Dantedì: la giornata del poeta che raggiunse il Cielo

Il 25 marzo del 2020, su iniziativa del governo, si è celebrato in Italia il primo Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri. La ricorrenza, a cadenza annuale, è resa quest’anno ancor più significativa dalla coincidenza con il settimo centenario dalla morte del Sommo Poeta, morto nel settembre del 1321 in esilio. Ma cosa può dire a noi, sette secoli dopo e nel pieno di una pandemia, il poeta fiorentino?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”/ “galeotto fu il libro e chi lo scrisse…”/ “Ahi serva Italia, di dolore ostello,…”/ “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Sono solo alcuni dei versi più celebri della Divina Commedia, opera con cui tutti abbiamo fatto i conti a scuola. Odiata o amata, è nostro patrimonio, la sentiamo nostra e possiamo andarne fieri. L’analisi scolastica si limita molto spesso alla critica testuale, spesso sfiorando ma non penetrando il mistero che si cela dietro a quelle tre cantiche e a quelle migliaia di versi. Il mistero di un uomo, Dante, che, giunto al culmine della sua vita, e avendo già tutto, sente irrefrenabile il desiderio di conoscere più da vicino un Altro, di elevarsi dalle cose materiali per arrivare lì dove l’uomo è per natura e vocazione chiamato ad arrivare: al Cielo. 

Cercare di condensare la figura di Dante in poche righe è impresa assolutamente impossibile; la genialità e la molteplicità di interessi di questo nostro illustre connazionale sono talmente vasti da scoraggiare qualsiasi tentativo di sintesi. Poeta, soldato, politico, marito, padre, studioso, padre della lingua italiana e, nell’ultima parte della sua vita, anche esule. Dante è stato tutto questo. Ma è stato anche un uomo di fede. Uomo di azione e di contemplazione. Uomo che ha messo il suo sapere, davvero sterminato, al servizio della Verità, per ricercarla prima e per cantarla poi, mostrando all’uomo la sua unicità, la sua grandezza ma anche la sua fragilità, le sue contraddizioni. Il regalo all’umanità che Dante ha fatto, donandoci la Commedia (l’aggettivo “divina” sarà aggiunto in seguito) è straordinario, perché in una sola opera ha condensato tutto l’uomo, tutta la storia terrena ed ultraterrena. Aprendo l’opera è impossibile non trovare qualcosa di noi: la selva oscura, simbolo di smarrimento esistenziale, le fiere, simbolo delle nostre paure e tentazioni, i peccati, il desiderio di purificazione, il “sogno santo”di vedere Dio. La Divina Commedia è come un grande specchio in cui ognuno può guardarsi e trovare qualcosa di sé. Dante ha messo tutto il suo cuore, tutta la ricerca di una vita, tutto se stesso in quest’opera. Ci ha mostrato se stesso senza veli, senza maschere. Ci ha ricordato quanto siamo fragili, quanto possiamo essere volubili, quanto male possiamo fare senza neanche rendercene conto, ma ci ha anche mostrato la gloria verso la quale siamo chiamati a camminare. 

Questo è un primo grande insegnamento per noi, spesso immersi nelle nostre vite così tanto piene di impegni ma a volte vuote di spazi di riflessione, di spazi per noi: io, tu, tutti, siamo fatti per il Cielo. Non importa quanto sia oscura la selva in cui ci troviamo, o quanto grandi siano le nostre colpe. Possiamo sempre aspirare ad uscire “a riveder le stelle”. Perché noi siamo fatti per essere in alto, molto in alto. Il Paradiso è forse la cantica meno trattata, per ragioni varie, ma è quella in cui possiamo vedere dei modelli di uomini e donne di successo: uomini e donne che hanno messo la loro vita, nelle varie vocazioni, a servizio del bene, a servizio del Regno dei Cieli. Conoscere bene gli ignavi, Paolo e Francesca o il Conte Ugolino non ci deve bastare, perché noi non siamo fatti per fermarci al buio dell’inferno, ma siamo fatti per godere della luce del Cielo.

