Cercatori di stelle

Capitolo 2

Il giorno seguente non fu molto diverso dal precedente: il lavoro al mattino, questa volta prima dal dottor Rombi e poi dalla dottoressa Alvirani (con annesse proteste di un anziano che non era riuscito a prenotarsi sulla nuova applicazione della dottoressa e temeva di non poter ritirare le sue preziose ricette mediche); il pranzo lo consumò nel piccolo stanzino privato dello studio della dottoressa, pregustando però il momento in cui avrebbe assaggiato l’aperitivo con Greg. Era sicuro che il suo amico glielo avrebbe offerto, anche se aveva risposta alla sua maniera: «Carmina, o in questo caso filosophiae, non dant panem! L’aperitivo lo prendiamo insieme, ma si fa diviso due, Big Gym. Alle 16:00 al bar dell’uni. Ti aspetto. Così mi spieghi bene». 

Matteo arrivò in università con le cuffie ed il telefono in mano, controllando i social e soprattutto Instagram: i suoi follower aumentavano, ma erano le follower quelle a cui lui puntava. Niente, anche stavolta nessuna nuova “conquista digitale”; avrebbe messo nel conto a Greg anche questo?

Si sedette sulla panchina che si trovava davanti al bar, e continuò a viaggiare sui social, in un misto di immagini, suoni e musica. Ad un tratto, si fece scuro sopra di lui e davanti a lui: la figura di Greg si palesò, portando un ombrello azzurro con sé.

«Se stai sempre a guardare il telefono, ti perdi la vita vera… per esempio, stai qui da tempo e non ti sei neanche accorto che tra pochi minuti arriverà un acquazzone da paura. Se non ci fossi io con questo vecchio ombrello, arriveresti a lezione come un reduce dalla lotta nel fango» gli disse l’amico, con il solito sorriso che lo contraddistingueva. 

«Ehi Greg, mi hai quasi spaventato» fece Matteo, togliendo le cuffie e riponendole nella custodia.

«Poi quello con la testa tra le nuvole, o rivolta troppo alle stelle, sarei io», replicò Greg, alzando le palpebre in modalità da finto rimprovero. 

Si incamminarono verso il bar, e la previsione di Greg si rivelò vera: iniziò un forte temporale, con annesso un vento freddo che batteva il campus con la rigidità dei primi veri freddi. Anche i corridori più intrepidi, quelli che sfruttavano il percorso all’interno dell’università per fare una corsetta, dovettero riparare nei porticati accanto al bar, e Matteo e Greg ebbero non poche difficoltà ad accedere all’ingresso del “Café universitaire”. Finalmente seduti, ordinarono due aperitivi, e cominciarono a chiacchierare.

«Dai, spiegami perché ti avrei fatto perdere l’occasione per prenderti un caffè con una ragazza. E soprattutto, spiegami cosa intendessi con “la mia filosofia”» iniziò Greg, che nel frattempo puliva gli occhiali da qualche goccia di pioggia caduta su di essi.

«Sì, caro mio, la tua filosofia. Quella frase della bellezza che hai detto ieri… Ero in palestra, tranquillo e sereno, e verso la fine del mio allenamento accanto a me si piazza una moretta niente male. Avrei potuto far cadere qualcosa vicino a lei o chiederle qualcosa, così, per attaccare bottone. E invece mi si è presentata nella mente quella frase che tu hai detto ieri. E mi ha fatto entrare in trip. Ci ho pensato e ripensato. E la tipa se ne è andata senza che me ne accorgessi» concluse Matteo, prendendo in mano il bicchiere e sorseggiando il suo drink.

Greg scoppiò a ridere e gli rispose: «Matte, questa è la seconda volta che ti perdi nei tuoi pensieri nel giro di poche ore. Non è che stai semplicemente perdendo colpi?». Anche Greg sorseggiò la sua bibita, facendosi però ad un tratto più serio: «No, sul serio, dimmi in che senso sei andato in trip… Cosa hai pensato, cos’è che ti ha mandato in tilt?»

