Cercatori di stelle
Capitolo 3, parte II
Il giorno successivo, la domenica, Greg scrisse presto a Matteo, chiedendogli: «Ehi Matte! Spero tu abbia riposato bene. Senti, mi chiedevo se ti andasse di venire con me a Messa. Ci saranno quei ragazzi di cui ti parlavo, i miei amici. È un ambiente tranquillo, dopo possiamo anche pranzare insieme. Allora, che ne dici?».
Matteo lesse il messaggio pochi minuti dopo la sua ricezione. Aveva dormito poco, e aveva sognato quanto accaduto la sera prima.
Le poche luci, lo sguardo di Orfeo, i sorrisi delle ragazze, la fuga in auto, Greg e le stelle.
La sua giornata prevedeva la solita corsetta domenicale e non aveva impegni, ma ovviamente quanto successo la sera prima non lo aveva lasciato indifferente.
Era stanco, non aveva riposato bene, ma sentì l’impulso di rispondere positivamente a Greg. Non tanto per la Messa (erano anni che non partecipava) ma piuttosto per stare un po’ con Greg, rispose: «Ehi, Greg. Tutto ok. Dai, ci sono. Dimmi dove e a che ora».
Si alzò dal letto e fece colazione, e guardò fuori dalla finestra. La nebbia della mattinata precedente non c’era più, e fuori si ergeva un sole splendente su un cielo azzurro, e la natura sembrava sorridere per i generosi raggi di quel sole; in lontananza, le montagne salutavano la vallata e la pianura con la cima innevata, luccicanti per il sole che si infrangeva su di esse.
Matteo si preparò ed uscì, mentre ricevette il messaggio di Greg contenente la posizione e l’orario di inizio della Messa.
In auto, ripercorse buona parte del tratto fatto la sera precedente con le ragazze, e ripensò alla chiacchierata con Gianna: a parte lo spiacevole episodio con Orfeo, si era trovato bene con lei, e forse si sarebbero riaggiornati ad un altro appuntamento, se solo la serata non avesse preso quella piega.
Arrivò al parcheggio della chiesa e aspettò Greg, che gli andò incontro. Era appena arrivato e lo attendeva con un gran sorriso.
«Speravo venissi, ma non ne ero sicuro. Magari volevi ancora dormire, o non ti andava» esordì Greg; «Comunque ora sei qui, e credimi, mi fai molto felice» terminò.
«Ciao, Greg. In realtà non so bene neanche io perché sia qui, ho sentito il desiderio di esserci, anche perché così potevamo fare due chiacchiere» e lo abbracciò.
«Le cose non succedono per caso; se sei qui, ci sarà un motivo. E qualcosa di bello ti attende» rispose Greg, mentre si accingeva ad entrare in chiesa.
La chiesa era costruita con un’unica navata, e ai lati diversi quadri antichi e alcune statue di santi.
Tutto intorno, il profumo dell’incenso già si diffondeva: in quella parrocchia c’era l’abitudine di accendere l’incenso prima della celebrazione, per profumare l’ambiente e «Preparare -dicevano- il cuore anche con i sensi a percepire che si entrava in un luogo speciale, e che lì si poteva incontrare Dio». In fondo, al centro, un grande crocifisso pendeva dall’alto, con una corona sulla testa e un’espressione serena, nonostante l’atroce sofferenza.
Matteo si mise seduto accanto a Greg in un banco centrale della chiesa. Notò molti ragazzi accanto all’organo che si davano da fare nelle prove dei canti: Matteo non gradiva essere osservato, e infatti rimase in disparte quando alcuni di quei ragazzi andarono a salutare Greg.
I sorrisi e gli sguardi dei ragazzi nei confronti del suo amico lo stupirono: era gente che evidentemente gli voleva un gran bene, ma c’era anche altro nei loro occhi. Un po’ quello che lui aveva visto negli occhi di Greg e che lo aveva colpito, quello che poi lo aveva portato ad intraprendere con lui quelle chiacchierate che stavano, evidentemente, scavando qualcosa in lui.
La Messa nel frattempo iniziò, e Matteo si sentì un po’ a disagio: non ricordava con precisione tutti i gesti e i movimenti da fare, ma Greg, che aveva intuito la situazione, gli disse di non preoccuparsi, perché era assolutamente normale, e nessuno se la sarebbe presa con lui.
Il sacerdote era vestito con un abito tra il rosa ed il viola, sul quale pendeva una barba lunga: doveva essere il frate di cui aveva parlato Greg.
I canti erano piacevoli, e così anche le parole del sacerdote. L’argomento della domenica era, da quello che aveva capito, “la gioia”. Era singolare che il tema di quella domenica avesse lo stesso nome della ragazza che la sera prima aveva salvato dalle grinfie di Orfeo.
