Cercatori di stelle
Capitolo 1
Matteo osservava dalla finestra le luci in lontananza, puntini luminosi su una tela scura. Il tardo pomeriggio in università, nel periodo autunnale, era così: scuro, con un freddo pungente, e con la lezione che non finiva mai. Gli sembrava di essere tornato a qualche anno prima, quando una giovane matricola varcava per la prima volta le soglie dell’ateneo; tante cose erano cambiate da allora, ma la vita lo aveva riportato di nuovo in quel luogo, uno dei più cari che avesse. La sua formazione non era ancora finita. La prestigiosa scuola di giornalismo che aveva cominciato a frequentare gli appariva un sogno da portare avanti e per il quale fare dei sacrifici. Si accorgeva che, rispetto agli anni universitari, studiare dopo aver conseguito la laurea, portando contemporaneamente avanti un lavoro, non era qualcosa che gli riuscisse facile, nella sua mente c’erano mille pensieri, mille distrazioni, l’attenzione si disperdeva in mille rivoli. Già, il lavoro: non era certo il lavoro dei sogni, del resto per iniziare spesso si fa quel che si trova e non sempre quello che si sogna.
«Che poi, con scienze della comunicazione, che vuoi sognare?», gli dicevano sardonicamente i suoi genitori e i suoi amici, abituati più ai fatti che alle parole. Eppure, a lui le parole piacevano molto, per la loro forza e la loro capacità di portare luce o tenebra, in base all’intenzione del comunicatore.
Fare il segretario in ben due studi per potersi permettere di pagare, vivere attaccato ad un telefono e ad un PC, gli limitava molto il contatto con la luce del sole e l’aria aperta, e solo la domenica riusciva a trovare del tempo per una corsetta all’aperto.
Per fortuna c’era la palestra, sua grande passione, che gli permetteva di alleggerire le sue giornate e di rilassare corpo e mente. Anche lì era al chiuso, è vero, ma allenare il suo corpo con la musica, non pensando a niente e permettendo al cervello un piccolo reset, era un vero toccasana. Lì non c’erano appuntamenti, impegni, lezioni, dispense, tesine, test o esami…lì c’era libertà. E c’erano anche le ragazze, il che non guasta mai. Matteo aveva avuto delle storie in passato, ma nessuna gli aveva riempito pienamente il cuore: sembravano non abbastanza per lui, serio e riflessivo, e stava cominciando seriamente a valutare la possibilità di rimanere solo, con qualche breve storiella ogni tanto. Zero “sbatti”, zero problemi, indipendenza: come si direbbe nello sport “massimo risultato con il minimo sforzo”.
Questo master gli aveva tolto le uniche due ore per sé, quelle del tardo pomeriggio, quelle che gli permettevano di fermarsi un attimo, riflettere ed entrare un po’ in se stesso.
La mattina e nel primo pomeriggio il lavoro, gli impegni in università subito dopo. Una vita con mille incastri.
Si sentiva come in un frullatore, sebbene fosse ben consapevole dell’importanza di tutte le attività che stava portando avanti: la sussistenza e l’indipendenza economica motivavano il suo lavoro, il desiderio di crescere professionalmente motivavano il suo ritorno al suo vecchio campus, per un nuovo percorso formativo.
La sua forza di volontà era incrollabile, e raramente dava segnali di cedimento; se Alfieri avesse un alter ego al giorno d’oggi, sicuramente il nostro Matteo sarebbe un validissimo candidato.
In mezzo alla lezione, si era perso nel turbinio dei suoi pensieri, sottofondo consueto che sovrastava anche la voce dell’illustre giornalista che quella sera era lì per un seminario importante.