Anche Matteo si fece serio, e cominciò: «E’ una frase che lì per lì non mi ha toccato. Ma poi ripensandoci, come ti ho spiegato, mi ha generato una curiosità e una serie di domande a cui magari puoi rispondermi. Per esempio, che intendi tu quando dici che il mondo deve essere salvato? E da cosa dovrebbe essere salvato? Il mondo, secondo me, è sempre stato così, alti e bassi, periodi felici e periodi tristi, ingiustizie e giustizie che si alternano, cose così. E poi, anche se dovesse salvarsi da qualcosa, vorresti forse salvarlo con la bellezza? O, come mi dicevi ieri, con la gentilezza? Forse potrebbe farlo un grande benefattore, o un grande scienziato, capaci di risollevare la vita di milioni e milioni di persone. Ma raccogliere una penna ad un amico, o prestare gli appunti di una lezione, non credo possano salvare il mondo» concluse Matteo, ora nel pieno della sua attenzione.

«Wow, quante riflessioni e quante domande. Vediamo se riesco a risponderti».

Greg finì la sua bevanda, e guardò Matteo con grande attenzione.

«La gentilezza è una parte della bellezza. Non è tutta la bellezza, ma è un tassello fondamentale. Certamente ci sono cose più importanti che prestare gli appunti ad un amico o sorridere ad una signora in fila prima di te al supermercato, o cose così. Ma voglio chiederti: cosa era importante per te, ieri? Risolvere il problema della pace nel mondo, o avere i miei appunti? Sii, sincero, nessuna frase da spot pubblicitario».

«Beh, se devo essere sincero, ovviamente i tuoi appunti» rispose Matteo, con aria interrogativa. Non sapeva dove il suo amico volesse andare a parare, ed era molto incuriosito da quella conversazione: ci stava capendo poco, ma era desideroso di saperne di più. 

«Viva la sincerità! Ed in realtà hai ragione. Io ho visto quella tua necessità e, nel mio piccolo, ho fatto quello che potevo per te. Perché tu, in quel momento, eri un mondo da salvare. Certo, non dico di averti salvato la vita, ci mancherebbe. Però quello che mi muove, e quello che in parte quella frase significa, è questo: ogni persona è un mondo, un mondo di sentimenti, emozioni, idee, esperienze, gioie e dolori, timori e speranze. E ciascuna va amata e custodita, per quello che possiamo. Anche un saluto dato, o un quaderno prestato, possono migliorare la giornata di qualcuno. Se in tanti riuscissero ad agire così, relazionandosi con gli altri vedendo non dei nemici o degli estranei, ma dei “mondi” da aiutare, beh, il mondo avrà un presente ed un futuro migliore». terminò Greg, che aveva guardato negli occhi il suo amico dall’inizio alla fine del suo discorso. 

Matteo scorse in lui qualcosa di “magnetico”, e non replicò immediatamente. Si prese del tempo del riflettere; il tutto mentre il temporale fuori non smetteva di abbattersi sul campus universitario ed il resto della città.

«Io… un mondo… e gli altri, anche… Cioè, ognuno è un mondo…» fece Matteo, come per voler riannodare il filo dei suoi pensieri ad alta voce.

«Sai che non l’avevo mai vista così? Cioè, sono sempre stato abituato a vedere gli altri in maniera diversa: compagni da una parte, avversari o nemici dall’altra, oppure persone indifferenti, semplici viaggiatori della vita che mi passano accanto così, senza lasciare traccia. Che io fossi un mondo, con tutto quello che tu hai descritto, in qualche modo lo avevo intuito; solo che ero io, cioè, solo io. Gli altri, beh… non ci avevo mai riflettuto fino in fondo, ma è vero, in effetti!» esclamò Matteo, con uno sguardo nuovo, come di chi ha capito qualcosa che gli era rimasto celato da tempo.

La luce nei suoi occhi fu però subito velata da un dubbio, che balenò nella sua mente e fu quasi visibile anche a Greg, che lo stava osservando con molta attenzione.