Pensò anche se non fosse il caso di rintracciarla e di scriverle, o scrivere a Gianna per sapere come stesse; in fondo, si era trovato bene con lei, e a parte questo, aveva a cuore che le due ragazze stessero tranquille dopo la serata non esattamente convenzionale che avevano appena vissuto.
Il tempo passava, e si arrivò al momento della “predica”: il vangelo aveva illustrato un personaggio particolare, Giovanni Battista, che viveva nel deserto in maniera povera e decisamente non convenzionale, mangiando quello che gli capitava di trovare e vestendo con pelli e abiti davvero malandati. Eppure si parlava di lui dopo migliaia di anni, mentre dei re e dei potenti dell’epoca, si conosce poco ed in maniera molto marginale sono citati sporadicamente in documenti e fonti.
Per un giornalista in formazione come Matteo, già questo era un fatto insolito: a prescindere dal tema religioso, era particolare che un uomo qualunque, sebbene con un buon seguito di folla, fosse ancora citato dopo migliaia di anni a moltissimi chilometri di distanza, mentre uomini ben più importanti e quotati, suoi contemporanei, fossero caduti nell’oblio.
Cercò di associare questi due temi: la gioia e Giovanni. Cosa c’entrava un uomo così malandato con una parola così bella?
Come poteva la gioia essere collegata ad uno così?
La mente di Matteo viaggiava, un po’ come quel giorno in università, quando la vista di qualche luce in lontananza gli aveva fatto venire in mente i suoi ricordi di infanzia, legati al presepe.
Proprio sul presepe della parrocchia si posarono i suoi occhi: c’erano poche statue, a grandezza naturale, e un paesaggio semplice, e tutto convergeva verso il centro, verso una culla vuota, con della paglia.
Greg, a suo fianco, ascoltava attento l’omelia del frate, prendendo di tanto in tanto qualche appunto; Matteo rimase colpito da questo, anche perché nei suoi ricordi di solito il momento in cui il prete parlava era il momento di maggiore distrazione.
Greg invece no, era lì, attento.
Come risvegliato, anche Matteo riprese il filo del discorso, ed ascoltò questa frase: «…Noi tutti che siamo qui dobbiamo quindi chiederci: c’è gioia nella mia vita? C’è pienezza? C’è qualcosa che accompagna le mie giornate ed è il punto fermo, attorno a cui tutto il resto gira?».
Greg si era appuntato queste frasi, cerchiandole.
Matteo rimase colpito: non si era mai posto una domanda del genere. E non era una domanda banale.
Qui non veniva interpellata la gente in generale, come massa indistinta: sentiva quella domanda rivolta a se stesso, come se fosse l’unico in quel luogo.
Non ascolto molto del resto perché la sua mente si fissò su quel punto: nella sua vita, si domandava, c’era gioia? C’era pienezza?
Pensò alle tante cose che faceva, alle tante attività, ai suoi sogni e alle sue speranze, alle sue difficoltà e alle cose negative… La sua vita era sì piena di molte cose, anche piacevoli e gradevoli, ma sentiva che qualcosa, come un nocciolo essenziale, mancasse. Come un criterio unificante, che sostenesse il tutto. Era tutto sommato soddisfatto di come gli andassero le cose, ma dire che fosse “gioioso” … no, non poteva dirlo. Non era neanche triste. Era a metà, sospeso. E soprattutto, riconosceva di essere un po’ schiavo di ciò che gli accadeva: eventi positivi gli generavano un sentimento di felicità, mentre quelli negativi gli abbassavano notevolmente l’umore. Il punto fermo di cui parlava il frate, in effetti, non c’era.
La predica nel frattempo andò avanti, ed il frate concluse dicendo: «Ecco perché anche un uomo povero, uno sconfitto agli occhi del mondo, come Giovanni Battista, ha in realtà gioia nel suo cuore: perché aspetta qualcuno, perché aspetta colui che è la causa stessa della sua gioia».
Matteo ebbe quasi un sussulto: comprese che la gioia non dipendeva tanto dalle attività o dalle cose da fare, né dal successo o dall’insuccesso nella vita, ma da qualcuno, da qualcuno che poteva dare senso a tutto.
Le parole di quel frate gli ricordarono molto quelle di Greg, quando qualche giorno prima gli aveva parlato di come, da quando aveva cominciato a parlare a Gesù come ad un amico, si sentisse finalmente pieno, gioioso e rinnovato.
La Messa continuò, e nella mente di Matteo un’immagine ricorreva, più forte delle altre: il suo cuore era un po’ come quel presepe, che aveva al centro una culla vuota, che evidentemente attendeva qualcuno che la riempisse.
