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Il ritorno all’essenziale

Mercoledì 2 marzo abbiamo celebrato l’imposizione delle Ceneri. E’ un momento solenne che apre la Quaresima e ci indirizza verso la Pasqua.

Quando pensiamo alle Ceneri, subito ci viene in mente la frase “polvere sei e polvere ritornerai”, immediatamente seguita da uno stato d’ansia. Difatti, questa frase riporta alla nostra mente la consapevolezza della morte, qualcosa che facciamo di tutto per dimenticare nella nostra quotidianità. Dopotutto, chi mai vorrebbe vivere ogni giorno pensando che un domani non ci sarà più? Forse perderemmo totalmente di vista il senso di ogni cosa.

Ma l’intento di questa festività non è metterci in ansia o, parafrasando Massimo Troisi, di ricordarci che dobbiamo morire. Si tratta di un primo invito a tornare all’essenziale. E se la Quaresima è il viaggio che ci porta a tornare all’essenziale, il mercoledì è il giorno in cui prendiamo le valige e usciamo dalla porta di casa. 

Ma cosa significa esattamente tornare all’essenziale? Perché la Chiesa ci consiglia questi 40 giorni per quello che comunemente viene chiamato deserto?

Due chiavi di lettura ce le danno i vangeli di mercoledì scorso e di domenica prossima.

Nel vangelo del Mercoledì delle Ceneri infatti (Mt 6,1-6.16-18), Gesù ci invita a fare tre cose durante la Quaresima: elemosina, preghiera, digiuno. 

Se notiamo bene, Gesù sta parlando delle tre dimensioni fondamentali della nostra vita: il rapporto con gli altri, il rapporto con Dio e il rapporto con noi stessi. 

Queste tre dimensioni possiamo considerarle quel ritorno all’essenziale che ci viene consigliato, perchè è ciò che veramente conta. Sono le tre dimensioni più importanti e di qui l’invito a coltivarle.

Ma noi non siamo perfetti, e tutti noi abbiamo delle cose in cui desideriamo crescere in ciascuno di questi ambiti. Forse non passiamo molto tempo con la nostra famiglia o con i nostri amici, perché troppo intenti a studiare o a lavorare. Forse pensiamo sempre che un pensiero ogni tanto a Dio basti per avere un rapporto con lui e mettiamo la preghiera infondo alla lista delle cose da fare. Forse abbiamo qualche conflitto interiore che ci impedisce di essere felici o di stare realmente bene. Le situazioni possono essere tante e disparate, perché ognuno di noi sa cosa si porta nel cuore. 

Ma per poter lavorare su questi aspetti, è necessario anche aver chiaro dove sono le nostre difficoltà nel praticarle, da dove hanno origine e con che mezzi combatterle. E qui ci viene in soccorso il vangelo di domenica (Lc 4,1-13): Gesù che entra nel deserto e affronta la tentazione. 

Cosa significa entrare nel deserto? Vuol dire mettere da parte, per un tempo, ciò che ci sembra importante, per potersi concentrare su queste tre dimensioni. Vuol dire fare spazio in noi stessi e nel nostro cuore alla nostra voce e a quella di Dio. Ovviamente ciò non vuol dire andarsi a chiudere in un eremo per 40 giorni. Abbiamo un lavoro, abbiamo da studiare e vari impegni nella giornata. Ma l’invito che ci rivolge Gesù è di ricollocarle al giusto posto. Dai la priorità a ciò che è veramente importante, togli il superfluo. 

Ad esempio, qualche anno fa scelsi di non toccare i social durante il periodo della Quaresima. Mi ero accorto che stavano occupando troppo spazio nella mia vita. Ogni volta che avevo 20 secondi liberi, aprivo Facebook o Instagram, tanto per intervallare il tempo, e neanche ci facevo caso. Non stavo facendo nulla di male. Eppure, una volta tolti, scoprii che avevo molto più tempo a disposizione che potevo dedicare a chiamare un amico, sentire come stava.

Ecco un esempio di come il digiuno non è stata una privazione, ma mi ha permesso di fare spazio a qualcosa di più bello. Allo stesso modo l’elemosina, cioè il rapporto con gli altri, ci aiuta a ricordare che abbiamo bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di noi. Siamo esseri in relazione e avere un tempo per ricominciare a donare gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, ha un valore inestimabile. Per elemosina non intendiamo solo il lasciare gli spiccioli alla persona che incontriamo fuori al supermercato o alla chiesa, ma effettivamente donare a chi è nel bisogno. Puoi donare del tempo ad un tuo amico, puoi donare i tuoi appunti universitari ad un collega, puoi dare una mano al tuo collega in difficoltà e così via. 

Queste rinunce però possono essere pesanti e noi siamo molto bravi a giustificarci per il male che facciamo o il bene che non facciamo, quindi forse avremo la tentazione di tornare indietro, di ripensarci perché sradicare un’abitudine è difficile. Proprio per questo, Gesù ci da il grande consiglio: con la tentazione non si dialoga, ma si risponde con la Parola di Dio. 

Per questo motivo il tutto va condito con la preghiera, perché, come diceva Gesù “senza di me non potete fare nulla”. La preghiera ci ricorda il motivo che ci spinge a compiere questo cammino e ci rimette in relazione con Dio, ci dona la forza di continuare a camminare e ad essere costanti è fedeli. Dà sapore a queste tre dimensioni e ci ricorda chi siamo davvero, ma soprattutto, ci ricorda di essere amati per chi siamo. Solo da quell’amore possiamo essere capaci di amare gli altri, Dio e noi stessi. 

Perché, come disse il noto filosofo Kierkegaard riferendosi a Dio: “Tu ci hai amati per primo”.

In questo tempo ti invito a riflettere su cosa ritieni fondamentale e di metterlo da parte per questo tempo di Quaresima, chiedendo la grazia e l’aiuto di Dio per dedicarti invece a una di queste tre dimensioni in particolare in cui desideri crescere: rapporto con Dio, rapporto con gli altri, rapporto con te stesso e di scriverlo assieme alla motivazione, per poterci ritornare nei momenti difficili e vedere come il tuo desiderio si realizza nella Pasqua. 

Antonio Pio Facchino

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