«Tu dici che ogni persona è un mondo, che si può migliorare la giornata di una persona anche solamente con un gesto semplice, e ok, fino a qui ci sto. Ma si può e si deve aiutare solo chi lo merita, chi in qualche modo ci è vicino, o a livello familiare o di amicizie o di visione delle cose. È chiaro che ci siano persone inavvicinabili, che non meritano nulla: pensa ai delinquenti, che siano in carcere o fuori, pensa a quelli che agiscono senza scrupoli, pensa a chi fa il male. Sarà pure un mondo, ma è un mondo marcio, e io non voglio averci nulla a che fare!» sentenziò Matteo, che nel frattempo guardò il suo cellulare in cerca di notifiche.

Greg aspettò pazientemente che il suo amico terminasse il suo “aggiornamento dal mondo digitale” prima di rispondergli. E riprese: «Per voler estremizzare il tuo pensiero, si potrebbe citare Sartre, che diceva L’inferno sono gli altri. Io, più prosaicamente, credo che l’inferno sia considerare gli altri come nemici, o come immeritevoli della nostra attenzione. 

Io e te ci conosciamo da qualche tempo ormai, eppure non so se tu sia “buono o cattivo”: non offenderti, ma in quel mondo, che siamo noi, chiunque ha degli aspetti luminosi e altri meno belli. Eppure, io ho fatto mia questa massima, che lessi ormai diversi anni fa, quando ero ancora matricola: “Ogni uomo vale il sangue di Cristo”. Dal momento in cui la lessi, cambiò in me completamente il modo di vedere il mondo e gli altri. Se Lui si è sacrificato morendo in croce per me, ma anche per il peggior uomo sulla Terra, significa che ogni persona vale di più delle sue azioni, e la sua importanza va ben oltre quello che fa, giusto o sbagliato che sia».

Matteo seguì il discorso del suo amico con grande attenzione, e ancora una volta, come spesso gli capitava quando era con lui, ripeté le sue parole, come per ricostruire il filo del discorso.

Poi chiese: «Quindi sei cristiano? Cioè, credi?»

«Sì», rispose Greg, con una grande luce negli occhi ed un sorriso.

«Non da sempre, ma qualche anno fa è successo un episodio che mi ha cambiato molto. Se ti va, te lo racconto». Il temporale lì fuori era in una sorta di pausa, mentre l’orologio scorreva inesorabilmente: l’inizio della loro lezione si avvicinava.

«So di non aver risposto a tutto, ma ora dobbiamo andare: non vorrai che la lezione di “Strumenti multimediali” ti veda assente: tu sei uno dei più grandi fruitori di social che io conosca» aggiunse Greg, mentre tirava fuori dalla tasca destra del suo giubbino il portafoglio nero. 

«Aperitivo offerto, vai tranquillo» disse Matteo, che avrebbe volentieri continuato la conversazione.

Gli spunti e le riflessioni date dal suo amico in quei 45 minuti erano sufficienti per una settimana di riflessioni. Si sentiva come chi, tornando da un lungo viaggio, si poteva finalmente rifocillare ad una sorgente di acqua fresca, ma senza poter estinguere pienamente la propria sete. Quella conversazione doveva continuare, lui voleva chiedere ancora molte cose. Per essere sicuro di non dimenticarsi nulla, si appuntò le tematiche principali, con il fermo intento di chiedere chiarimenti all’amico una volta terminata la lezione.

Arrivarono appena in tempo per l’inizio della lezione, e questa volta la mente di Matteo si focalizzò completamente sul docente che stava illustrando loro le corrette tecniche per la realizzazione di un podcast: la frontiera del giornalismo si era ormai allargata anche a questa forma di comunicazione, e nel mondo sempre più digitale un buon podcast vale forse più di un articolo scritto in maniera magistrale. 

Furono due ore molto produttive, e molte idee vennero fuori ai corsisti, che per poter superare quell’esame avrebbero dovuto realizzare un progetto originale per un podcast.

Matteo marcò Greg all’uscita: non aveva dimenticato che la loro conversazione meritava almeno un secondo tempo, se non anche i tempi supplementari.