Le luci sullo sfondo gli ricordavano quasi quelle di un presepe… Già, il presepe! Era ormai inizio dicembre, ed era proprio la stagione dei presepi. Si avvicinava Natale, e Matteo non se ne era minimamente reso conto. Del resto, con la sua vita pienissima, sembrava aver appena lasciato infradito e costume, e le calde spiagge del suo Salento. I mesi erano proprio volati, tra mille impegni. Mille impegni e tempo scandito dalla solita routine. Una vita piena di attività, senza dubbio. Ma ad un tratto, ritornò con il pensiero a quelle mattine d’inverno in cui da piccolo, con i nonni, andava in giro per il paese, a salutare i vecchi parenti e gli amici di famiglia. In tutte quelle case, che profumavano di mandarini, camino e dolci appena sfornati, si trovava calore, affetto, qualche regalino per lui e, immancabili, i presepi. Matteo era a lezione con il corpo, ma la mente era tornata indietro nel tempo, libera di volare senza il peso di una quotidianità spenta e asettica; era lì a vedere i piccoli personaggi del presepe, le pecorelle, il cielo stellato fatto con la cartapesta, il fiumiciattolo fatto con un rudimentale quanto efficace microsistema idrico. Era lì con la mente, e avvertiva una sensazione nuova o, meglio, nuovamente sperimentata. Il tempo sembrava rallentare, anzi, sparire, così come sparivano gli impegni sull’agenda, mentale e fisica: era solo davanti al presepe, davanti a dei piccoli personaggi di una storia lontana, eppure affascinante.
Il rapporto di Matteo con le cose religiose era quello che potrebbero raccontare in molti: dopo la prima Comunione, e la Cresima fatta alle medie, in chiesa ci aveva messo piede per qualche evento (matrimonio di amici o funerali da cui proprio non poteva esimersi), ma per il resto, poco o niente. Passi il fascino per il presepe, ma tutto il resto proprio non riusciva a capirlo. Non riusciva a capire perché le regole dei preti dovessero riguardare anche lui. Non capiva come un dio, di cui pure riconosceva statisticamente probabile l’esistenza, si curasse di lui, e non capiva perché lui, con i suoi gesti o le sue parole, potesse in qualche modo turbare o rallegrare questo essere supremo. Era contrariato quando sentiva rozze bestemmie o un atteggiamento che deridesse le persone credenti, ma nella vita aveva ben altro a cui pensare, e non aveva mai avuto il modo di risolvere i suoi dubbi, o approfondire la questione “fede”. C’erano dei momenti in cui qualche volta era andato vicino a sciogliere questo dubbio, o quantomeno a porselo: le lunghe passeggiate in montagna con i suoi amici storici, “Salva” e Andrea, lo avevano portato più di una volta sulle vette più alte d’Italia, e da lì la prospettiva suggeriva pace, serenità, riflessione. Come davanti ai presepi della sua infanzia, lì il tempo rallentava e gli affanni sparivano. Si sentiva in qualche modo “il re del mondo”, e avvertiva una bellezza che lasciava senza fiato, una bellezza che, bè, pur qualcuno aveva dovuto fare. O come quando, in riva al mare, nel suo amato mar Ionico, a 15 anni, aveva dato il suo primo bacio alla sua prima cotta delle superiori, Camilla: il bacio era stato l’apice di un inseguimento iniziato mesi e mesi prima, praticamente nei primi mesi del primo liceo, ed era un ricordo fantastico. A renderlo ancora più fantastico ci aveva pensato il tardo pomeriggio di una calda estate italiana: un regista di fama internazionale difficilmente avrebbe colorato cielo e mare in maniera così delicata, forte e sognante al tempo stesso. La cotta era passata, Camilla si stancò di lui e mirò ai due fighi del quarto anno, che avevano il vantaggio di essere i rappresentanti di istituto, ma non era passata quella sensazione di pienezza e di perfezione, che quel pomeriggio d’estate gli aveva regalato. Da allora, difficilmente aveva provato sensazioni così. Quella pienezza, quella spensieratezza, avevano ceduto il passo agli impegni, al controllo della propria vita, ai mille hobby e alle mille “cose da fare”, da vivere… Eppure quella pienezza gli sfuggiva, sentiva che mancava qualcosa… Quelle luci in lontananza gli avevano provocato una marea di pensieri e di ricordi, e sensazioni assopite e verso cui tendere…
«Mi sembra che ogni buon giornalista non possa prescindere da un principio, quello dell’onestà intellettuale, che ha ben sintetizzato in una frase Indro Montanelli: “Non ho potuto sempre dire tutto quello che volevo, ma non ho mai scritto quello che non pensavo”».
La sua mente si riaccese proprio nel momento in cui l’ospite citava una frase di un famoso giornalista. L’ultima cosa che aveva sentito era la prima esperienza del giornalista da giovane cronista, impiegato nella cronaca nera del suo paese… Cosa si era perso? Quanto si era perso?