Aveva sempre pensato che la gioia dipendesse dalle soddisfazioni personali e lavorative, dalla posizione sociale e dal grado di successo. Stava cominciando però a considerare che queste cose lui le aveva, tutto sommato, o almeno stava lavorando per averle, ma che non bastassero per essere veramente nella gioia.
Al termine della celebrazione, Greg rimase a pregare un po’ più a lungo, e Matteo uscì dalla chiesa.
Non era stato attento a tutto, ma sicuramente qualcosa si era riportato fuori. Come gli aveva detto Greg, evidentemente c’era un motivo per la sua presenza lì.
Dopo alcuni minuti, Greg si avvicinò, portando con sé due ragazzi, su per giù della sua età.
«Lui è Matteo, un mio amico nonché collega della scuola di giornalismo. È una grande mente, tra qualche anno diventerà famoso, vedrete. Mattè fagli un autografo, ora che non hai la fila» scherzò Greg, presentando a Matteo Andrea e Filippo, due dei giovani che avevano cantato nel coro durante la Messa.
«Wow giornalista anche tu! E quale ambito preferisci?? Cronaca, politica, sport…» chiese Filippo, barba chiara e occhi blu. Il suo sguardo sorrideva.
«Sai, sono un amante dell’NBA, spero di andare qualche volta a vedere una partita dal vivo.
I Lakers sono il mio primo amore! Più in generale, amo tutto lo sport!» aggiunse.
«Bè, per iniziare di solito noi giornalisti veniamo mandati a farci le ossa nella cronaca nera o giudiziaria… All’inizio va così. A me la cronaca piace molto, ma non ti nego che lo sport sarebbe un ambito davvero interessante. O anche la politica. Insomma, mi piace scrivere un po’ di tutto» rispose Matteo, piacevolmente colpito dalla conversazione.
«Politica? Magari, scrivendo, riuscirai a mettere in risalto anche le cose positive, oltre a quelle negative. Se accendi la TV o i giornali sembra che tutto sia sull’orlo del precipizio, o anche oltre» si inserì Andrea, occhiali scuri e profondi occhi neri.
La conversazione andò avanti, ed anche Matteo chiese cosa facessero. I due erano studenti di infermieristica al terzo anno, prossimi alla laurea; si erano conosciuti in università ed avevano cominciato a frequentare quella parrocchia da circa un anno. Greg li aveva conosciuti in università, un pomeriggio, e li aveva invitati. Senza dubbio, Greg si dava molto da fare, pensò Matteo.
«Fra Lorenzo ha tirato quattro o cinque “bombe” niente male, eh?» disse Andrea, mentre i ragazzi si dirigevano verso il parcheggio per riprendere le auto.
«Eh si, decisamente. A te ha colpito qualcosa?» chiese Filippo a Matteo, che si stava aprendo e non si sentiva più a disagio con quei due ragazzi.
«Diciamo che non sono molto pratico di chiesa, sinceramente. Però si, mi ha fatto riflettere quando ha parlato della gioia, domandando se l’avevamo in noi» rispose Matteo.
«Eh, penso che tu abbia colto la “bomba” più forte di tutte. È una domanda chiave per tutti noi, sicuramente anche per chi non viene in chiesa. La gioia è un’aspirazione che abbiamo tutti, in quanto esseri umani» replicò Andrea, e Filippo annuì.
Greg rimaneva in silenzio, ma sul suo viso si delineava un’espressione di compiacimento: era felice che Matteo stesse parlando con Andrea e Filippo, ed era molto felice che avesse accettato il suo invito a Messa. Temeva che si fosse annoiato e fosse stato distratto, e invece sapere che era rimasto colpito da qualche espressione, ed in particolare la domanda sulla gioia, gli faceva constatare che, in effetti, qualcosa di buono aspettava il suo amico lì, quella mattina.
I quattro si separarono in due gruppi: Andrea e Filippo erano stati invitati da alcuni colleghi di università per il pranzo, mentre Matteo e Greg si dovevano organizzare.
«È stato un piacere conoscerti, Matteo! Noi la domenica mattina ed il giovedì sera siamo qui, insieme ad altri ragazzi. Se qualche volta ti va, con Greg o senza, puoi passarci a salutare» dissero Andrea e Filippo, stringendo la mano di Matteo.
Il ragazzo rispose con un sorriso ed un: «Vediamo, forse qualche volta tornerò», che suonò come una promessa ai due giovani studenti.
«Allora ti aspettiamo!» gli replicò Filippo che stava salendo in auto, mentre Andrea, che era al posto di guida, gli fece un occhiolino. I due lo salutarono con la mano e andarono via.
