“Fate questo in memoria di me” (pt 1)

Per prepararci alla Pasqua, abbiamo deciso di pubblicare a puntate nella rubrica “Sale della storia”, ogni lunedì, una ricerca condotta in ambito universitario dal nostro Emanuele Di Nardo sotto la guida della prof.ssa Carla Noce, ordinario del corso “Storia del cristianesimo antico” presso l’Università degli studi “RomaTre”. Come vivevano le prime comunità cristiane la messa? Come e dove si svolgeva la celebrazione eucaristica? Da dove viene la liturgia che usiamo noi oggi? Tante domande interessanti alle quali proviamo a rispondere commentando i testi degli antichi. Buona lettura!

Premessa generale

Grande interesse ha suscitato in me la questione delle norme dietetiche, sulle quali Levitico 11 si sofferma con dovizia di particolari, presentando al popolo ebraico soprattutto quella serie di animali ritenuti impuri e, pertanto, assolutamente da evitare. Confrontandomi con le posizioni dei miei colleghi di corso, ho potuto appurare quanto influisca, nel bene e nel male, l’esperienza diretta di fede quando si affrontano temi così complessi e profondi. Nel dettaglio, infatti, mi sono imbattuto in alcuni quesiti che aleggiavano nella mia mente ancor prima di approcciare il testo biblico, in merito evidentemente alla questione del digiuno cristiano e del rapporto puro/impuro nella predicazione di Gesù. Quesiti che ripropongo come punto di partenza di questa tesina. L’evangelista Marco (Mc 7,15) cita un ammonimento del Maestro sul quale la dottrina cristiana fa leva, soprattutto in alcuni momenti liturgici forti: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». Sembrerebbe, dunque, che Cristo non solo ribalti il punto di vista ebraico ma ne contesti anche l’eccessivo rigore e l’errata attenzione alla forma più che alla sostanza della Legge. Su questo punto anche Matteo (Mt 23,27) non smentisce la posizione critica di Gesù verso i farisei paragonati a «sepolcri imbiancati: all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume». E dal passo evangelico di Marco prende il via la mia trattazione: il cristianesimo ribalta quindi le norme dietetiche ebraiche, confermando che ciò che rende davvero impuro l’uomo, nel suo essere corpo ed anima, non sia tanto ciò che viene ingerito o con cui viene a contatto, bensì la “malvagità” dei suoi pensieri? Oppure l’influenza del giudaismo permane nella morale cristiana? Vedremo come questa breve trattazione giunga ad un punto di snodo quando affronterà la questione delle comunità paoline. Ma procediamo per gradi.

La pasqua ebraica

Tutti noi sappiamo che, in occasione della Quaresima, tempo liturgico di purificazione spirituale, il cristiano si astiene dalle carni il venerdì, arrivando anche a digiunare completamente in occasione del Mercoledì delle Ceneri e del Venerdì Santo. L’astensione dalla carne e, più in generale, dal cibo induce il fedele a rientrare nella sua intimità con Dio, allontanandosi da quelle passioni che potrebbero essere ben espresse da taluni alimenti e assimilando, specialmente il Venerdì Santo, il dolore e il lutto della Chiesa per la morte di Cristo. Appare chiaro fin qui che non si faccia alcun cenno a quale tipo di carne evitare e, cosa più importante, a delle prescrizioni specifiche che Gesù abbia lasciato durante la sua predicazione itinerante. Inversamente, Cristo ha invitato i Dodici a ricordare il suo sacrificio per l’umanità attraverso la riproposizione dell’Ultima cena, ultima di nome ma non di fatto perché essa avrebbe rappresentato il modello di partenza dell’attuale celebrazione eucaristica. Prima di accostarci alle fonti dirette che parlano di quest’evento ovvero i Sinottici (Mt 26,26-29Mc 14,22-25Lc 22,19-20) e l’apostolo Paolo (1Cor 11,23-25), sebbene elementi interessanti siano riscontrabili anche in Giovanni, è fondamentale partire da un presupposto: la Chiesa considera l’Ultima cena come l’istituzione della pratica eucaristica e, pertanto, dell’ordine sacerdotale, contemplando nel pane e nel vino consacrati sull’altare dal presbitero il corpo ed il sangue di Cristo offerti per la redenzione del mondo. Qui c’è un passaggio interessante, da tenere a mente: Gesù, come vedremo tra poco nel dettaglio, si offre per la salvezza degli uomini dalla prigionia del peccato, affidando un memoriale per i posteri, attraverso l’espressione che dà il nome a questa ricerca: «Fate questo in memoria di me!» (cfr. Lc 22,201Cor. 11,25). In Giovanni specificatamente, Gesù mostra la sua natura divina, di Figlio di Dio, presentandosi agli apostoli come «il pane della vita» e specificando che «i vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne» (Gv 6,48-51). Quindi, solo chi “mangia” Cristo otterrà la vita eterna ovvero solo chi lo accoglie nella propria intimità, assumendolo spiritualmente attraverso il pane, cibo purissimo, potrà purificarsi e, di conseguenza, salvarsi. Possiamo avanzare, pertanto, la supposizione per cui ciò che verrà chiamato successivamente “eucaristia” rappresenti una contrapposizione alle norme alimentari ebraiche o, quantomeno, una lettura integrativa.

