Fate questo in memoria di me (pt.4)
La Διδαχή
Sebbene i Sinottici e Paolo ci riportino il memoriale dell’Ultima cena nella sua forma canonica, tuttavia la loro testimonianza è povera di particolari e di dettagli circa il rituale specifico da recitare durante la «cena del Signore». Concretamente, come avrebbero dovuto compiere il rito eucaristico quei cristiani preposti a tale compito, limitandosi solamente ai testi neotestamentari? Per questo motivo, nacque subito l’esigenza nella Chiesa primitiva di provvedere a tale problema, colmando quelle lacune presenti nella liturgia. Così, negli anni Settanta del I secolo circa (contemporaneamente alla stesura dei primi Vangeli), iniziò a diffondersi tra le comunità della Siria e della Palestina la Διδαχή (“insegnamento”) ovvero un piccolo manuale di legislazione ecclesiastica contenente una serie di disposizioni in materia di fede. La nostra indagine potrà focalizzarsi soprattutto sui capitoli 9-10, nei quali è contenuta la forma più antica di preghiera eucaristica. Gli autori del suddetto manuale volevano istruire così i celebranti delle proprie comunità, integrando l’azione di grazia di Cristo, riportata nel Nuovo Testamento, con delle formule più precise.
«IX.1 Per l’Eucaristia, poi, rendete grazie in questo modo, 2. Dapprima sul calice: ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di David, tuo servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo; a te la gloria nei secoli. Amen. 3. Sul pane spezzato: ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che tu ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo; a te la gloria nei secoli. Amen. 4. Come questo pane spezzato, sparso sulle montagne e riunito è divenuto uno così sia riunita la tua chiesa dalle estremità della terra nel tuo regno. A te la gloria e la potenza nei secoli. Amen. 5. Nessuno mangi né beva della vostra Eucaristia se non i battezzati nel Nome del Signore; infatti il Signore riguardo a ciò disse: Non date cose sante ai cani (Mt 7,6). X.1 Dopo essere saziati, così rendete grazie: 2. Ti rendiamo grazie, Padre santo, per il tuo santo Nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te la gloria nei secoli. 3. Tu, Signore onnipotente, hai creato ogni cosa per il tuo Nome, cibo e bevanda hai dato agli uomini in godimento, affinché ti rendessero grazie, ma a noi hai fatto dono di un nutrimento e una bevanda spirituali e della vita eterna per mezzo di Gesù tuo servo. 4. Per tutte queste cose ti rendiamo grazie, perché sei potente; a te la gloria nei secoli. Amen. 5. Ricordati Signore, della tua chiesa, di liberarla da ogni male e renderla perfetta nel tuo amore e riuniscila dai quattro venti, santificata, nel tuo regno che tu le hai preparato. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli. 6. Venga la grazia e questo mondo passi. Osanna al Dio di David. Se qualcuno è santo si avvicini; se qualcuno non lo è, si converta. Maranatha, amen. 7. Lasciate che i profeti rendano grazie come vogliono»[1].
Emergono elementi interessanti: prima di tutto, la Διδαχή specificava la formula da professare al momento della benedizione del pane e del vino, che invece mancava nei Sinottici e nella lettera ai Corinzi. La «santa vite di Davide» per la quale si ringraziava sul calice, confermava la “nuova alleanza” di cui parla Paolo, dimostrando come il vino benedetto diventasse il punto d’arrivo dell’alleanza che Dio aveva stabilito con Davide e tutta la sua discendenza, fino a Gesù Cristo. Invece il «pane spezzato» richiamava ancora una volta alla vita donata da Cristo per tutti. Pertanto, chi ne mangiava, diventava parte del suo corpo ovvero della Chiesa. Torna il concetto di κοινωνία: per essere in comunione con Dio, occorre esserlo anche come comunità. Come abbiamo visto con Paolo per i Corinzi, è fondamentale vivere l’Eucaristia come sacramento dell’unità della Chiesa in Cristo: ricevendo il corpo di Gesù, il cristiano ne diventava parte sia a livello spirituale (comunione verticale con Dio) sia a livello ecclesiastico (comunione orizzontale con i fratelli), membro dell’ἐκκλησία. Dunque era indispensabile mantenere l’armonia e la concordia con gli altri, requisito esclusivo per poter assumere il corpo ed il sangue di Cristo, come riporta lo stesso testo poco dopo: «Chiunque ha qualche contrasto con il suo vicino, non si unisca a voi: prima si devono riconciliare, altrimenti la vostra offerta sarebbe profanata» (Didachè 14). Accedevano all’εὐχαριστία solo i battezzati ovvero coloro che, tramite il sacramento del Battesimo, facevano ufficialmente il loro ingresso nella comunità. Ancora oggi il prerequisito per accostarsi ai Sacramenti consiste nell’essere battezzati e pienamente inseriti nella vita comunitaria. La pratica eucaristica era riservata solo agli “iniziati”, i battezzati per l’appunto, i quali, tuttavia, non potevano comunicare cosa accadeva al momento della celebrazione dell’Eucaristia ai catecumeni ovvero a coloro che si preparavano a ricevere il Battesimo. Non a caso i non battezzati erano liberi di assistere al rito fino all’omelia, salvo poi dover abbandonare l’assemblea. Il massimo riserbo sul contenuto della pratica eucaristica generò equivoci e dicerie che, nel giro di poco tempo, assunsero la forma di vere e proprie accuse rivolte ai cristiani, incriminati di antropofagia (si cibavano del corpo e del sangue di un uomo) e d’incesto (sposavano i fratelli o le sorelle) solo per citarne alcune. Viene da sé che si rese necessaria una risposta “ufficiale”.