«Dai, dopo una mattinata così, ci vuole un bel pranzetto. Vogliamo andare dalla “Sora Augusta”? Una carbonara fatta a regola d’arte è proprio quello che ci vuole!» disse Greg, che conosceva il debole di Matteo per la cucina romana.
«Grande idea! Dai, andiamo!» rispose Matteo, che in effetti aveva un certo languorino.
I due salirono in macchina e raggiunsero il ristorante; Matteo parlò molto durante quel pranzo, nonostante avesse ordinato un antipasto, ben due primi ed il secondo.
Il suo cuore, nelle ultime ventiquattro ore, ne aveva viste davvero di tutti i colori, e Greg era stato, in un modo o nell’altro, uno dei protagonisti. Più in generale, erano diversi giorni che quel suo collega, diventato nel frattempo amico, lo stava in qualche modo accompagnando.
Non sapeva cosa fosse, ma sentiva che vi fosse ormai un legame profondo tra loro, che andava oltre la semplice frequenza ad uno stesso corso o la frequentazione. Sentiva che, più che un amico, aveva trovato un fratello.
Matteo si fece un po’ cupo quando confidò a Greg che, a pensarci bene, non poteva dire di essere “nella gioia”. «Certo, triste non sono… Però non potrei neanche definirmi gioioso. Come tutti, aspiro ad un senso di pienezza e di gioia, certamente. Ma al momento non l’ho raggiunto. Ho capito una cosa però, durante la predica di Fra Lorenzo: la gioia non risiede in quello che facciamo o raggiungiamo, ma in qualcuno, quindi la gioia arriva dall’esterno, e non ce la possiamo dare da soli» e il suo sguardo si illuminò con un sorriso.
«In pratica, un po’ quello che mi hai detto tu, quando mi hai detto che Gesù ti ha portato pienezza. Non è qualcosa che è arrivata da dentro, ma da fuori. E poi è rimasta dentro di te» concluse Matteo, mentre Greg annuiva.
«Vedi, la bellezza di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, non è solo qualcosa che rimane fuori da noi, e che possiamo ammirare: la bellezza porta la gioia. Ti posso dire che sì, Gesù, che è bellezza, porta la gioia. E come ogni cosa in questo mondo, per poterlo capire bisogna provarlo. Quindi sì, la gioia è qualcuno, e per me è lui, che dà senso a tutto; e la gioia, che porta, quella rimane, succeda quel che succeda» rispose Greg, che aveva di nuovo quel luccichio negli occhi.
«Io non penso che ci siamo incontrati per caso, né credo che nulla accada per caso. Siamo cercati e viviamo per un progetto, non siamo figli del caso: l’Amore, quello con la A maiuscola, ci segue sempre, anzi, ci precede e ci vuole felici, gioiosi appunto. Io ho fatto esperienza di questo amore e di questa gioia: voglio con il cuore che possa farla anche tu» continuò Greg, mentre Matteo sentiva dei brividi lungo la schiena. Era come se quelle parole, quella dolcezza e anche quella forza, fossero un balsamo che gli entrava dentro, e gli riscaldava il cuore. Sì, voleva quello che Greg gli descriveva e che evidentemente viveva in prima persona. Si sentì per la prima volta al centro di qualcosa, non per quello che faceva, ma semplicemente perché era lui, era Matteo. Una sensazione di pace lo pervase, e voleva che quel pranzo non finisse mai. Stava assaporando qualcosa di nuovo, come un vento che gli rinfrescava l’anima, e lo faceva sentire leggero, senza alcuna preoccupazione.
«Non sai quanto mi facciano bene queste parole, Greg. Quando parli tu, mi sento come trasportato in un altro mondo, vedo una realtà che apparentemente è invisibile, ma se poi ci si pensa, è scritta in ognuno di noi e vale per ciascuno di noi» disse Matteo trattenendo a stento le lacrime, che gli sgorgavano dal cuore non per tristezza, ma perché qualche muro dentro di lui era caduto.
«Vorrei che la tua esperienza accadesse anche per me» continuò, mentre Greg sorrideva con una luce particolare negli occhi.
«Sono sicuro che accadrà, amico mio. Colui che ci segue da sempre e ha fatto sì che ci incontrassimo, non ti mollerà proprio ora. Ne sono sicuro!» rispose Greg, che strinse la mano del suo amico sul tavolo.
«Io stasera ho un nuovo turno di servizio alla struttura di ieri, mi hanno scritto poco fa. Ti va di venire? Sempre se non hai altri impegni» propose Greg.
«Sinceramente no, sono libero» fece Matteo, stupito dalla proposta del suo amico. Spendere l’ultima serata di riposo prima della ripresa della settimana in quel modo non era sicuramente qualcosa che aveva ipotizzato, ma sentiva di voler andare.