Una volta fuori, furono sferzati dal vento del nord, che era arrivato insieme al temporale: non pioveva più, ma il freddo si faceva sentire.

«Senti Greg, ce li hai ancora cinque minuti? Vorrei continuare la nostra conversazione. Mi hai messo in testa più domande di quelle a cui mi hai risposto» esordì Matteo. Sapeva di avere l’allenamento in palestra, ma quelle domande da porre al suo amico gli sembravano molto urgenti e meritevoli di una risposta.

«Ma certo, volentieri» gli rispose Greg, ed entrambi si recarono di corsa sotto il lungo porticato che poteva garantire loro il riparo dal freddo e una panchina.

«Da buon giornalista in erba, mi sono segnato alcune cosette: è come se ti facessi un’intervista» disse sorridendo Matteo, che aveva tirato fuori il cellulare e aperto l’app su cui si era segnato le domande rimaste irrisolte dalla conversazione precedente.

«-Il mondo va salvato?

-Cos’è la bellezza?

-Perché credi? Cosa ti è successo?»

Erano queste le domande di Matteo, che il ragazzo rivolse al suo amico.  

Greg si sistemò i guanti e la sciarpa, e cominciò:

«Per rispondere alla tua prima domanda… Sì, il mondo va salvato. Pensi forse che il mondo sia perfetto così? No, affatto. Però dimmi: hai mai percepito che le cose, tutte le cose, avessero nel fondo un qualcosa di positivo, o di buono? Come un lontano ricordo, o un’antica nobiltà che non sempre si vede. Io credo, anzi so, che le cose che esistono, tutte eh, compresi me e te, non siano destinate ad essere inghiottite da una spirale di male e negatività, oppure a finire con il decadimento e la morte. Tutti, nel cuore, portiamo un desiderio di infinito, e questo desiderio di infinito ci può suggerire con assoluta certezza che non tutto quello che c’è quaggiù ci possa bastare, e che la morte non possa e non debba essere l’ultima parola. Da questa dissoluzione, e dal male che c’è nel mondo, il mondo stesso DEVE essere salvato. Ma è stato già salvato, e proprio dalla bellezza» rispose Greg, con lo sguardo che si rivolse verso la luna che cominciava ad intravedersi oltre le nuvole.

«Sì, sicuramente riconosco che c’è questo desiderio di infinito. Però so anche che tutti noi cerchiamo di riempirlo, in qualche modo. Abbiamo dei mezzi…» accennò Matteo.

«E pensi che funzionino? Sapresti elencarmi alcuni di questi mezzi?» fece Greg.

«Il divertimento, il denaro, un buon lavoro, la salute… questi sono i mezzi che abbiamo per essere felici, per salvarci dalla tristezza e dal non senso» rispose Matteo, che aveva però intuito un punto debole nella sua argomentazione. 

Punto che fu prontamente ripreso dal suo amico: «Sono cose positive, non dico di no. Ma quando finiscono? O quando non ci sono? Con cosa possiamo salvarci da un senso di oppressione e di tristezza? Di non senso e di fine? La risposta ad una domanda di infinito non può essere qualcosa di finito. È per questo che ti ho detto che il mondo è stato salvato, e c’entra la bellezza» disse Greg, modulando con attenzione il tono della voce nelle sue ultime due frasi.

«E cos’è la bellezza?» lo incalzò Matteo, conscio di essere arrivato forse al centro della questione.

