Il brivido del salto

A scuola, una delle discipline che sopportavo meno era filosofia, non tanto per la materia in sé quanto per il taglio che le veniva dato: era un semplice elenco di filosofi che, attraverso le proprie opere, volevano confutare le tesi altrui in questo circolo vizioso di speculazione filosofica. Eppure, crescendo, ho avuto il piacere di (ri)scoprire una mente brillante, rivoluzionaria per certi versi, con un pensiero che parla ai nostri cuori: Søren Kierkegaard. Il filosofo danese, nella sua vita tormentata, si è sempre sforzato di approfondire la riflessione sul singolo individuo, giungendo ad un tema essenziale: la scelta.

In opere famose come Aut-Aut o Timore e Tremore, che ti consiglio vivamente di recuperare, Kierkegaard ritiene che la condizione principale dell’uomo, quella che lo qualifica maggiormente, sia il suo “esistere” (dal latino existere ovvero “uscire dall’infinità”). Cerco di essere più concreto e diretto: l’individuo, appena prende coscienza delle sue caratteristiche, si scontra con il nulla, in una via di mezzo tra l’essere (ciò che è in questo momento) e il non essere (ciò che potrebbe essere in un futuro indefinito). Per cui non potrà far altro che scegliere una strada, come si trovasse di fronte ad un bivio. Tuttavia la scelta non è sempre facile, noi ne sappiamo qualcosa perché viviamo questa difficoltà ogni giorno. Per cui, ad un certo punto, il rischio è che l’uomo si paralizzi, che veda pro e contro in ogni direzione e che si lasci prendere dall’angoscia. È più semplice non scegliere e piangersi addosso piuttosto che prendere una decisione col rischio di sbagliare. Per spiegare questo, il filosofo usa una metafora bellissima: quando dobbiamo saltare da una parte all’altra, ad esempio, di un dirupo, dopo aver staccato i piedi da terra, proviamo quella sana inquietudine dovuta alla perdita di tutte le nostre certezze, alla perdita della “terraferma” e, fin quando non atterriamo, abbiamo quasi paura di aver sbagliato strada. L’angoscia della scelta, certamente, può essere una cosa negativa, soprattutto quando capiamo di aver calcolato male la traiettoria e di aver sbagliato miseramente. Tuttavia quell’angoscia, dice Kierkegaard, è la diretta conseguenza della nostra libertà di coscienza, della possibilità di aver “spiccato il volo” e rischiare anziché stare fermi a guardare. L’angoscia umana può essere superata solo aggrappandosi all’Altro, all’unica possibilità infinitamente positiva, cioè Dio.

Studiando l’uomo nelle sue caratteristiche concrete, il filosofo individua tre stadi alternativi, nettamente separati tra loro e che l’individuo può superare solo per step attraverso scelte concrete: l’uomo estetico, l’uomo etico e l’uomo religioso. Il prototipo dell’uomo estetico è il “Don Giovanni”, quell’uomo dedito ai piaceri e al soddisfacimento irrefrenabile delle proprie voglie. È come se ci trovassimo sotto un ciliegio e iniziassimo a mangiarne tutti i frutti, senza preoccuparci di nulla, ma godendo di quanto la natura offre. Ma prima o poi le ciliegie finiranno e, quindi, proveremmo angoscia perché, non avendo valorizzato e apprezzato bene la pianta, ci sentiremmo svuotati e disorientati, quasi costretti a cercare un nuovo albero al quale rifornirci. Lo stesso può succedere nelle relazioni: corteggiamo una ragazza con il mero obiettivo di possederla, di assaporare il tempo con lei, senza preoccuparci di coltivare il nostro amore, come se fossimo davanti ad un rifornitore di bevande. Quanto può durare una cosa del genere prima che sentiamo un senso incolmabile di vuoto? L’uomo estetico supera il livello, cioè diventa uomo etico quando decide di rinunciare a tutte le donne per innamorarsene di una soltanto. L’esempio per Kierkegaard è un qualsiasi padre di famiglia, che mette la sua vita a servizio degli altri con amore e generosità, diventando un buon marito, padre, amico, facendo bene il suo lavoro, avendo un comportamento irreprensibile. Una vita ordinata, insomma. Certamente, passare dagli eccessi di un qualsiasi “Casanova” al diventare un marito devoto stile “casa e chiesa” è già un grande risultato ma non è sufficiente per eliminare quel senso d’angoscia. Si perché, e gli psicologi potranno confermarlo, quando basiamo la nostra vita su un’altra persona, che ha i suoi limiti e le sue debolezze come noi, siamo destinati a cadere. A tutti penso sia capitato d’innamorarci di una ragazza o intraprendere un lavoro che amavamo alla follia e poi vedere, tutto d’un tratto, il nostro sogno infranto perché tutto era finito. 

A questo punto entra in gioco il terzo stadio, l’uomo religioso. L’esempio è Abramo che, su invito di Dio, è pronto a sacrificare il suo figlio unigenito Isacco, tanto desiderato. Dio non vuole che il piccolo muoia, vuole unicamente mettere alla prova la fede di Abramo. Intende fargli comprendere che gli uomini non sono gli autori di sé stessi. Qui si realizza la perfezione e cessa l’angoscia: quando l’uomo comprende che non basta a sé stesso e che quell’inquietudine può essere appagata solo da Dio, entra in rapporto personale con l’Onnipotente e rimette in ordine la sua vita. Guardando a Dio, amerà sua moglie e i suoi figli con un cuore nuovo, vivrà il proprio lavoro con fiducia, apprezzerà i frutti degli alberi, darà valore agli uomini e alle donne incontrati sul proprio cammino, non proverà più angoscia ma grande libertà interiore.

Come vedi, Kierkegaard non dice che sia facile passare da uno stadio all’altro, occorre tempo ma tutti noi possiamo migliorare la nostra condizione. La mia esperienza è che sono passato attraverso tutti gli stadi, scalandoli non in modo progressivo ma vivendoli come delle montagne russe. Non ti preoccupare se ogni tanto inciampi e cadi. L’importante è rialzarsi e capire chi vuoi realmente essere. Oggi t’invito a meditare un attimo sulla tua vita presente e, con molta tranquillità interiore, a capire in quale stadio ti trovi. Fai un respiro profondo, prendi la rincorsa e salta il tuo ostacolo fidandoti di Dio. La tua vita acquisterà un sapore diverso. Riuscirai a capire chi sei davvero. Sarai finalmente libero!

Emanuele Di Nardo 

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