I due dopo il lauto pranzo si salutarono, dandosi l’appuntamento alla sera, per le 18:30. Bisognava preparare i tavoli e cominciare ad accogliere gli ospiti.
Matteo, che nel pomeriggio aveva riposato prima della consueta corsetta, arrivò lì in jeans e felpa, e raggiunse Greg attraverso un portone marrone che dava su una sala di medie dimensioni, con dei tavoli quadrati in attesa che qualcuno li sistemasse.
Greg aveva già messo il grembiule ed i guanti, e sorrise nel vedere Matteo.
«Il grande Spigati, campione regionale di sollevamento pesi, alle prese con tovaglioli, posate, forchette e vassoi: un giorno scriverò un articolo su questo momento memorabile…» fece Greg, dando all’amico il gomito in forma di saluto.
«Sempre che, tu non combini qualche guaio… in tal caso, video caricato su internet e reputazione crollata su scala mondiale» continuò, canzonando l’amico.
Matteo ormai conosceva il modo di scherzare di Greg, e stette al gioco: «In quanto più forte di te, scommetto quello che vuoi che porterò più roba di te e farò il doppio del tuo lavoro. Parola mia» sorrise Matteo, mentre Greg lo guardò con uno sguardo fintamente torvo.
Arrivò Fra Lorenzo, che gestiva quel centro, e salutò Greg.
«Questo è Matteo, un mio collega della scuola di giornalismo. Ho pensato ci potesse dare una mano» esordì Greg, mentre Matteo si ritrovò la figura del frate sulla sua sinistra, senza essersi accorto del suo arrivo.
«Ottima idea, Greg! Qui una mano serve sempre. Piacere, Matteo» fece Fra Lorenzo, dando la mano a Matteo.
«Piacere mio» rispose Matteo, imbarazzato da quella figura così carismatica ed anche così particolare; non molte ore prima, con una sua frase, lui aveva ragionato molto sulla sua esistenza, in qualche modo Fra Lorenzo era stato lo strumento con cui un messaggio più profondo lo aveva raggiunto.
«Questa sera ci sarà molta gente perché sono arrivate diverse famiglie dai paesi vicini. Dobbiamo sistemare i tavoli in modo tale da lasciare lo spazio per i passeggini, dato che molti hanno dei bimbi molto piccoli» disse il frate, guardando Greg e lasciandogli questo compito.
«Tranquillo, ci pensiamo noi» rispose Greg, che indicò a Matteo lo spogliatoio dove avrebbe trovato grembiule e guanti.
Era un’esperienza nuova per lui, e temeva di non trovarsi bene; eppure, qualcosa gli suggeriva di andare avanti, di mettersi in gioco.
Dopo una piccola formazione iniziale con Greg, relativa al modo di servire ai tavoli e di relazionarsi con le persone che arrivavano, Matteo cominciò a sistemare i tavoli ed i coperti: la sua palestra, pensò, poteva servirgli a qualcosa.
E fu sicuramente utile, dato che sistemò con grande velocità sedie e tavoli e diede anche una mano per far entrare i primi ospiti, molti dei quali, come previsto, avevano dei passeggini.
La sala si riempì di persone e di voci, l’odore delle pietanze si diffuse ovunque, e i primi volontari uscirono dalla cucina, portando i vassoi con i pasti.
A Matteo, come a tutti, furono assegnati due tavoli specifici: in uno si trovavano un signore anziano e sua moglie, dell’est Europa, mentre in un altro una numerosa famiglia siriana, con due bambini grandi ed un bambino di pochi mesi.
Si mise a parlare, tra una portata e l’altra con la coppia di anziani, ringraziando di conoscere bene l’inglese; i due erano dovuti scappare per una vendetta promessa dalla famiglia di lei, che non approvava il suo legame con l’uomo. Arrivati in Italia, avevano cercato lavori di fortuna, ma in tanti anni non erano mai riusciti a trovare qualcosa di particolarmente stabile, ed ora il peso degli anni e delle difficoltà si faceva sentire. La gioia, nei loro cuori, sembrava essere sparita. Eppure, gli dissero, un barlume di speranza gli arrivava da quella struttura, non tanto e non solo per il cibo, ma soprattutto per gli sguardi delle persone che erano lì.
«Ci sentiamo accolti, amati, e questo ci regala in qualche modo una famiglia, quella stessa famiglia che ci ha voltato le spalle» disse l’anziana, ed una lacrima gli solcò il viso.
Matteo ricevette come un pugno nello stomaco: lui pensava che avrebbe dato solo da mangiare a delle persone, ma invece si rendeva conto che i volontari, ed anche lui in quel caso, facevano molto di più.
