanda è, ovviamente si parla di Gesù, questa è una descrizione perfetta della sua vita”. In realtà stavo pensando a Socrate, il filosofo ateniese del V secolo e protagonista di una vita a tratti iconica. 

Sembra paradossale ma la vita, gli insegnamenti e l’eredità di Socrate e Gesù per ampi tratti sono simili se non addirittura identici. Forse penserai che si tratti di un paragone pazzesco o inutile perché cosa avrebbero in comune il filosofo greco ed il Figlio di Dio? Tutto e niente. La mia risposta ha un vago sapore socratico (“so di non sapere” cit.) ma fidati perché, andando nel profondo, proprio attraverso le loro analogie, siamo in grado di coglierne le specificità. Fondamentalmente possiamo riscontrare quattro punti di contatto che hanno spinto molti ricercatori, nel corso dei secoli, a creare un legame stretto tra i due, sebbene vissuti in epoche e contesti diversi: 

  • Dialettica: prima di tutto, come detto prima, sia Gesù sia Socrate introducono qualcosa d’innovativo nelle rispettive società. Mentre Socrate sposta l’orizzonte della filosofia dalla natura all’uomo e ai suoi problemi (religiosi, politici), anche Gesù è rivoluzionario in questo senso “portando a compimento la Legge” e mettendo al centro il rapporto diretto tra Dio e uomo in tutta la sua completezza. Quindi entrambi usano un linguaggio diverso, innovativo e diretto.
  • Eredità scritta: nessuno dei due personaggi lascia nulla di scritto, i loro gesti ci sono stati narrati da altri scrittori. Grazie ai dialoghi Platonici conosciamo quella che è stata la vita di Socrate, dalle sue abitudini alle accuse che lo porteranno in tribunale e alla morte; mentre i Vangeli, sia canonici che apocrifi ci narrano la vita di Gesù.
  • Morte: entrambi sono stati condannati a morte per motivi principalmente politici ma, soprattutto, nonostante una fine ingiusta, affrontano la morte senza paura. Lo stesso Platone, nell’Apologia, racconta come Socrate abbia affrontato la “fine” con grande fiducia nella vita ultraterrena. Di Gesù, non ne stiamo nemmeno a parlare!
  • Rispetto della Legge: sia Socrate che Gesù invitano l’uomo al rispetto delle leggi terrene. Socrate non fugge la propria morte per non tradire le leggi (come raccontato nel Critone). Gesù invita l’uomo a seguire la legge e la giustizia terrena avendo fede nella giustizia divina infallibile.

Socrate ha basato il suo impianto filosofico sulla “maieutica” ovvero su un metodo dialettico d’indagine filosofica fondata essenzialmente sul dialogo. Infatti, questo termine ricorda l’atto della nascita grazie ad un’ostetrica che preleva dal grembo femminile il neonato. Quindi fa “nascere la verità”, fa emergere. Così Socrate voleva “tirar fuori” dai suoi allievi pensieri assolutamente personali, spronandoli a pensare con la propria testa e a non lasciarsi sopraffare da quanti volevano imporre loro il proprio pensiero ricorrendo all’arte retorica e alla persuasione. Pertanto, una sorta di metodo educativo finalizzato alla maturazione dell’allievo. 

Se ci pensiamo bene, è la stessa battaglia che ha combattuto Gesù contro gli scribi e i farisei, i quali si limitavano a imporre una dottrina piena di precetti che nessun uomo avrebbe potuto osservare. Gesù più volte li definisce ipocriti, proprio perché, come i sofisti criticati da Socrate, volevano imporre il loro pensiero e la loro bravura nell’osservare precetti, che, senza l’amore, altro non sono che sterili regole. L’obiettivo di Gesù invece, non è mai stato quello di imporre regole, ma anche Lui adottava un metodo maieutico, tirando fuori la vera identità della persona che aveva di fronte. Da qui possiamo imparare una prima grande lezione, la differenza tra un insegnante e un maestro. Il primo, infatti, come i sofisti, gli scribi e i farisei, si limita a passare nozioni, concetti che a volte possono essere sterili e fini a sé stessi, altre volte possono essere regole troppo difficili da seguire. Il vero maestro invece è colui che offre un esempio, un modello e un’ispirazione. Un maestro non è colui che ripete conoscenze, ma colui che trasmette un messaggio, che ispira una condotta diversa, che con la sua vita è testimonianza di qualcosa di più. 

Oggi ci troviamo in un mondo pieno di influencer, di persone che vogliono insegnare agli altri come vivere e farsi modello degli altri. Siamo pieni di istruzioni da seguire per essere come qualcuno. Ma un vero maestro è colui che ti aiuta a essere te stesso. Allora ecco una prima domanda che siamo chiamati a farci: io chi sto seguendo? Chi è il mio maestro? È qualcuno che vuole rendermi come lui, o qualcuno che vuole aiutarmi a essere la versione più piena di me?

Ma quindi il caso è risolto? Gesù semplicemente è stato un uomo che s’è ispirato al messaggio socratico mandando in crisi il sistema di valori del mondo giudaico e offrendo agli uomini una via di salvezza simile a quella del filosofo ateniese? Qui viene il bello.

