Siamo tornati alle guerre di religione?
Qualche giorno fa, mentre lavoravo, un collega mi dice: “Comunque è pazzesca l’epoca storica nella quale stiamo vivendo. Siamo usciti da una pandemia globale e rischiamo di ritrovarci nella terza guerra mondiale senza nemmeno rendercene conto. Cosa possiamo fare?”. Una domanda da un milione di dollari la quale, però, ci stiamo ponendo tutti ascoltando la TV o leggendo gli articoli di giornale focalizzati sulla tragica crisi in Medio Oriente. Politologi, storici ed esperti in relazioni internazionali possono limitarsi a ricostruire i fatti e a scorgere i possibili sviluppi immediati. A me, che non ho alcuna competenza in materia, ha colpito un certo fermento religioso che si respira in Israele e che palesa, nel più classico dei climi apocalittici, l’avvento immediato del Messia pronto a liberare definitivamente il Popolo Eletto dalla sua condizione di schiavitù. Si, hai letto bene. È proprio così! Se per i cristiani il Messia è Cristo, i fratelli ebrei sono ancora in attesa della sua venuta.
Qualche giorno fa il rabbino capo di una delle scuole più note e fondamentaliste dell’ebraismo contemporaneo (Lubavitcher) ha annunciato ufficialmente che dopo Bibi Netanyahu arriverà il Messia, come se il primo ministro fosse un precursore di Cristo. Lo stesso premier, in occasione della 67° sessione dell’Assemblea dell’Onu nel settembre 2012, parlando dell’antisemitismo storico e della lotta contro la sopraffazione (o presunta tale) specialmente di matrice islamica, è arrivato a dire:
“Tremila anni fa Davide ha regnato sullo Stato ebraico nella nostra capitale eterna, Gerusalemme. Lo dico a tutti coloro che proclamano che lo Stato ebraico non ha radici nella nostra regione e che sparirà presto. Nel corso della sua storia, il popolo ebraico ha sconfitto tutti i tiranni che hanno cercato la sua distruzione. E il popolo di Israele vive. Sfidando le leggi della storia … abbiamo raccolto gli esuli, restaurato la nostra indipendenza e ricostituito la nostra vita nazionale. … In Israele camminiamo sulle stesse vie percorse dai nostri Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, ma tracciamo vie nuove nel campo della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’agricoltura. In Israele, il passato e il futuro trovano un terreno comune. Oggi si combatte una grande battaglia tra la modernità e il medievalismo. Le forze del medievalismo vogliono un mondo in cui le donne e le minoranze siano assoggettate, in cui la conoscenza sia cancellata, in cui sia glorificata la morte, e non la vita. … Le forze medievali dell’islam radicale … sono intenzionate a conquistare il mondo. Vogliono distruggere Israele, l’Europa, l’America. … Vogliono la fine del mondo moderno. L’islam militante ha molti rami - dai governanti dell’Iran ai terroristi di Al Qaeda… che, nonostante le loro differenze, sono radicate nel medesimo terreno amaro dell’intolleranza. … Ma sono sicuro di una cosa: alla fine soccomberanno. Alla fine, la luce splenderà tra le tenebre”
Dopo 12 anni la situazione è precipitata, la politica interna ed estera si è caricata di immagini bibliche e sfumature apocalittiche per dare una connotazione religiosa ad una crisi complessa e apparentemente irrisolvibile. Dio, Allah, Gesù, Maometto, Jihad, crociata, ecc: parole che riecheggiano nelle nostre case e, ancora di più, nelle case di milioni di essere umani costretti impotenti a subire l’onta di una guerra cruenta e violenta. Macerie architettoniche e spirituali sotto le quali perdono la vita uomini e donne divisi da una fede ma non dalla fede.
Cosa possiamo fare in tutto questo noi cattolici? Forse non ci sentiamo responsabili e, di conseguenza, la nostra attenzione è rivolta ad altro. Eppure non possiamo restare indifferenti. Il Papa ha promosso veglie di preghiera per la pace ed invita costantemente alla risoluzione dei conflitti. Tuttavia, oltre a rispondere all’invito orante della Chiesa, possiamo impegnarci a conoscere di più le culture e le tradizioni delle altre religioni monoteistiche, scorgendo in esse non delle rivali ma delle interlocutrici per un dialogo fraterno. Allora si scoprirà, ad esempio, che, leggendo il Corano, i musulmani non contrastano in senso assoluto i cristiani e gli ebrei ma anzi, come riporta la Sura 2: “In verità, coloro che credono, siano essi giudei, nazareni o sabei, tutti coloro che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno nulla da temere e non saranno afflitti”. Oppure che a Gesù (“figlio di Maria”) sono attribuiti diversi miracoli e attributi come “Messia” e il precursore del “Mahdi” ovvero colui che apparirà alla fine dei tempi per sconfiggere il Dajjal. Gesù (in arabo Isā), dunque, secondo la tradizione, arriverà dopo il Mahdī per uccidere l'Anticristo e sarà lui stesso re della terra per 40 anni. È per questo che nella Moschea degli Omayyadi a Damasco, un minareto è chiamato "di ʿĪsā", visto che da esso si crede calerà in terra quello che per la cultura islamica è considerato un grandissimo profeta.
Insomma, per concludere, l’altro, il diverso da noi, non deve farci paura, anzi deve spingerci ad aprirci, ad uscire da noi stessi e ad entrare in dialogo per poter dare frutto al desiderio della pace e della concordia che alberga in noi. Non è una questione semplice e, soprattutto, noi al momento possiamo permetterci il lusso in Occidente di parlare a cuor leggero, senza sentire bombe che devastano i nostri quartieri o mitragliatrici scaricate sui nostri familiari. Ma, come ci ricordava anche la liturgia di ieri, Gesù, in uno dei più interessanti discorsi inseriti nel genere dall’apocalittica, ci ricorda di guardare alla pianta di fico che mette i frutti quando l’estate sta finendo, quando si perdono le speranze e tutto sembra ormai segnato. Perché il mondo passerà ma le sue parole non passeranno. E, in tempi di sovraesposizione social e bombardamento comunicativo, quanto sarebbe fondamentale tornare a fare silenzio ed ascoltare la Parola di Dio!
Emanuele Giuseppe Di Nardo
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