Da cosa capiamo che una pianta sia stata curata bene ed abbia fatto il suo lavoro se non dai frutti che ne cogliamo? Più una mela è buona, più vuol dire che il coltivatore si sia preso cura dell’albero, aiutato dal clima adatto e dalla natura. La stessa cosa riguarda noi: i frutti della nostra vita, più o meno grandi, derivano soprattutto dalla cura dei nostri genitori che ci hanno educati e formati al meglio delle loro possibilità per renderci ciò che siamo adesso. Non a caso, da bambini, spesso gli adulti ci dicevano “sei come tuo padre o tua madre”. 

Ma perché sto facendo questo discorso? Papa Francesco, l’8 dicembre scorso, ha indetto un anno affidato alla figura di san Giuseppe, in occasione del 150° anniversario dalla dichiarazione del santo come patrono della Chiesa universale. Era esattamente l’8 dicembre 1870 e l’allora papa Pio IX (lo stesso che promosse nel 1864 il dogma dell’Immacolata Concezione come abbiamo visto la scorsa settimana) decise di affidare a Giuseppe il “compito” di protettore di tutta la Chiesa, trovando in lui una serie di qualità che lo rendevano adatto al compito. San Giuseppe è il “santo della discrezione” di cui sappiamo poco o nulla attraverso i Vangeli ma che, allo stesso tempo, conosciamo tutti. Ma non occorre gettare lo sguardo troppo lontano dalla “pianta” per comprendere la santità di quest’uomo: se è vero il discorso iniziale, possiamo vedere nel comportamento di Gesù i frutti dell’amorevole paternità di Giuseppe e in quello di Maria quelli della fedeltà coniugale di uomo che è stato investito di un grande compito, più grande di lui ma non per questo impossibile. Mi ha sempre colpito un aspetto della storia di Cristo, sul quale vorrei soffermarmi un attimo: avete mai pensato al fatto che Gesù sia stato educato da due genitori che sapevano chi fosse veramente ma che comunque gli hanno indicato la strada giusta, rendendolo l’uomo che poi è diventato? Giuseppe è quel carpentiere che ha accolto nella sua vita Maria, che l’ha accompagnata nonostante il parto imminente a Betlemme per il censimento, che si è affannato per cercare un luogo dignitoso per permettere al Figlio di Dio di venire al mondo, che con coraggio ha preso con sé la sua famiglia fuggendo in Egitto per evitare la furia di Erode, che si è arrangiato nel trovare un lavoro in terra straniera per mantenere la sua casa, che è andato a Nazareth ricominciando tutto d’accapo, che ha insegnato a Gesù un mestiere, piallando con lui il legno e gioendo nel vederlo realizzare i suoi primi lavori, subendo anche l’umiliazione e il giudizio altrui, che ha amato la sua famiglia più di sé stesso, restando spesso nell’ombra e nel silenzio. La vita di san Giuseppe non lascia indifferenti ma ci tocca nel profondo del cuore perché ci fa sentire simili a lui: un uomo semplice che, nella perseveranza e nella fedeltà agli impegni quotidiani, è stato il primo santo della Chiesa fino a diventarne il protettore. 

Papa Francesco ha voluto promuovere la riscoperta di questo santo che ci lascia molti spunti per la nostra vita. Pensiamo a quante volte ci sentiamo smarriti, specialmente in questo periodo, non sapendo cosa fare e vediamo come abbia reagito nelle difficoltà san Giuseppe il quale, nonostante la paura che aveva nell’accogliere Maria prima e Gesù poi, si è spinto fino in Egitto consapevole che quello fosse il progetto di Dio per lui, sebbene non lo capisse fino in fondo. Pensiamo a quanto ci sentiamo distanti dagli altri, in modo particolare dagli amici che si fanno sentire poco e vediamo, invece, in che modo san Giuseppe abbia vissuto nell’anonimato, forse allontanato dalla sua stessa famiglia che non accettava la gravidanza di Maria e scopriamo il coraggio di un uomo desideroso di portare avanti quella missione datagli da Dio, andando contro tutto e tutti pur di realizzarla. Pensiamo a quanti di noi sono genitori e non sanno che mondo stanno lasciando ai propri figli e soffermiamoci a vedere come san Giuseppe, insieme a Maria, invece abbia donato tutto il suo cuore a Gesù, fiducioso che il Bambino avrebbe preso la strada giusta perché si sentiva amato, divenendone “padre” ovvero colui che si è preso cura della sua vita, della sua salute e della sua crescita, e affidandosi a Dio. Forse molti di noi sentono che la propria vita non abbia senso perché non raccolgono i frutti sperati dal lavoro: san Giuseppe si dimostra il “modello dei lavoratori” che, pur soffrendo la carenza di lavoro, ha saputo confidare in Dio che lo ha sempre ricompensato. Accostiamoci alla vita di questo santo, sfruttiamo quest’occasione offertaci dal papa per mettere san Giuseppe al centro del nostro quotidiano. Consapevoli che, con lui al nostro fianco, nulla sarà impossibile!

Emanuele Di Nardo

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