Greg gli rispose: «Più che una cosa, io ho capito che è una persona. E questa persona è Gesù Cristo. Nella mia esperienza, tutto quello che ho vissuto mi ha lasciato insoddisfatto, vuoto: una famiglia benestante alle spalle, la moto, la discoteca e i soldi nei weekend, le amicizie giuste, un bel giro di ragazze… Avevo tutto, ma non mi bastava. Non mi è bastato. Volevo altro, volevo di più. Tutto mi sembrava bellissimo e figo, ma mi rendevo conto che tutto finiva, che tutto era limitato. Ho cominciato quindi a leggere moltissimo, soprattutto le filosofie orientali. Ma era tutta teoria, rimaneva su carta. Andai a provare anche alcuni corsi di yoga e meditazione, ma sentivo sempre che non mi bastava, mancava qualcosa, mancava qualcuno. Una sera mi trovai a passeggiare in centro, da solo… Ero appena uscito da uno di quegli incontri di meditazione, ma ero ormai disilluso, perché non sembravano rispondere a questa mancanza. Alcuni ragazzi mi invitarono in una chiesa per un incontro: capirai, io non mettevo piede lì dalla mia prima comunione… Però i ragazzi erano gentili, dicevano che alla fine c’era anche un aperitivo gratuito. Non so se per la fame o per cosa, ma decisi di seguirli. Come ti dicevo, non ero un frequentatore di chiese, e non sapevo minimamente cosa fare. Mi misi seduto, mentre tutto intorno a me era buio, illuminato solo da alcune candele. C’erano dei ragazzi a suonare, e l’unico punto illuminato con un faretto era il centro della chiesa: su un altare c’era un oggetto che non avevo mai visto ed al suo interno un piccolo disco bianco. Si sentiva un ottimo profumo di incenso, e tutti erano in ginocchio. Io non sapevo cosa fare, e rimasi seduto. Non riuscivo però a smettere di guardare quello strano oggetto lì in fondo. Aveva un qualcosa di magnetico, non so. Qualcuno lesse al microfono alcune parole, che non dimenticherò mai. Le parole erano queste: “Tu ci hai fatti per te, o Signore, ed il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Sai quando ti sembra che qualcuno ti stia leggendo dentro? Quella era la mia condizione, che da tempo mi portavo dentro! L’inquietudine… Questa strana coincidenza mi rimase in mente fino alla fine di questo incontro, e al termine rimasi seduto un po’sulle mie, riflettendo. C’erano stati canti e altri avevano letto altre frasi, ma io ero rimasto fermo lì. I ragazzi che mi avevano invitato si avvicinarono e si misero a parlarmi: notai che in loro c’era uno sguardo diverso da quello che comunemente si vede in giro; era uno sguardo che… che mi voleva bene, anche se ovviamente nessuno mi conosceva. Non mi conoscevano, è vero, però erano così disponibili e gentili con me! Mi fermai con loro per l’aperitivo, rimanendo comunque un po’ in disparte. Quella frase continuava a rimanermi stampata nella mente. Durante la cena, si avvicinò a me un uomo di mezza età, con occhiali e barba folta: un frate. Non ne avevo mai visto uno da vicino, e all’inizio non sapevo neanche come rivolgermi a lui. Gli diedi del lei, ma lui mi invitò con un sorriso a dargli del tu. Mi chiese il mio nome, e come fossi arrivato lì. Cominciammo a parlare un po’ o, meglio, gli parlai io. Gli esposi i miei dubbi, e quella frase che mi tormentava. Lui sorrise, e non rispose nulla. Disse solo: “Credo che tu sia nel posto giusto al momento giusto”. Si allontanò e tornò da me qualche minuto dopo; mi portò un piccolo segnalibro, che aveva questa frase: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Un’altra frase che mi rimase impressa».

Il tardo pomeriggio era ormai diventato sera, e i minuti trascorsi furono ben più di cinque. Stettero lì a parlare per più di due ore, e ovviamente l’allenamento di Matteo saltò.

Il ragazzo, però, non riusciva a smettere di ascoltare Greg: la curiosità e le similitudini con la sua vita lo colpirono molto, e voleva saperne di più.