La prima Apologia di Giustino
Giustino, intorno al 150 d.C., ci offre la prima descrizione abbastanza dettagliata di come si svolgevano i riti cristiani, compresa la celebrazione eucaristica. Il martire cristiano inviò la sua Apologia come lettera ufficiale all’imperatore Antonino Pio a «difesa degli uomini di ogni razza ingiustamente odiati e perseguitati» ovvero i cristiani. La Chiesa sciolse, in questo modo, il riserbo sull’Eucarestia per rispondere alle accuse esterne. In modo particolare, Giustino analizzò la celebrazione domenicale:
«Nel giorno chiamato del Sole si fa l’adunanza di tutti nello stesso luogo, dimorino in città o in campagna, e si leggono le memorie degli apostoli e gli scritti dei profeti, finché il tempo lo permette. Quando il lettore ha terminato, chi presiede con un sermone ci ammonisce ed esorta all’imitazione di quei begli esempi. Poi tutti insieme ci leviamo e innalziamo preghiere; e, avendo noi terminato le preghiere, si porta pane, vino ed acqua e il capo della comunità fa similmente orazioni e azioni di grazie con tutte le sue forze, e il popolo acclama dicendo l’Amen, e si fa a ciascuno la distribuzione e la spartizione delle cose consacrate e se ne manda per mezzo dei diaconi anche ai non presenti. I ricchi, invero, e quelli che vogliono, ciascuno a suo piacere dà ciò che vuole, e quello che si raccoglie viene depositato presso il capo; ed egli soccorre gli orfani e le vedove, e quelli che sono bisognosi per malattia o per altra ragione, quelli che sono carcerati e gli ospiti forestieri, e senza eccezione ha cura di tutti quelli che hanno bisogno. Ci aduniamo tutti nel giorno del sole, perché è il primo giorno in cui Dio, avendo mutato la tenebra e la materia, creò il mondo e Gesù Cristo nostro salvatore nello stesso giorno risuscitò dai morti; infatti la vigilia del giorno di Saturno lo crocifissero e nel giorno dopo quello di Saturno, il quale è il giorno del sole, comparso agli apostoli suoi e discepoli insegnò queste cose, che abbiamo presentate anche al vostro esame»[2]
Vediamo come la spartizione della liturgia eucaristica rispecchiasse molto quella tutt’ora in uso nella Chiesa cattolica: alla “liturgia della Parola” («si leggono le memorie degli apostoli e gli scritti dei profeti»), seguivano l’omelia («chi presiede con un sermone ci ammonisce ed esorta all’imitazione di quei begli esempi »), la preghiera comunitaria (o “dei fedeli”) e lo scambio della pace. Solo dopo quest’ultimo momento, si passava alla celebrazione propriamente eucaristica. Ma il filosofo non si limitò a descrivere il rito ma ne spiegò il significato:
«Questo cibo è chiamato da noi Eucaristia, e a nessuno è lecito parteciparne, se non a chi crede che i nostri insegnamenti sono veri, si è purificato con il lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e vive così come Cristo ha insegnato.2. Infatti noi li prendiamo non come pane comune e bevanda comune; ma come Gesù Cristo, il nostro Salvatore incarnatosi, per la parola di Dio, prese carne e sangue per la nostra salvezza, così abbiamo appreso che anche quel nutrimento, consacrato con la preghiera che contiene la parola di Lui stesso e di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne per trasformazione, è carne e sangue di quel Gesù incarnato» (1Apol. 66, 1-2)[3].
Emanuele Di Nardo
[1] Διδαχή 9-10 (ed. Rordorf-Tuiller, La doctrine des douze apotres, Parigi, 1978) – trad. di F. Bucci.
[2] Giustino, 1Apol. 67, 3-7 (M. Simonetti – E. Prinzivalli, Letteratura cristiana antica, Piemme, Casale Monferrato, 1996, I, pp. 223-225).
[3] Iust., 1Apol. (ed J.-P. Migne, Patrologiae Cursus Completus, Series Graeca, Vol. 6).
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