Matteo sorrise, promettendo loro che avrebbe cercato qualcosa per loro nel nuovo anno, un lavoro o un impiego che potesse garantirgli qualche entrata in più.
I due anziani lo ringraziarono, con un sorriso che penetrò con forza nell’animo di Matteo.
La giovane famiglia siriana, invece, era alle prese con i capricci dei due figli più grandi: il papà cercava di impedire che i due si tirassero il cibo addosso, e la madre urlava ad uno dei due qualcosa, che ovviamente Matteo non comprendeva.
Nel frattempo, il piccolo piangeva, e non bastò che la madre lo portasse fuori, nel passeggino, e provasse a dargli da bere un po’ di latte.
Aveva la febbre alta, ed era molto sofferente. Matteo si avvicinò a Greg, che nel frattempo aveva i suoi tavoli da gestire, e chiese se ci fosse un kit del pronto soccorso o se ci fossero dei medicinali.
«Purtroppo non possiamo somministrare nulla qui, il regolamento lo vieta. L’unica soluzione sarebbe portare il piccolo alla guardia medica, e vedere cosa si può fare. Provo a chiedere a Fra Lorenzo» rispose Greg, che aveva già il suo bel da fare.
Matteo fermò il suo amico, dicendogli: «Non preoccuparti, posso accompagnare la mamma ed il bimbo con la mia macchina. Parlerò io con i medici».
Greg sorrise a Matteo, e disse: «Sei davvero unico. Grazie. Avviso io in cucina, ti posso coprire io». In inglese, Matteo spiegò alla signora con semplicità cosa fare, mentre il papà aveva riportato la calma tra i due figli più grandi, che stavano consumando il loro pasto.
In quel breve viaggio verso la struttura sanitaria, Matteo si prese cura come meglio poté della donna e di suo figlio; la sofferenza del piccolo gli entrava dentro, gli scalfiva il cuore, e lo fece anche mettersi nei panni di quella famiglia, sola in un paese straniero, senza conoscere la lingua e con un bambino piccolo in quelle condizioni.
Spiegò ai medici la situazione, e prese il bambino tra le braccia, mentre la madre era impegnata con i sanitari in una stanza adiacente.
Era un’esperienza nuova, fortissima. Aveva, in qualche modo, il peso ed il valore di una vita tra le braccia. E pensò a quante volte non ci aveva pensato, e aveva dato per scontato l’amore di sua madre per lui, e in generale delle madri per i figli. Si rese conto di quanto piccolo e quanto grande fosse un bimbo, un mondo da salvare, anche se pesava solo pochi chili ed era insignificante agli occhi dei potenti e delle idee del mondo.
Si sentì protettore, per qualche minuto, di quella vita, ma al tempo stesso, visitato da qualcuno, qualcuno che lo ringraziava per quanto stava facendo, per la cura che aveva avuto nei confronti di quegli sconosciuti.
Guardando il bambino, che ricevette le cure dei medici e si addormentò placidamente, si sentì come di fronte a quel cielo pieno di stelle, contemplato con Greg la sera precedente: sereno, pieno e forse sì, pieno di gioia.
Il padre del bimbo, con gli altri due piccoli, arrivarono presso la struttura sanitaria, e si ricongiunsero alla madre e al piccolo: dopo una notte in osservazione, la famiglia avrebbe potuto lasciare la struttura, e ringraziò mille volte Matteo, a cui lasciarono come regalo un piccolo braccialetto, che l’uomo tolse dal suo polso. Era tutto quello che aveva in quel momento, e voleva sdebitarsi con Matteo: il ragazzo si sentì in imbarazzo e sulle prime voleva rifiutare, ma accettò il dono capendo che per la famiglia era una questione di cuore. Salutò tutti ed in particolare il piccolo, che stava dormendo. Nel sonno, quasi con un movimento impercettibile, la mano del bimbo sfiorò quella di Matteo, che si era chinato sulla piccola culla per vederlo un’ultima volta.
Quel tocco, quel contatto, diedero un brivido a Matteo, riempiendolo di una commozione grandissima. In qualche modo anche il bimbo, a suo modo, lo stava ringraziando.
Commosso, Matteo uscì, ed entrò in auto. Si sentiva rinnovato, pieno, stanco e felice al tempo stesso.
Quanto era cambiato in quei pochi giorni, quante esperienze, quante esperienze vissute!
Controllò il cellulare, e trovò un messaggio di Greg.
Matteo lo chiamò, e si incontrarono sotto casa di Greg, che nel frattempo era tornato a casa.