«E con questa frase, che invita ciascuno di noi a mantenere sempre la schiena dritta ed un sano pensiero critico, posso liberarvi dall’incontro di questa sera. Auguro a tutti voi un radioso futuro come professionisti dell’informazione. Chissà, magari un giorno ci ritroveremo come colleghi…»
La lezione era andata via liscia, non tanto per merito dell’oratore, quanto per la capacità della mente di Matteo di volare lontano, nel tempo e nello spazio.
Si era completamente staccato dalla realtà, e non si era neanche reso conto che Greg, il suo collega e amico, aveva riempito almeno quattro pagine di appunti, mentre lui era fermo a due. Greg era analitico, con una grafia abbastanza irregolare, ma la differenza tra i loro appunti era facilmente attribuibile alla sua divagazione.
«Tranquillo Matte, poi te li passo… Se mi dai 50€, ti dico anche chi ha ucciso realmente Kennedy… lo ha detto il giornalista mentre tu eri con la testa tra le nuvole», gli fece Greg, mentre sistemava la sua borsa.
«Cosa?» disse Matteo, ancora distratto, con un tono tra il sorpreso e l’incredulo.
«Si, Kennedy. Hai presente il presidente americano, ucciso a Dallas nel 1963? Beh, lui. Tira fuori la banconota arancione e avrai appunti e nome», replicò Greg, con l’aria di chi pregusta l’affare.
«Ma una volta non eravamo amici io e te?», chiese Matteo, adesso più presente a se stesso e alla situazione.
«Auri sacra fames…», rispose sereno Greg, vecchio patito di Roma e della sua antica lingua. Il “desiderio di denaro” poteva prendere anche lui quindi, che Matteo aveva sempre visto in maniera diversa dagli altri.
«Bè, ti puoi tenere il tuo segreto e i tuoi appunti…Con 50€ ci pago il condominio di casa, mica li spreco per sapere chi ha ucciso Kennedy o per sapere vecchie storie strampalate di un giornalista mediamente celebre» dichiarò sicuro Matteo, convinto di poter recuperare gli appunti in altro modo. Non sarebbero stati quelli precisi e dettagliati di Greg, ma almeno sarebbero stati a costo zero, o al massimo al costo di un caffè alla macchinetta dell’università.
«Sconto natalizio per il futuro reporter di fama internazionale Matteo Spigati: appunti della lezione di oggi a costo zero! Per quanto riguarda l’omicidio Kennedy… Se hai voglia di approfondire, studia bene l’inglese e fatti assumere dalla FBI, a noi poveri corsisti non è stato svelato questo segreto» disse sorridendo Greg, che evidentemente lo stava prendendo in giro.
«Eri così serioso e con la testa tra le nuvole che ho provato a farti tornare sulla terra con una battuta: risultato raggiunto, a quanto pare».
«Certo che sei scemo vero Greg», fece Matteo, sciogliendosi in una risata.
«Per un momento ho pensato che volessi veramente speculare sulla nostra amicizia, che fossi un po’ come gli altri», aggiunse Matteo.
«E perché cosa sarei, un alieno? Ok, ho un nome un po’ particolare, che non si sente molto in giro… Ma a parte questo, ho due gambe, due braccia, due occhi e due orecchie come tutti gli altri. Anzi, se permetti, i miei occhi li possono prendere per i primi piani delle pubblicità, caro mio» disse beatamente Greg, uscendo dall’aula e lasciando, insieme a Matteo, gli uscieri dell’ateneo a chiudere la struttura, ormai al termine della giornata di lavori.
«Un alieno no, ma devo dirti che difficilmente prima ho trovato qualcuno come te: sorridi sempre, sei gentile e disponibile… La disponibilità e la gentilezza sono sempre più rare oggigiorno», accennò Matteo, già alle prese con il suo telefono, con mille notifiche.
«Se non ci si aiuta tra colleghi, come potremmo arrivare sani e salvi alla fine del corso? E più in generale, non è “la bellezza, che salverà il mondo”? Essere gentili con gli altri è una forma di bellezza. Non che sia sempre facile, ovviamente… ma se tu ci pensi, ci lamentiamo che il mondo vada male. E noi, cosa possiamo fare perché vada “meno male”, o “meglio”? Secondo me essere gentili risponde a questa logica», concluse Greg, mentre frugava nello zaino in cerca del tesserino magnetico utile per entrare in mensa.
