Fate questo in memoria di me (pt.2)

L’Ultima cena: appuntamento pasquale?

Dobbiamo partire dalle notizie intertestuali per procedere nel nostro ragionamento. Come detto precedentemente, i Vangeli ci riportano il contenuto della cena, poi assimilato dalla Chiesa nella sua liturgia eucaristica. Tuttavia emerge subito il problema della cronologia. I Sinottici parlano espressamente di una cena pasquale, adducendo elementi esterni che ci fanno supporre che sia proprio così. Ad esempio Marco riporta l’intenzione del Sinedrio di processare Gesù «non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo» (Mc 14,2) oppure notizie circa gli alimenti assunti dagli Apostoli durante la cena (pane e vino ma si omette l’agnello pasquale). Invece Giovanni, non dichiarando la stessa versione dei fatti, sembrerebbe supporre altro. Il quarto evangelista ci dice che i Giudei chiesero a Pilato che il corpo di Gesù non rimanesse sulla croce durante il sabato, perché era un giorno solenne (la Pasqua), e questa richiesta fu avanzata alla Parasceve ovvero alla vigilia della festa del sabato, dunque un venerdì. Quindi, se il processo si è tenuto il venerdì e la pasqua ebraica si è festeggiata il giorno dopo (sabato), dovremmo ipotizzare che l’Ultima cena sia stata fatta il giovedì sera, com’è solita commemorare la Chiesa anche oggi. Dubbi e domande alle quali risulta complicato dare una risposta certa ma che stimolano un’ulteriore riflessione. In tal senso ho tratto giovamento dalla lettura del saggio di Romano Penna (“La cena del Signore”) perché lo studioso pone una rosa di possibili ipotesi circa la collocazione cronologica della cena, arrivando a delineare due scenari: o ha ragione Giovanni e, di conseguenza, l’Ultima cena non è stata la pasqua ebraica bensì una semplice cena d’addio oppure hanno ragione i Sinottici e, ad esempio, la seduta notturna del Sinedrio, proibita dalla legge, tuttavia è realmente accaduta perché, come prescrive il Deuteronomio (Dt 17,13), chi non obbedisce al sacerdote, compiendo crimini come la ribellione al tribunale, l’istigazione all’idolatria e, cosa interessante, l’autoproclamazione a “falso profeta”, deve essere punito davanti a tutto il popolo presente, come ammonimento educativo per tutti. Su questa posizione, si sono collocati molti studiosi che giungono a considerare il contenuto del passo giovanneo (Gv 18,28: «Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua») non come la possibilità di cominciare a mangiare la Pasqua la sera dopo, bensì come la possibilità di continuare a mangiarla, dopo averla iniziata la sera prima[1]. Invece, i sostenitori della posizione di Giovanni, addirittura, ricordando il gesto compiuto da Gesù nel tempio contro i commercianti, considerano un ulteriore distanziamento di Cristo dalla casta sacerdotale l’istituzione, con la sua Cena non pasquale, di un culto sostitutivo di quello del Tempio stesso, ritenuto obsoleto[2]. Comunque non possiamo parlare di una “celebrazione ufficiale” dato che ne mancano i presupposti: non sono contemplati il rituale sacrificale (l’agnello), il luogo sacro (ci troviamo in una dimora privata e non nel Tempio) ed il sacerdote preposto (Gesù non appartiene alla casta sacerdotale)[3]