Era notte, una fredda notte che precedeva di poco l’inverno, ma nel cuore di Matteo c’era una grande gioia, un fuoco che lo scaldava.
Il suo volto era il riflesso di quello che aveva appena vissuto: non la stanchezza della giornata, o il pensiero della settimana che sarebbe iniziata di lì a qualche ora; nulla di tutto questo. Solo un senso di pace, di gioia profonda. Il tocco di quel bambino, tutta la serata trascorsa in un luogo che mai avrebbe pensato di frequentare, lo avevano colpito e cambiato.
Fu così che Greg lo trovò, nel parcheggio adiacente al suo palazzo; Greg era appena tornato, ma sembrava come se dovesse andare oltre.
Matteo lo fermò e gli disse: «Forse sto cominciando a capire cosa hai vissuto… In senso buono, intendo» e gli raccontò quanto successo nelle ultime due ore, di come aveva sentito forte il desiderio di prendersi cura di quel bambino, e di come il suo sguardo e la sua mano gli avessero toccato il cuore. Non aveva nulla in più a livello materiale, nessuna conquista, nessun risultato o premio tangibile… eppure si sentiva ricco, molto ricco.
Greg sorrise spesso durante il racconto, con un sorriso dolce, come di chi sta vedendo quanto gli viene descritto, e anche di più, come di chi vede il cambiamento dell’altro, un cambiamento sperato, e agognato. Greg non si sentiva “giusto”, ma si sentiva “pieno”, “gioioso”: voleva solo che anche Matteo lo fosse.
Abbracciò il suo amico, senza dire nulla, nulla che non dicessero già i suoi occhi commossi. Anche Matteo piangeva, non sapeva il perché: gli capitava di nuovo, una commozione figlia non della tristezza, ma di un cuore nuovo, rinnovato, pacificato.
Greg sarebbe rimasto con lui ancora a lungo, ma aveva un appuntamento. E gli venne l’idea di proporre anche a Matteo questo incontro.
Nonostante l’ora tarda, gli propose: «Io sto andando in una cappellina, qui vicino; è aperta anche di notte. So che è tardi e che domani è una giornata piena, ma io vado spesso proprio a quest’ora, quando non c’è nessuno. Qualche minuto mi serve per rimettere insieme la mia giornata, e per ricaricarmi, per ricaricarmi d’amore. Quella è la mia benzina, quella è la benzina che fa girare il mondo. Anche per chi non ne è consapevole, anche per chi lo avversa. Solo l’amore ci può alimentare».
Matteo era felice e stanco, provato e al tempo stesso allegro: il fisico gli diceva di andare a casa a riposare, ma la mente ed il cuore gli chiedevano di accettare l’invito di Greg.
«Dai, ti seguo. Non mi hai mai deluso, fino ad ora. Solo pochi minuti però, domani il lavoro chiama» disse Matteo, sorridendo al suo amico.
Andarono a piedi, e in quella serata anche il cielo sembrava sorridere. Era terso, come la sera precedente, e le stelle sembravano più luminose, più calde; Matteo, guardando quello spettacolo, si chiese come mai in passato aveva dato così tanto per scontato tutto questo, non considerandolo o non pensandoci mai abbastanza.
La fredda brezza serale, che accarezzava il viso dei nostri due amici, non scalfiva il calore che entrambi sentivano nel profondo.
Raggiunsero la piccola chiesetta, ed entrarono dalla piccola porticina che cigolò al loro ingresso: poche luci illuminavano le poche panche poste al centro della cappellina, mentre un lumino rosso illuminava il fondo.
Greg si sedette, e prima di iniziare a pregare disse a Matteo: «Ti consegno quanto di più prezioso io abbia: non è nulla di fisico o materiale, ma è una certezza: quando vedi quel lumino rosso, in una chiesa, puoi essere sicuro che Gesù sia lì, a pochi metri da te. Sì, quel Dio che sembra così lontano, che sembra essere anche fuori dai nostri pensieri, è molto più vicino di quanto pensiamo.
Quello che ti consiglio per i prossimi minuti non sarà di dire qualcosa, o di fare qualcosa in particolare. È solo stare qui, stare davanti a quella luce. Lasciarti incontrare».
Matteo rimase sorpreso e stupito da questa affermazione di Greg: onestamente gli sembrava un po’ forte, e sicuramente non in linea con quanto pensava o sapeva su Dio. Come faceva Dio, il creatore di tutto, ad essere lì? E poi come faceva ad essere contemporaneamente in più luoghi?
Queste domande, e molte altre, gli si presentarono in mente, ma la stanchezza, ed il consiglio di Greg, in qualche modo, prevalsero; si mise lì, seduto, rilassato. Non sapeva cosa dire o fare, sarebbe rimasto lì qualche momento, come gli aveva detto Greg.