“La bellezza salverà il mondo…” ripeté Matteo, fermandosi per un momento a guardare il cielo stellato che sovrastava la mensa universitaria, tappa di arrivo per il suo amico Greg.
Per qualche secondo l’aria frizzantina dell’autunno ed il chiarore lontano delle stelle lo aveva come rifocillato, ma l’arrivo di una notifica sul suo dispositivo e l’annesso messaggio audio su un gruppo Whatsapp lo aveva fatto tornare con testa e collo verso il basso.
«Cosa utile la tecnologia… Ma ci può rubare momenti preziosi», disse sommessamente Greg, come volendo suggerire, più che imporre, il pensiero all’amico; lui il cielo stava continuando a guardarlo, e respirava a pieni polmoni l’aria pura e asciutta della sera.
«Cavolo, ma è tardissimo!! Se non mi sbrigo rischio che il proprietario della palestra non mi faccia entrare!» esclamò Matteo, di nuovo pienamente presente nella conversazione, sebbene fosse con un piede praticamente pronto a scattare verso la sua auto.
«Ah già, la tua amata palestra… ma tu non stacchi mai?» gli chiese Greg, che si stava per incanalare nella fila per la mensa.
«La palestra è il mio svago… bella musica, un po’ di allenamento… belle ragazze… direi che non manca niente, a fine giornata» tagliò corto Matteo, che stava sistemando il quaderno degli appunti di Greg nello zaino per essere sicuro di non perdere nulla nella corsa verso la sua vecchia Ford “rosso Colorado”.
«Eppure… sotto sotto secondo me te ne staresti più volentieri qui con me a mensa a fare due chiacchiere, o a rilassarti sotto un portico a goderti le stelle di stasera, magari con una bella birra in mano… Non tutte le cose belle vanno di corsa, anzi…» fece Greg, ormai prossimo ad entrare nel grande portone che già faceva presagire la cena della sera, grazie agli aromi che ne uscivano.
«La mia vita è tutta una corsa, ed è proprio non fermarsi mai il segreto… Ciao custode delle stelle, a domani!» rispose Matteo, ormai già lontano qualche metro dal suo amico e pronto ad azionare il telecomando automatico della sua auto.
Matteo arrivò guidando al limite lungo le vie della città che si stava ormai silenziando. Quella palestra con chiusura alle 22:30 era una vera e propria salvezza, gli dava la possibilità di allenarsi ben quattro volte a settimana, o cinque, quando era più libero, senza compromettere il suo doppio lavoro e la scuola di giornalismo che ormai gli aveva sottratto il tardo pomeriggio.
«Ehi, bomber! Sei arrivato a due minuti dalla serrata! Un semaforo rosso in più e non potevi allenarti» gli disse sorridendo “Mr. T”, il proprietario della palestra, un omaccione robusto e alto con i capelli brizzolati. “Mr. T”, chiamato così perché appassionato della serie tv anni ’80 A-Team, apparteneva alla vecchia scuola dei palestrati, e aveva vinto molte gare in passato. Adesso aveva questa nuova attività e gli affari gli andavano bene, molto bene: infatti, Matteo e tutti quelli che si allenavano nell’ultima fascia giornaliera dovevano letteralmente sgomitare per poter trovare le postazioni libere, per non parlare delle panche. La musica era a palla, un corso formato prevalentemente da uomini di mezza età era nella sala adiacente a quella principale, e stava terminando, tra le urla dell’istruttrice e la fatica degli atleti.
Matteo si cambiò e mise le sue cuffie, chiudendosi al mondo: quello era per lui il momento più tranquillo della giornata, anche se paradossalmente il più faticoso dal punto di vista fisico.
Cominciò l’allenamento, dando uno sguardo a destra e a sinistra: meno ragazze del solito, più facce da palestrati, in piena tensione, rosse per lo sforzo. Una leggera delusione per la constatazione appena fatta balenò nella mente di Matteo, che aveva in programma per quella sera il micidiale “leg day”: riuscire a camminare senza troppi dolori al mattino seguente, con le gambe spremute ed allenate al massimo la sera prima, sarebbe stato un successo non da poco.
