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Esiste la terra promessa? Ovvero: Esiste la felicità?

Pochi giorni fa ho partecipato ad un incontro in università sul valore ebraico-cristiano della ricerca in senso scientifico e teologico. Hanno partecipato moltissime persone, tra consacrati, laici, professori, prefetti, ebrei e cristiani. L’incontro è stato molto interessante ma ciò che mi ha colpito di più è stato che, alla fine dell’incontro, si è dato spazio alle domande e un ragazzo, di soli 16 anni, si è alzato è ha chiesto: “Esiste una terra promessa?”. 

Se sentissimo una domanda simile da qualcuno, forse la nostra prima reazione sarebbe quella di consigliargli di pensare di meno e godersi di più la vita. Nel peggiore dei casi, l’avremmo considerato strano. Ma per quale motivo? 

Infondo, questo ragazzo stava chiedendo: “esiste la felicità?”. 

Questa, come altre domande, albergano nel cuore dei ragazzi di oggi, e sono domande che esigono una risposta, ora più che mai. 

Secondo le ultime stime disponibili, contenute nel nuovo rapporto UNICEF (La Condizione dell’infanzia nel mondo – Nella mia mente: promuovere, tutelare e sostenere la salute mentale dei bambini e dei giovani) più di 1 adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato; tra questi 89 milioni sono ragazzi e 77 milioni sono ragazze. 86 milioni hanno fra i 15 e i 19 anni e 80 milioni hanno tra i 10 e i 14 anni. L’ansia e la depressione rappresentano il 40% dei disturbi mentali diagnosticati. I tassi in percentuale di problemi diagnosticati sono più alti in Medio Oriente e Nord Africa, in Nord America e in Europa Occidentale.


Quasi 46.000 adolescenti muoiono a causa di suicidio ogni anno – più di uno ogni 11 minuti – una fra le prime cinque cause di morte per la loro fascia d’età. Per le ragazze fra i 15 e i 19 anni è la terza causa di morte più comune, mentre per i ragazzi nella stessa fascia di età è la quarta più comune. In Europa occidentale diventa la seconda causa di morte fra gli adolescenti fra i 15 e i 19 anni, con 4 casi su 100.000. [1]

Sicuramente, le cause di tanta sofferenza e di tanti problemi psicologici sono varie. Eppure, c’è n’è una che forse non prendiamo mai abbastanza in considerazione: la necessità di valori, ideali, di qualcosa in cui credere di cui tutti, giovani, adulti e anziani abbiamo bisogno. Abbiamo necessità di qualcosa di più alto. Sant’Agostino diceva: “Ci hai fatti per Te Signore e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.[2]

Quanto detto, sarà confermato secoli più tardi da un grande psicoterapeuta, Viktor Frankl, il quale teorizza il concetto di nevrosi noogena, ovvero quello stato di smarrimento conseguente al non trovare un senso alla propria esperienza, il quale porta alla perdita dell’identità psichica. Detto altrimenti, se non riusciamo a dare senso a ciò che viviamo, perdiamo noi stessi fino al punto di ammalarci di depressione, ansia e altre patologie che oggi, purtroppo, caratterizzano la nostra società.

Da questo punto di vista, siamo abituati a pensare che se la nostra vita ha senso avremo la pace, altrimenti vivremo nell’angoscia. In un certo modo è così, ma penso che il vero punto non sia avere un definitivo senso della vita, quanto piuttosto, non smettere di continuare a cercarlo. Quello che ci muove non è solo il significato che diamo alla nostra vita, che potrebbe cambiare tra qualche anno per chissà quali motivi, ma il fatto stesso di cercare costantemente un significato in tutto ciò che facciamo. 

Ampliando la teoria di Viktor Frankl e il pensiero di Sant’Agostino, potremmo dire che il motivo per cui ci ammaliamo non è perché pensiamo che la nostra vita non abbia senso, ma perché ci arrendiamo a questa credenza e smettiamo di cercare. 

Ecco allora che, al giorno d’oggi, pieni di tutti gli stimoli e le compensazioni che ci dà il mondo, allontaniamo le reali domande della nostra vita, abbandoniamo la ricerca di senso. Questo però si ripercuote anche sulle nuove generazioni, che vivono un mondo a cui non è lasciato il testimone di questa ricerca. Forse per questo davanti a domande simili dei ragazzi come: “Esiste la terra promessa?”, preferiamo non rispondere e li consideriamo strani. Non perché non siamo capaci di rispondere a nostra volta, ma perché ci siamo arresi nella ricerca. 

Noi, parafrasando anche Massimo Recalcati[3], siamo chiamati non a dare risposte alle nuove generazioni, ma a passargli il testimone della ricerca, siamo chiamati a rispondere a quell’inquietudine di fondo come meglio possiamo, indicandogli una direzione, forse un’indicazione o semplicemente lasciandogli una testimonianza a nostra volta del fatto che, anche se non abbiamo le risposte, continuiamo a cercare, perché è quella stessa ricerca che ci da vita. Come dice una preghiera del salterio: “A quanti cercano la verità, concedi la gioia di trovarla, e il desiderio di cercarla ancora, dopo averla trovata”. 

In questa settimana quindi ti invito a chiederti se sai rispondere a questa domanda: “Esiste la terra promessa?” e soprattutto, stai ancora cercando o ti sei fermato? Il cammino può sempre riprendere, dipende solo da noi. 

E ti prendono in giro, se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle, forse è ancora più pazzo di te” (L’isola che non c’è, Edoardo Bennato).

Antonio Pio Facchino


[1] Link per scaricare il rapporto completo: https://www.datocms-assets.com/30196/1633421997-sowc2021report-in-sintesi.pdf

[2] Sant’Agostino, Le Confessioni, I,1,1

[3] Il Complesso di Telemaco, M. Recalcati (2013)

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