C.S. Lewis, che molti di noi conosceranno come l’autore delle cronache di Narnia, scrisse: «Sto cercando di impedire che qualcuno dica del Cristo quella sciocchezza che spesso si sente ripetere: “Sono pronto ad accettare Gesù come un grande maestro di morale, ma non accetto la sua pretesa di essere Dio”. Questa è proprio l’unica cosa che non dobbiamo dire: un uomo che fosse soltanto un uomo e che dicesse le cose che disse Gesù non sarebbe certo un grande maestro di morale, ma un pazzo – allo stesso livello del pazzo che dice di essere un uovo in camicia – oppure sarebbe il Diavolo.» (C.S. Lewis, 1952)[1]

Pur condividendo un metodo a tratti molto simile, Socrate e Gesù hanno una differenza alla radice. 

Il celebre motto socratico (“so di non sapere”) portava all’estremo paradosso tale impianto filosofico perché tutto rischia di diventare relativo. L’uomo tende per sua natura ad aggrapparsi alle sue idee, fonte di sicurezza per la sua vita. Tutti noi abbiamo bisogno di certezze, per cui Socrate si pone come colui che vuole rendere le nostre certezze salde, basate sulla nostra verità. Socrate si pone senz’altro come un modello di condotta, come un grande maestro che vuol tirare fuori il meglio dai suoi allievi. Il messaggio di Cristo invece è completamente diverso: sebbene cerchi di mettere in “crisi” l’individuo, ponendogli domande esistenziali forti che richiedono risposte sincere, dall’altra parte Gesù ha tracciato la via, egli stesso è “la Via, la Verità e la Vita”, colui che è venuto a portare “vita in abbondanza”, quella “fonte d’acqua viva inestinguibile”. Cosa vuol dire, in pratica, tutto ciò?

Che Cristo non è un semplice modello di vita, perché la stessa rivoluzione che ci chiede di operare nella nostra vita, è Lui stesso ad operarla in noi. Cristo si trova oltre il limite dell’uomo, perché chiunque può insegnarci qualcosa, pochi possono essere i nostri maestri, ma solo Cristo può trasformarci in creature nuove.

Ecco come tutto prende una svolta decisiva. Socrate prova a “smontare” l’allievo dandogli la libertà di ricostruirsi da solo con le proprie idee, Gesù “raccoglie” l’uomo vecchio e l’accompagna lungo il cammino della vita verso mete altissime e mozzafiato. 

Concludendo con le parole di Lewis: «Dovete fare la vostra scelta: o quest’uomo era, ed è, il Figlio di Dio, oppure era un matto o qualcosa di peggio. Potete rinchiuderlo come un pazzo, potete sputargli addosso e ucciderlo come un demonio, oppure potete cadere ai suoi piedi e chiamarlo Signore e Dio. Ma non tiriamo fuori nessuna condiscendente assurdità come la definizione di grande uomo, grande maestro. Egli ha escluso la possibilità di questa definizione – e lo ha fatto di proposito.»[2](C.S. Lewis, 1952)

Emanuele Di Nardo – Antonio Pio Facchino


[1] C.S. Lewis (1952). Scusi, qual è il suo Dio?

[2] C.S. Lewis (1952). Scusi, qual è il suo Dio? 

One response

  1. Grazie ragazzi per il vostro articolo, pieno di spunti di riflessione. Oserei definirlo ‘’diretto”per chi ha “orecchi per intendere” e cuore pronto ad accogliere Perchè concordo con quanto detto soprattutto in queste righe: “Dovete fare la vostra scelta: o quest’uomo era, ed è, il Figlio di Dio, oppure era un matto o qualcosa di peggio. Potete rinchiuderlo come un pazzo, potete sputargli addosso e ucciderlo come un demonio, oppure potete cadere ai suoi piedi e chiamarlo Signore e Dio. Ma non tiriamo fuori nessuna condiscendente assurdità come la definizione di grande uomo, grande maestro. Egli ha escluso la possibilità di questa definizione – e lo ha fatto di proposito.»[2](C.S. Lewis, 1952) In Gesù o si crede o non si crede. È, a mio avviso, inutile cercare aggettivi per definirlo.
    “Un maestro non è colui che ripete conoscenze, ma colui che trasmette un messaggio, che ispira una condotta diversa, che con la sua vita è testimonianza di qualcosa di più. “ Anche io sono una “maestra ” di scuola elementare…si, perché alle elementari ci si avvale del titolo di “maestra”. Ma l’augurio che mi faccio è quello di essere, come maestra, testimone di “qualcosa di più “, di ispirare una condotta diversa, e non banalmente di limitarmi a tramandare concetti e convinzioni ai miei alunni, perché questi, se sono fini a se stessi, lasciano il vuoto. Magari potrò formare alunni colti, ma non alunni liberi di pensare e di agire. E questa forza può venire solo dal più grande dei Maestri: Gesù.
    Grazie di cuore

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