Un’altra caratteristica del Dante ultraterreno è la ricerca continua, spasmodica, della verità: Dante chiede, chiede sempre. E così può conoscere. Chiede spiegazioni a Virgilio, chiede ai peccatori all’inferno di raccontare le loro storie, fa domande di teologia, fa domande su qualsiasi cosa egli non capisca. Non si accontenta. Tante volte a noi bastano risposte preconfezionate, modi di dire o pensieri comuni. Dante fa il contrario: è così assetato della verità che non può fare altro che chiedere, perché non gli bastano spiegazioni o visioni superficiali, vuole sempre di più. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, farà dire ad Ulisse. 

Questa è un’altra grande lezione per noi, “generazione Wikipedia” (strumento validissimo, per altro): siamo un oceano, non accontentiamoci di poche gocce d’acqua; non accontentiamoci del “così fan tutti” o “si è sempre fatto così” o “tutti la pensano così”. Non accontentiamoci di stare in superficie, ma andiamo nel profondo delle cose. Perché solo nella profondità delle cose troveremo la nostra vera essenza: in relazioni vere, nel dare tutto noi stessi per una causa, nel mettere a frutto i nostri doni e talenti, nel comprendere maggiormente la realtà circostante. Dante ha successo nel suo viaggio perché mette tutto se stesso, vuole arrivare in alto, vuole andare lontano. Non si accontenta. Nelle sue molteplici opere, ed anche nelle sue scelte di vita, ha sempre inseguito la verità, ha lottato per essa, e per essa è stato anche disposto ad accettare l’esilio da una città che, ingiustamente, lo aveva accusato. È rimasto sempre fedele alla verità, anche se questo ha voluto dire scontrarsi con i potenti dell’epoca o abbandonare la propria città. 

A tutto questo si somma un ulteriore aspetto: quello del peccato. L’Inferno, la cantica che forse più delle altre conosciamo, è una realtà oscura, lugubre, soffocante. Si fa fatica a vedere e a respirare. Non c’è luce nell’inferno, non c’è luce nel peccato. I peccatori sono esseri resi brutti dalle loro colpe, non sono quasi più riconoscibili. Non sono più umani. Questa è una realtà che vale anche quaggiù: il peccato deturpa, imbruttisce l’uomo. Lo allontana da Dio, lo rinchiude nelle tenebre, gli sbarra le porte della gioia vera. Può sembrare appagante fare il male, o può sembrare un’operazione intelligente secondo le logiche del mondo, ma la realtà è che il male è sempre male, e ha sempre conseguenze negative. Il peccato porta l’uomo a fallire il suo obiettivo principale nella vita, lo porta fuori strada, gli toglie quella dignità originaria che Dio gli ha donato, e lascia dietro di sé solo la morte. No, l’uomo non è chiamato a questo, non è creato per rotolarsi nel fango come Ciacco (nel sesto canto): l’uomo è chiamato a risplendere, in questa vita e nell’altra. 

Il cammino di Dante è l’itinerario che ciascuno di noi può vivere nella sua vita, fatta spesso di peccato, di purificazione e di momenti di paradiso. Se la Bibbia è la Parola di Dio che viene incontro all’uomo, la Divina Commedia è forse il più alto tentativo dell’uomo di andare verso Dio. È il meglio che l’uomo sia riuscito a fare per avvicinarsi al suo Fattore.

Cosa può dire dunque Dante a chi lo legge nel 2021? “Ricerca sempre il vero, esci dalle sabbie mobili di una vita grigia o senza senso, vivi al massimo ed aspira al massimo perché sei fatto per questo; vivi ogni istante per costruire un mondo di luce e non di tenebra. E ricorda che la tua meta non è tra le cose di quaggiù, ma è nella gloria del Cielo”. Grazie, Sommo Dante, per averci cantato con i tuoi meravigliosi versi il nostro presente, fatto di luci ed ombre, ed il nostro futuro, gioia e pienezza che non avranno mai fine.

Francesco Simone

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