Le luci erano basse, e Matteo fissava quel puntino rosso, in fondo: non si vedeva molto, eppure si percepiva qualcosa. Un’aria familiare, un clima sereno, un’oasi di pace.
Matteo si sentiva bene, si sentiva pieno, si sentiva sereno. Non stava facendo nulla, eppure una carica di gioia e di luce gli stava entrando nel cuore.
Si girò verso destra, e trovò un foglietto: la poca luce gli impediva di leggere bene, ma il testo riportava “Isaia 43”, e diversi versetti scritti.
Lì per lì pensò di lasciar perdere, ma una curiosità più forte lo prese: con la luce del telefono come torcia, Matteo iniziò a leggere:
“Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,
che ti ha plasmato, o Israele:
«Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare;
poiché io sono il Signore tuo Dio,
il Santo di Israele, il tuo salvatore.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo,
do uomini al tuo posto
e nazioni in cambio della tua vita.
Non temere, perché io sono con te”.
Quelle parole suscitarono in lui un fuoco, una fiamma forte, viva, di cui poteva quasi sentire il calore con la mano, mettendola accanto al cuore; le lesse e le rilesse, e di ogni frase sentiva la forza e la potenza.
Lui, Matteo, veniva “chiamato per nome”, veniva definito “degno di stima” e “amato”.
Dio, c’era scritto, “era con lui”. Sentiva mille emozioni in sé, e gli tornavano in mente moltissime cose: l’abbraccio dei suoi genitori, la cura della mamma quando da piccolo si faceva male, il calore del sorriso dei nonni, un grande senso di amore e gratitudine, e si sentiva piccolo, come un bambino. Si sentiva come un neonato in braccio alla madre, forte, sicuro, spensierato… in una parola, amato.
Questa sensazione meravigliosa durò a lungo: si sentiva in pace con tutto e con tutti, si sentiva pieno di una gioia indescrivibile. Pianse, e per la terza volta furono lacrime non di tristezza ma di gioia. Non riusciva a smettere e non voleva, perché era il suo cuore a desiderare quelle lacrime, come per testimoniare una linfa nuova, una nuova vita che in esso scorreva.
Matteo stava ancora sperimentando questi sentimenti, quando notò che in fondo, sotto all’altare, c’era qualcosa. Si alzò, e facendosi luce con il cellulare, vide qualcosa che aveva già visto nella mattinata, anche se da lontano: un presepe, molto semplice, con le statue di Maria e Giuseppe e al centro, velato su una culla di paglia, un bambinello.
Matteo non resistette e tolse il velo: il volto sorridente di un bimbo gli apparve nella penombra, con le mani protese verso di lui. Ricordò immediatamente il piccolo bambino siriano che aveva accudito qualche ora prima, e sentì il desiderio di prendere quella piccola statua tra le mani. Se si fosse visto da fuori, qualche giorno prima, probabilmente si sarebbe scambiato per matto; eppure, una forza quasi più forte di lui lo avvolse, e gli fece prendere il bambinello.
Nel sollevarlo, notò un piccolo bigliettino incastrato tra la paglia: non ebbe bisogno di molto tempo per leggere quella scritta. Solo tre parole, scritte a caratteri grandi: “Gesù ama te”.
Matteo guardò il bambinello che aveva tra le mani, e si sentì attraversare come da una scossa: non aveva mai provato quella gioia, e mai avrebbe pensato di provarla.
Sentì che tutto quello che aveva vissuto, certezze, incertezze, paure, gioie, tutto, aveva ora un senso. Come gli aveva detto Greg, qualche giorno prima. Ora era lui a sperimentare la stessa cosa. Non sapeva come e perché, ma voleva ricambiare quell’amore. Non sapeva come fosse arrivato lì, o perché era in una chiesa a mezzanotte ma… Era felice. Si sentiva a casa. Si sentiva se stesso, pienamente. Si sentiva amato.
Rimase così, con il bambinello in mano, accanto a quel presepe, mentre Greg da lontano osservava la scena. In due piangevano in quella cappellina, l’uno lontano dall’altro, ma le lacrime avevano la stessa origine e lo stesso significato. Non tristezza, non dolore. Ma gioia.
Uscirono insieme dalla cappellina dopo diversi minuti, e senza bisogno di parlare, si diedero un lungo abbraccio. Matteo si sentiva rinato, nuovo, trasformato. Greg lo vedeva, e ringraziava in cuor suo il buon Dio per aver toccato il cuore del suo amico.
Si fermarono a guardare le stelle, ancora una volta. Due cuori uniti, insieme. Due cuori che sapevano di cielo. Due cuori trasformati dall’amore.
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