Greg continuò: «Dopo quel primo incontro e quelle due frasi, rimasi in contatto con quei ragazzi. Una volta a settimana facevano un incontro in cui si parlava di diversi temi, e io cominciai a partecipare. Con loro si stava bene, non ti facevano sentire né giudicato né fuori posto: erano ragazzi normali, ma con qualcosa in più. Rispettavano molto il pensiero dell’altro, e non giudicavano mai; erano molto gentili gli uni con gli altri. E parlavano sempre di Gesù. Ne parlavano come se fosse qualcuno di reale, un loro amico quasi. Visti da fuori potevano sembrare degli esaltati, ma io che cominciavo a conoscerli mi rendevo conto che erano normalissimi, e che credevano in quello che dicevano. Il frate che avevo conosciuto al primo incontro mi consigliò di leggere un vangelo: una noia, pensai all’inizio. Mi resi conto però che mi aveva dato da leggere il vangelo più breve, e questo mi permise di finirlo in pochi giorni. Ogni parola, ogni gesto di questo Gesù, era di duemila anni fa, eppure quando leggevo tutto mi sembrava attuale, vivo, presente. E piano piano, senza quasi che me ne accorgessi, iniziai a pregare. Non sapevo come farlo, io parlavo un po’ come facevano gli altri ragazzi, come ad un amico. Non ho sentito voci, tranquillo! Ho sentito però una grande pace. Una pace che non avevo mai sperimentato. Una pace che ha riportato la calma lì dove c’era la tempesta, l’inquietudine. 

Sono passati ormai alcuni anni da quel primo incontro, e posso dirti che per me la bellezza ha un volto e un nome. Gesù. Il nome ed il volto di un amico; il volto ed il nome di qualcuno che ha dato un senso alle mie giornate, ai miei sogni, alle mie speranze, alle mie fatiche, alle mie difficoltà. Qualcuno che mi ama per quello che sono, e non ha esitato a morire per me, senza che glielo chiedessi.

Qualcuno che ha riempito quell’inquietudine e quella mancanza di senso, che ha reso più belli i momenti belli e pieni di senso anche i momenti difficili.

Qualcuno di cui so di potermi fidare. Magari crederai che sia matto, ci sta. Però questa è la mia definizione di bellezza: la gentilezza è una parte della bellezza, e la bellezza, più che qualcosa, è una persona, che rende bello tutto e dà un sapore nuovo alla vita, e ti fa respirare a pieni polmoni». 

Greg concluse il suo racconto con gli occhi lucidi, guardando il suo amico con uno sguardo pieno d’amore.

«Se tu vuoi, questa bellezza è anche per te» continuò, dandogli una pacca sulla spalla e scandendo bene questa frase. 

Matteo era come tramortito: il racconto del suo amico, la forza delle sue parole, il luccichio nei suoi occhi… Sicuramente non raccontava balle, era qualcosa in cui credeva davvero. Non gli fece altre domande e rimase in silenzio. Entrambi guardavano il cielo, ora sgombro da nuvole e coperto di stelle. 

Quella sera Matteo non andò all’allenamento, e tornò a casa dopo essersi congedato da Greg. Il racconto del suo amico lo aveva colpito, aveva trovato alcune analogie con la sua storia. Era una storia che lo attirava, ed in particolare, lo attirava quell’invito fattogli da Greg: “Se tu vuoi, questa bellezza è anche per te”. La desiderava davvero una bellezza vera, che non sfiorisse; una vita piena, e non solo di lavoro o di cose da fare. Il suo amico gli aveva raccontato una storia per alcuni versi un po’ strana e astratta, ma gli sembrava che fosse più vera di tante altre cose concrete che aveva sentito. Greg sembrava un ragazzo diverso dagli altri, e forse aveva capito il perché: quella luce che aveva negli occhi poteva forse spiegare il perché dei suoi gesti, del suo modo di fare e di comportarsi. Era “bello”, nel senso che guardando lui quella bellezza di cui parlava si poteva intravedere. Certo, non era perfetto, ma negli altri suoi amici non aveva mai trovato una profondità simile. Si parlava di lavoro, di donne, di sport… Una conversazione sulla bellezza gli mancava. E soprattutto, nessuno gli aveva mai parlato così apertamente di fede, o di Gesù. Era quello un argomento che lui non aveva mai affrontato, e non perché fosse contrario, ma perché non aveva mai trovato il tempo ed il modo di approfondirlo. Forse era arrivato il momento, e Greg poteva essergli d’aiuto.

La giornata volse al termine, e Matteo si mise a letto. Quel fine settimana non prevedeva lavoro e lezioni: poteva finalmente tirare un po’ il fiato.

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