Iniziato il riscaldamento ed il primo esercizio, la mente di Matteo planò sulla giornata appena trascorsa: gli capitava spesso di fare un “recap” della giornata proprio lì, nella palestra di “Mr T”, anche nello sforzo più duro e nonostante le casse sparassero musica a tutto volume. Le decine di chiamate ricevute nello studio della dottoressa Alvirani, le pratiche da sbrigare nello studio del dottor Rombi, compreso il montaggio e la messa in funzione della nuova stampante bluetooth che non era stata molto collaborativa e aveva impiegato quasi un’ora per funzionare regolarmente… E poi il pomeriggio in università, con il seminario che gli aveva fatto incontrare, anche se da lontano, un giornalista alquanto celebre. Gli tornò in mente, però, anche quel momento in cui si era virtualmente assentato dall’aula 5, tutto intento a scrutare le luci in lontananza, quelle luci che gli avevano fatto pensare ai presepi, e soprattutto, al piccolo Matteo che, finalmente in vacanza dalla scuola, stava con i nonni e con loro andava a visitare parenti e amici. Gli tornò nella mente tutto questo, e anche quella sensazione di fascino che i ricordi del passato, e le luci dei presepi, gli avevano generato nel cuore. Arrivato al termine del penultimo esercizio, si mise al macchinario accanto al suo una ragazza, probabilmente più piccola di lui, e molto carina. Matteo fece finta di nulla e continuò ad allenarsi, ma dava occhiate furtive di tanto in tanto per vedere se la tipetta gli dava qualche sguardo oppure no.
«Carina questa, non l’ho mai vista… Sarà nuova…» pensava Matteo, che era ormai quasi esausto; “Bella davvero”, continuava a pensare, mentre un altro pensiero della giornata riemerse come svegliato da questa parola. “Bella… bellezza… la bellezza salverà il mondo…” la frase detta da Greg qualche ora prima gli balenò in mente, facendogli dimenticare per un attimo la moretta accanto a lui.
Il mondo doveva essere salvato? E da cosa? Certo, non era l’ideale, ma il mondo dopo tutto era sempre stato così, con luci ed ombre, e la vita scorreva sempre uguale da generazioni, con il solito ciclo, le solite fasi, periodi più o meno favorevoli… Era così, da sempre. E sempre sarebbe stato così. L’importante era vivere al massimo, cercando di farsi una posizione, di godere al massimo fin quando salute e soldi accompagnavano, e divertirsi sfruttando le occasioni che la vita ti dava. Vivendo così, forse, ci si poteva salvare dal dubbio e dalle tenebre, e dall’angoscia che non di rado faceva capolino nella vita degli uomini.
E poi, se qualcosa poteva essere utile a “salvare il mondo”, poco avrebbe scommesso sulla bellezza: forse i soldi, o il potere, o la notorietà, o una cura per prevenire la vecchiaia e donare all’umanità una lunga vita. Queste potevano essere delle cose utili a “salvare” il mondo, ma la bellezza… Più ci pensava e più pensava che il suo amico Greg fosse un po’ un sognatore, con la testa forse troppo rivolta alle stelle.
Ma quella frase, leggera e forse troppo sognante da un lato, e al tempo stesso forte e misteriosa dall’altro, continuò a tenergli compagnia, e rimase nei suoi pensieri fino al termine dell’allenamento, facendo passare in secondo piano l’allontanamento della ragazza che si era seduta accanto alla panca di Matteo per i suoi esercizi. Quando si girò per provare ad incontrare lo sguardo della ragazza che si era seduta accanto a lui poco prima, non trovò nessuno.
Per la seconda volta, in quella giornata, i pensieri lo avevano condotto lontano dalla realtà: questa volta era un po’ colpa di Greg, motivo per cui gli scrisse un messaggio dopo aver fatto la doccia ed essersi messo in macchina: «Mi sei costato un probabile caffè con una ragazza, tu e la tua filosofia… domani offri un aperitivo per farti perdonare!».
Matteo tornò a casa distrutto, cucinò la sua classica porzione di riso che condì con del tonno, e accompagnò il tutto con un sano passato di verdure. Tempo mezz’ora, ed era già a letto, per ricaricare le energie in vista della giornata successiva.
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