Il fedele cristiano, impuro a causa del peccato, può purificarsi solo se assume Cristo, anche corporalmente cibandosi del suo corpo e bevendone il sangue. Elementi che stridono, invece, con il rigore ebraico sulla dieta da rispettare per mantenersi incontaminati dal mondo circostante. Pensiamo, ad esempio, a Giovanni il Battista, con la cui dieta ci siamo imbattuti nel corso delle lezioni, appurando come avesse escluso dalla sua alimentazione tanto il pane, in quanto prodotto artefatto e contaminato dalle mani umane, quanto il vino, sostanza inebriante che distoglie il sacerdote dal suo stato di purezza e lucidità (cfr. Lv 10,8-10«L’Eterno parlò ad Aronne, dicendo: “Non bevete vino né bevande alcoliche tu e i tuoi figliuoli quando entrerete nella tenda di convegno, affinché non moriate; sarà una legge perpetua, di generazione in generazione; e questo, perché possiate discernere ciò ch’è santo da ciò che è profano e ciò che è impuro da ciò ch’è puro»). Senza considerare quanto sia pericoloso e grave per gli ebrei il contatto diretto con il sangue, fonte principale di contaminazione. Quant’è stato difficile per le prime comunità cristiane, provenienti dal mondo giudaico, fare propria l’essenza spirituale del messaggio cristiano? È importante, dunque, approfondire ciò che accadde nell’Ultima cena e confrontarlo con la tradizione giudaica.

La Pasqua cristiana, simbolo della vittoria di Cristo sulla morte, si ricollega secondo un filone storico-esegetico alla Pasqua ebraica, che festeggia il passaggio dalla schiavitù d’Egitto all’esodo verso la Terra promessa. Per lo meno questa è la posizione sulla quale la Chiesa ha eretto la sua teologia. Ma ci sovvengono due dubbi da risolvere per procedere nella nostra analisi: 1) in cosa consiste la Pasqua ebraica? 2) Possiamo considerare l’Ultima cena come l’occasione nella quale Gesù e la sua cerchia stavano festeggiando la Pasqua oppure si tratta di una ricorrenza a sé stante?

Affrontiamo precipuamente il problema dal punto di vista etimologico: “Pasqua” dovrebbe derivare dall’ebraico “Pèsach” ed assumere il significato di “passaggio”, sebbene alcuni autori antichi divergessero da questa traduzione. In modo particolare Ireneo di Lione, Tertulliano e Melitone di Sardi collegavano il termine ebraico con il verbo greco πἀσχειν (“soffrire”) alludendo quindi alla passione di Cristo: tale traduzione, seppur opinabile, in realtà coglieva il senso profondo della pasqua ebraica ovvero la passione provata dai padri durante la schiavitù egiziana e che, adesso, viene sperimentata da Cristo stesso non come emulazione dei suoi avi ma come fonte di salvezza per il prossimo. In effetti, nel giudaismo, “pasqua” era diventato sinonimo di agnello pasquale, da cui le espressioni «immolare la pasqua» e «magiare la pasqua» (cfr. Mt 26,17Mc 14,12Gv 18,28). Questa spiegazione metteva in risalto il senso tipologico dell’agnello ponendo l’accento sulla passione di Cristo in chiave salvifica. Per un altro filone, invece, il senso del “passaggio” sembrava avere più credito, individuando una correlazione tra la pasqua ebraica e quella cristiana, almeno a livello concettuale: come la prima segnava il passaggio dall’Egitto alla Terra promessa attraverso il Mar Rosso, così la seconda, attraverso il battesimo, segna il passaggio dalla schiavitù del peccato ad una vita nuova, promessa da Cristo a chi crede in lui. Non a caso i catecumeni ricevevano il Sacramento del Battesimo proprio durante la veglia di Pasqua, segnando l’ingresso ufficiale nella Chiesa. In realtà l’interpretazione corretta del termine ebraico dovrebbe essere “passare oltre” (υπἐρβασις in greco) ricordando il passaggio notturno di Dio che, come decima piaga, provvede all’uccisione dei primogeniti degli Egiziani, risparmiando quelli Israeliti, dopo aver visto il segno del sangue dell’agnello immolato sulle loro porte. Oppure è Cristo stesso che, con la sua passione e resurrezione, è “passato oltre” i limiti della morte e comunica questo dono ai credenti, come sostiene Apollinare di Laodicea nel Commento a Matteo«Cristo non ha mangiato la pasqua ma è diventato egli stesso quella Pasqua, il cui compimento è nel Regno di Dio, quando passa oltre definitivamente la morte: ciò indica infatti la parola pasqua, che significa “passare oltre”». La festività pasquale, sulla base delle notizie veterotestamentarie, sembra essere la fusione di due pratiche distinte e poi accorpate dopo la riforma del re Giosia (648-609 a.C.) consistente nella centralizzazione del culto a Gerusalemme. Infatti, solo attingendo ad Es 12,1-27, possiamo venire a conoscenza della pratica rituale pasquale intesa come la mescolanza di vari elementi: l’uno proveniente dall’ambito pastorizio (l’immolazione di un agnello maschio nato da poco, per l’appunto) e l’altro da quello agricolo (il mangiare pane non lievitato) e, forse, l’uno trae origine dal periodo seminomade vissuto dal popolo durante l’esodo e l’altro si è affermato in seguito all’insediamento stabile a Canaan. Infatti riscontriamo come il 14 di Nissan, «memoriale» (zikkārôn) da celebrare come festa del Signore che viene a salvare le dimore segnate degli ebrei e a sterminare il popolo egiziano, si affianchi alla festa degli Azzimi, della durata di una settimana. Ma questi elementi sono riscontrabili nell’Ultima cena che, quindi, possiamo considerare come la celebrazione della pasqua ebraica? 

Emanuele Di Nardo

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