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Con cosa ti identifichi? Il Livello Ontologico

Per garantire un senso sostanzialmente e stabilmente positivo della propria identità e dare all’uomo un senso adeguato del proprio io, non basta sapere di possedere tante doti, occorre sapere per chi e perché usarle, in quale modo e per quali obiettivi. Si tratta di ancorare la propria identità a contenuti più radicali, quali quelli offerti dal livello ontologico. A questo livello ci si definisce per ciò che si è e ciò che si è chiamati ad essere. 

Detto altrimenti, scopriamo e costruiamo la nostra identità attorno alla relazione tra l’io attuale, ovvero ciò che crediamo di essere in questo momento, con i nostri bisogni e potenzialità, e l’io ideale, ovvero ciò che vorremmo essere, con i suoi valori oggettivi e le sue finalità. Non si decide più il nostro valore sulla base dei doni e dei talenti che abbiamo, ma in base a quello che si è nel più profondo della nostra identità attuale e ideale. 

Per identificarsi a livello ontologico è necessaria la presenza di entrambe le componenti, io ideale e io attuale. L’uomo infatti non può essere considerato solo in funzione dei suoi bisogni attuali, ma possiede potenzialità positive che lo abilitano a rispondere efficacemente ad una chiamata oggettiva. 

Inoltre, occorre trovare il giusto equilibrio tra queste componenti; è necessaria una distanza tra ciò che ogni uomo pensa di essere e ciò che sente di dover essere. Io attuale e io ideale non possono identificarsi, né essere confusamente sovrapposti; se infatti coincidessero, non ci sentiremmo più spinti a migliorare o a cambiare. D’altro canto, io attuale e io ideale non devono essere neanche troppo distanti, altrimenti nessuno potrebbe crescere perché si arrenderebbe a questo divario incolmabile.  

Si considera ottimale quella distanza tra io attuale e io ideale che da un lato è percorribile e accessibile, dall’altro salva la natura del valore ideale che è di per sé mai completamente raggiungibile; si definisce quindi in un rapporto di equilibrio tra questi due opposti. È importante ricordare che si tratta di un equilibrio non statico ma progressivo: più ci si accosta al valore, più se ne avverte la trascendenza (in senso frankliniano, cioè che porta l’uomo verso l’altro), più è attraente, più è esigente. Secondo Cencini, per muoversi verso un sano concetto di sé, occorre anzitutto recuperare un senso positivo dell’io attuale. E non a caso usiamo il termine recuperare e non acquisire o conquistare in quanto si parte dall’assunto che dentro l’uomo ci sia già la luce e che questa sia solo da riscoprire. Dentro di noi c’è luce e possiamo accorgercene da tutte le capacità che ci appartengono che sono volte al bene: siamo capaci di amare, di appassionarci, di dimenticarci di noi stessi per darci a un altro. Sono tutte caratteristiche che appartengono a tutti noi. 

È sicuramente vero che queste energie possono essere usate dall’uomo in senso distruttivo, ma resta il fatto che ha in sé la capacità di voler bene e di essere creativo, in funzione di precisi valori.

Come afferma Viktor Frankl: “L’uomo è l’essere che ha inventato le camere a gas, ma è anche l’essere che è entrato in esse a fronte alta, sulle labbra il Padre nostro o la preghiera ebraica per la morte”. 

Quando arriviamo al livello ontologico, questa creatività ha sempre meno bisogno di gratificazioni esterne (fama, lodi, ecc.) semplicemente perché già contiene in sé un motivo di gratificazione profonda, quella di aver dato all’uomo la possibilità di offrire qualcosa di sé alla realtà, svelando l’unicità e la singolarità della propria persona. La vera gioia, come direbbe Gesù, viene semplicemente dal donarci.

La nostra capacità di donarci in modo creativo è un dovere che dà valore e colore alla vita, senza bisogno di fare cose grandi e famose, e ci arricchisce, consentendoci di sentirci degni di stima, indipendentemente dalla quantità e la qualità dei nostri talenti o delle nostre opere. 

Più scopriamo la luce che abita in noi e ritroviamo il gusto di essere noi stessi, più siamo capace di apprezzare e sfruttare quelle qualità peculiari che anche noi, come ogni essere umano, possediamo in modo assolutamente originale, senza passare tutta la vita a rimpiangere ciò che non abbiamo. 

A livello cristiano, questa stima di sé riceve una nuova e preziosa conferma dalla coscienza di esser fatti a immagine e somiglianza di Dio, garanzia più forte e significativa di una positività che è inscritta profondamente dentro di noi fin dalla nostra creazione. La coscienza di questa somiglianza non è da intendere in senso narcisistico, ma come umile consapevolezza che ogni uomo è stato pensato in maniera unica e personale da Dio, e in quello si scopre amato da Dio come Padre.

L’uomo dunque ha in sé delle potenzialità positive che, tuttavia, finché non si attualizzano, restano un fatto teorico, esattamente come progettare una macchina super veloce, senza costruirla mai. Queste potenzialità hanno bisogno di un criterio preciso per essere canalizzate. L’io attuale, in altre parole, non è sufficiente a spiegare tutto l’uomo, né può dare un senso completo e definitivo della sua identità. C’è nell’uomo un’esigenza fondamentale: il bisogno di rivelazione. 

L’uomo ha bisogno di sapere chi è chiamato ad essere, l’altra parte del dinamismo, l’io ideale. In senso cristiano la vita viene ricevuta in dono, ed è un cammino di cui l’uomo non conosce l’origine e tanto meno il fine; solo Colui che gliel’ha data, deponendovi una traccia di sé, gliene può svelare il senso più profondo e il posto preciso che deve occupare in essa. Questo senso è il contenuto dell’io ideale dell’uomo. In esso l’uomo ritrova sé stesso e quello che è chiamato ad essere, scopre sé stesso così come è stato pensato dal suo Creatore. 

Nei valori che costituiscono il suo io ideale, egli non coglie delle semplici norme da seguire o modelli da ricopiare, ma la rivelazione del proprio io, una realtà da interiorizzare, da far sua, da render viva nella propria carne. L’identità dell’uomo ha, a questo punto, un preciso punto di riferimento, ed è definitivamente sottratta alle continue seduzioni dei livelli corporale e psichico, livelli che promettono una percezione positiva di noi stessi facile ma anche instabile. Quando la persona entra in questa dinamica tra io attuale e io ideale, la sua stima e la sua identità sono stabilmente radicate in una stima positiva di sé. Non vi è rinuncia, e neppure sarebbe giusto e possibile, alle ricchezze dei suoi livelli psichico e corporale, ma le interpreta e gestisce dando loro un significato del tutto nuovo.

In questa settimana ti invito a fare un esercizio. Prendi un foglio di carta e su un estremo del foglio scrivi 10 volte io sono e completa la frase con 10 aggettivi che ti caratterizzano. Ad esempio, io sono studente, io sono cristiano, io sono fidanzato, io sono bello, io sono… secondo ciò che ritieni di te. 

Sull’altro capo del foglio fai la stessa cosa, scrivendo però anziché io sono, io vorrei essere…

Quanta differenza c’è tra chi sei e chi vorresti essere? cosa puoi fare metterti nel giusto equilibrio in questa distanza?

Antonio Pio Facchino

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