La vergogna d’Aiace

Nel periodo estivo solitamente, quando ho la possibilità, preferisco leggere qualcosa di leggero, come ad esempio un romanzo e, data la mia passione quasi viscerale per la storia, ho ripreso in mano un libro che comprai tanti anni fa ma che non avevo ancora letto: “Il mio nome è nessuno” di Valerio Massimo Manfredi. La storia è famosa: Manfredi, con il suo stile chiaro e coinvolgente, racconta la Guerra di Troia dal punto di vista di Odisseo (Ulisse in latino), il quale, infatti, è la voce narrante delle vicende che coinvolsero i greci ed i troiani in una guerra cruenta durata 10 anni. Ripeto, conoscevo la storia, mi ricordavo alcuni passaggi dell’Iliade che lessi a scuola, eppure i miti classici hanno qualcosa di nuovo da raccontare sempre a noi moderni. Uno di noi può leggere un grande classico e, ogni volta, apprenderebbe qualcosa d’inedito o resterebbe colpito da un passaggio che gli era sfuggito in precedenza. Il mito serviva proprio a questo: parlare a tutti, nonostante tutto.

Leggendo la versione romanzata di Manfredi, tra i valorosi guerrieri le cui gesta sono state raccontate nel poema omerico, ce n’è stato uno che mi ha particolarmente toccato il cuore: Aiace Telamonio. Aiace era uno dei guerrieri più forti dell’epoca, un uomo che per statura e mole superava di gran lunga i propri simili, un soldato che, stando al racconto mitico, faceva tremare la terra al suo passaggio per quanto fosse imponente. Il classico avversario che non vorresti mai incontrare sul tuo cammino. C’è un passaggio, infatti, nella storia nella quale si racconta di un duello indetto da Ettore, il principe dei troiani. Dopo un’attenta votazione, i greci decisero di schierare proprio Aiace. Il duello durò per un giorno intero e, giunta la sera, venne concluso con un pareggio mentre i duellanti si scambiavano doni in gesto di stima reciproca. Ora, anche se non hai mai letto l’Iliade, forse avrai visto il film “Troy” nel quale Achille, interpretato da Brad Pitt, desiderando la gloria eterna, incontra la morte in battaglia colpito nel punto debole: il famoso “tallone d’Achille”. Morto il principe dei Mirmidoni, i greci decidono di non bruciare con lui sulla pira funebre la celebre armatura, forgiata dal dio Efesto ma propongono di fare a votazione a chi dovesse essere consegnata. Aiace, cugino d’Achille e uomo valoroso, desiderava ardentemente l’armatura perché, con essa, avrebbe ottenuto il riconoscimento di essere il migliore tra tutti. Invece, l’armatura venne affidata ad Ulisse, mandando Aiace su tutte le furie. Il dolore per la perdita del cugino oltre all’orgoglio ferito fecero sprofondare la mente di Aiace in un buio profondo e desideroso di vendetta. Così, accecato dall’onta, Aiace si scagliò su un gregge di pecore pensando di star uccidendo tutti i suoi compagni che l’avevano tradito. Rinsavito e ripresa la lucidità, si rese conto di aver sterminato un gregge inutile davanti lo sguardo incredulo dell’esercito. La vergogna adesso era davvero insopportabile e, nell’agonia più straziante, Aiace pensò che l’unico modo per porre fine alle sue sofferenze fosse togliersi la vita. Così prese la spada, la poggio sul terreno dalla parte dell’impugnatura e si gettò su di essa.

La storia di Aiace mi ha colpito perché incarna proprio l’eroe tragico, quell’eroe capace d’affrontare temibili nemici e d’uccidere gli avversari senza sforzi, salvo poi soccombere a quelle voci interiori che ti devastano. Pensandoci bene, quante volte mi sono sentito o mi sento come Aiace: specialmente nei momenti di grande prova, nei quali ingaggio una dura battaglia spirituale con le varie tentazioni, mi vengono alla mente degli episodi passati di cose che ho fatto e di cui provo molta vergogna, soprattutto agli occhi di Dio. Capisco che siano tentazioni e che io non sia l’immagine che compare davanti ai miei occhi perché è come se nel mio cuore una voce mi dicesse: “Tu cosa vuoi fare? Non ti ricordi tutti gli errori che hai commesso? Non vali niente, nemmeno Dio ti vuole!”. Ti condivido che, quando stavo compiendo i primi passi nella fede, ho avuto molta paura d’affrontare queste “immagini” perché sembravano vere e sincere, come se fossero le uniche a raccontare chi fossi davvero. Forse anche a te capita di vivere momenti simili: non appena prendi il proposito di fare del bene e di vivere sotto la luce di Dio, sei chiamato ad affrontare delle tentazioni che ti colpiscono nel tuo punto debole, sia esso affettivo, carnale, salutare, psicologico. Ognuno di noi ha un “tallone d’Achille” che è più vulnerabile.

Ma è proprio nella nostra vulnerabilità che scopriamo la nostra forza: Cristo! La nostra non è una vita senza macchia, siamo esseri fallibili e, se in inglese il verbo “to fall” vuol dire cadere, noi cadiamo spesso nel corso della giornata. Cadiamo in pensieri, in opere ed omissioni. Cadiamo nel giudizio e nell’auto-giudizio. Eppure neanche questo basta ad evitare che Cristo ci tenda la mano per farci rialzare. Paolo diceva che non fosse più lui a vivere ma che era Cristo a vivere in lui, come se il vecchio Saulo aveva lasciato spazio a Dio che si serviva del nuovo Paolo, nonostante i suoi limiti e difetti, per fare grandi cose. Aiace conosceva solo l’arte della guerra e, sconfitto da nemici che non poteva affrontare, ovvero il disonore e la vergogna, è impazzito fino alla decisione del suicidio. Noi invece offriamo la vergogna a Dio, affidiamo a Lui tutto ciò che siamo, specialmente ciò che non ci rende fieri. Forse nel tuo cuore porti un peso del passato legato ad un episodio che vorresti cancellare invano. Forse ti senti vulnerabile in un punto ed inciampi spesso durante il cammino. Non temere: Gesù non ha provato vergogna nel cadere tre volte sotto la croce e l’ha fatto per farsi simile a me, a te, a noi, proprio come diceva Paolo esortando i forti a farsi deboli per i deboli. Oggi ti consiglio, allora, di iniziare a fare un esercizio: la mattina, appena sei sveglio, fai un segno di croce sugli occhi chiedendo a Gesù d’aiutarti a vederti come ti vede Lui, andando oltre il peccato ed il limite per vedere l’amore e la grazia che ci sono in te. Poi allora fai lo stesso segno di croce sul cuore chiedendo a Gesù i suoi stessi sentimenti per affrontare la giornata attraverso il suo cuore. Non avere vergogna di te e dei segni della battaglia spirituale. Sono proprio le cicatrici accumulate a raccontare il valore del soldato!

Emanuele Di Nardo

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