Psicologi: professionisti o indovini?
Nello scorso articolo abbiamo parlato delle persone che si rivolgono allo psicologo, spiegando che non sono i deboli, né i matti e che tutti possono cambiare. Oggi vogliamo approfondire l’aspetto riguardo l’effettiva professione dello psicologo.
Quando sei psicologo e ti presenti a qualcuno, o anche parlando con persone che già conosci, una delle frasi che senti dire più spesso è: “Ah… ma sei psicologo. Allora devo stare attento a quello che dico, altrimenti mi analizzi”. Questo ci da il là per parlare di un primo pregiudizio: lo psicologo non è un indovino, non è dotato di poteri paranormali e non sa leggervi l’anima con uno sguardo. In verità, a una prima impressione, possiamo sapere di voi tanto quanto ne sanno gli altri, o meglio, tanto quanto volete dirci. Consideriamo ora per un attimo la deformazione professionale. È vero che quando hai a che fare con un lavoro tutti i giorni tendi a inquadrare la vita secondo gli schemi di quel lavoro; tuttavia, anche a noi psicologi, fuori dalla stanza d’analisi, piace pensare ad altro.
Certo, a tutto questo c’è anche un’alternativa, quella che mi piace chiamare consulenza di strada, ovvero quando, mentre fai una passeggiata o sei al bar, ti chiedono: “Stanotte ho sognato questo, cosa significa?” oppure: “Tu sei psicologo, sai dirmi perché ho l’ansia?”. E la risposta più sensata da dare a queste domande è: “Non ne ho idea”. Non perché non sia bravo nel mio lavoro, ma perché anzitutto un pub non è una stanza d’analisi, e soprattutto perché, appunto, non siamo indovini. La psicologia umana è qualcosa di meravigliosamente complesso che assume forme sempre nuove in ogni persona. In questo senso, ogni persona è una nuova scoperta per uno psicologo, anche a parità di problemi. E come tale, è un terreno da esplorare con la persona, non un tiro a segno di diagnosi e supposizioni. I sogni ad esempio, di cui non tutti gli psicologi si occupano, non hanno significati prestabiliti, così come le ansie, ma acquistano un senso solo all’interno e in rapporto alla tua vita. Facciamo un esempio pratico per capirci meglio: poniamo che Tizio e Caio provino un’ansia molto forte perché tra pochi giorni hanno un esame. Se ne parlano con uno psicologo, l’ansia di Tizio potrebbe essere dovuta semplicemente al fatto che l’esame è difficile e si deve laureare a breve. D’altro canto, Caio potrebbe scoprire che ha sempre vissuto di ansia da prestazione e che questa può essere dovuta a una situazione difficile in famiglia. Entrambi diranno di avere l’ansia per quel particolare esame, ma il significato di quest’ansia sarà molto diverso, e di conseguenza anche l’intervento.
Sempre rimanendo su questo punto, un’altra paura tipica di chi si approccia alla psicologia per la prima volta è che lo psicologo possa manipolare la nostra mente. A questo penso risponda bene l’articolo 4 del codice deontologico degli psicologi: “Lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori”. Ciò significa non solo il rischio di radiazione dall’albo qualora uno psicologo usi la propria influenza per imporre le sue credenze, ma anche che il punto fondamentale è il rispetto e l’autonomia della persona che si rivolge a noi. Uno psicologo che ha indotto qualcuno a fare o scegliere qualcosa, ha fallito. Mentre uno psicologo che ha aiutato la persona a essere capace di scegliere o agire, ha avuto successo. Infine, è anche importante rivolgersi a professionisti iscritti all’ordine, il quale garantisce che i suoi membri abbiano compiuto l’iter formativo ed esperienziale necessario per esercitare la professione.
Una volta appurato questo, ora rivolgiamo la nostra attenzione alla situazione contraria. Ci sono infatti situazioni di sofferenza che proviamo delle quali non abbiamo voglia di parlare con nessuno. Difatti, l’isolamento sociale è una delle prime cose che accade, anche se non in forma patologica, quando si presenta un problema. Chi di noi, quando passa un momento difficile, ha il primo istinto di raccontarlo a qualcuno? Nessuno di noi vuole sembrare debole, quindi ci isoliamo come lupi solitari con la pretesa che nessuno possa capirci e che possiamo risolvere i nostri problemi da soli.
Questo è un grande inganno e una grande tentazione, perché il modo migliore per affrontare un problema è portarlo alla luce. Infatti, già solo il fatto di pensare che nessuno possa capire il nostro dolore sostiene e alimenta il nostro malessere, aggiungendo tra l’altro il senso di solitudine dovuta all’isolamento in cui ci siamo autoconfinati. Talvolta, il pregiudizio di non essere capiti è alimentato dal pensiero che nessuno ha mai provato o passato ciò che passiamo noi. Forse è vero, o forse no. E’ vero però che lo psicologo non è un martire, e per fare questo mestiere non può né deve aver attraversato tutte le sofferenze del mondo. Tuttavia, dal canto suo, uno psicologo, attraverso l’esperienza maturata nel tempo, la formazione continua, l’analisi, la critica, l’autocritica e l’empatia (la capacità di mettersi nei panni dell’altro), ha la capacità di affrontare situazioni diverse, anche se non le ha vissute in prima persona.
In ultimo, è comune pensare anche che solo parlando non si risolva niente. E per un lavoro che nasce come terapia della parola, se fosse vero non avrebbe motivo di esistere. In realtà, il linguaggio non serve solo a descrivere la realtà, ma è il mezzo attraverso cui essa viene costruita. Volete un esempio? Se vi dico che l’altro giorno ho visto la foto di un grandissimo elefante, voi state pensando a un elefante molto grande. Ma se vi dico che ieri ho visto la foto di un elefante mastodontico, quanto più grande l’avete pensato? O ancora, se vi dico che ieri ho incontrato Tizio ed era molto triste, lo penserete di cattivo umore. Ma come ve lo immaginate se vi dico che l’ho visto molto depresso?
In entrambi i casi ho detto la stessa cosa, ma basta una parola diversa per suscitare un pensiero e uno stato d’animo diversi in noi, perché proprio con il linguaggio costruiamo la nostra realtà. Di conseguenza, parlare ci aiuta a cambiare il modo in cui diamo significato al mondo, modificando di conseguenza i nostri atteggiamenti e comportamenti. E non è lo psicologo a dirci qual è la versione corretta del mondo, ma noi che ci rivolgiamo a lui a cambiare sguardo parlando.
“I viaggi che portano alle scoperte maggiori, non sono quelli in cui si vedono mondi nuovi, ma quelli in cui rivediamo mondi conosciuti con occhi diversi”. (Marcel Proust)
Antonio Pio Facchino
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