Mettendo da parte un attimo le questioni cronologiche e approcciando una lettura diacronica dei Sinottici e di Paolo, riscontriamo assonanze sulle quali questa ricerca vuole focalizzarsi, in virtù anche degli sviluppi successivi. Le parole di Gesù sono riportate, seppur con alcune differenze, chiaramente da due linee di trasmissione: quella marciano-matteana e quella lucano-paolina. Matteo (Mt 26,26-28) e Marco (Mc 14,22-24) concordano sulla formula riguardante il pane («Questo è il mio corpo») ed il vino («Questo è il mio sangue dell’alleanza») così come Luca (Lc 22,19-20) e Paolo (1Cor 11, 24-25) ricalcano la stessa formula («Questo è il mio corpo, che è dato per voi. Fate questo in memoria di me»; «Questo calice è la nuova alleanza»). Rispetto alla pasqua ebraica, in cui i Giudei ricordano il pane mangiato dai padri in Egitto ed il sacrificio vissuto, Gesù si pone su un piano completamente nuovo, specificando che il pane ed il vino non siano metafore di un sacrificio rituale oggettivo come quello ebraico ma li immedesima con se stesso, come persona. I Dodici non stanno mangiando il pane dei padri ma stanno mangiando direttamente Gesù, assumendolo nel proprio corpo ogni volta che avrebbero celebrato in futuro la cena. Spiegandoci meglio, ogni volta che i cristiani si fossero riuniti nel nome di Gesù, avrebbero potuto percepire la sua presenza concreta, non astratta o spirituale, nel pane e nel vino. Come il popolo giudaico nella Pasqua ricordava il passaggio di Dio ed il suo annuncio di salvezza in Egitto, mangiando il pane dei padri, così i cristiani ricordano il sacrificio di Cristo mangiando il pane che è il suo corpo. Ma non si tratta delle auto-definizioni giovannee (cfr. Gv 6,358,1210,1415,1) in quanto le parole dell’Ultima cena hanno per oggetto un vero pane ed un vero vino, tenuti in mano da Gesù. 

Il testo greco può illuminare su alcune leggere ma importanti sfumature linguistiche. Il senso del dono è chiaramente espresso in Luca, in merito al pane/corpo «dato per voi», e in Paolo («che è per voi»), senza dimenticare la medesima attenzione espressa sul vino/sangue da Matteo («versato in remissione dei peccati») e Marco («versato per molti»). Colpisce come la tradizione marciano-matteana faccia riferimento ai “molti” (περὶ πολλῶν) mentre quella lucano-paolina a “voi” (ὑπὲρ ὑμῶν), segnalando una maggiore vicinanza del destinatario del sacrificio rispetto a Gesù. Tuttavia Cristo, in entrambi i casi, proietta la sua azione in favore di persone fisiche e non dei peccati. L’utilizzo dei participi ἐκχυννόμενον (versato) e διδόμενον (dato) formulati al presente danno non solo l’idea di un evento imminente (la passione e morte di Cristo) ma, dovendo gli apostoli riproporre fedelmente questa formula in futuro, anche la percezione attuale del miracolo eucaristico: Gesù si fa presente nel corpo e nel sangue adesso, proprio nel momento in cui gli apostoli benedicono il pane ed il vino. 

Per sigillare quanto promesso, Gesù parla del sangue della διαθήκη ovvero dell’alleanza (Paolo e Luca parlano di “nuova alleanza”) versato per tutti, rifacendosi chiaramente alla tradizione giudaica: in primo luogo i Giudei consideravano lo spargimento di sangue in chiave espiatoria[4]. Gesù allude a questo senso purificatorio del sangue in ambito religioso. Ma la produzione esegetica cristiana dei secoli successivi si è interessata particolarmente al concetto di «nuova alleanza», vedendo un parallelismo limpido con Mosè (cfr. Es 24,8: «Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole») e con Geremia (cfr. Ger 31,31-34«Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri […] Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore»). Soprattutto questa profezia veterotestamentaria sarebbe stata compiuta, secondo la Chiesa, in Cristo che riassume il Decalogo ricevuto da Mosè con il “comandamento dell’Amore” per Dio e per il prossimo. Quindi il vino/sangue offerto da Gesù corrisponde all’atto cultuale compiuto da Mosè sul Sinai ma il sangue di Cristo supera la Legge perché l’alleanza tra Dio e gli uomini non si basa più sul rispetto dei comandamenti per l’appunto ma sul dono gratuito di Cristo di cui tutti possono beneficiare[5]. Questa è la principale novità della “nuova” alleanza: gli uomini sono stati già perdonati per le loro iniquità come ricorda sempre Geremia («Non dovranno più istruirsi l’un l’altro poiché io perdonerò le loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato»). 


[1] Penna 2015, p. 24.

[2] Theissen – Merz 1999, p. 532-533.

[3] Penna 2015, p. 39.

[4] Marcheselli-Casale 2005, pp. 400-401.

[5] Penna 2015, pp. 40-41.

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