Categories:

Più forte della morte è l’amore pt.2

Nello scorso articolo, Maria Chiara ci ha parlato dell’aspetto fisico della crocifissione di Gesù. Ora vogliamo provare ad affrontare l’aspetto psicologico, consapevoli del fatto che ogni parola umana non sarà mai sufficiente a descrivere ciò che ha provato veramente Cristo. 

Tutto iniziò con il turbamento, un’inquietudine interiore che Gesù prova già 5 giorni prima di arrivare a Gerusalemme. Un turbamento che si fa sempre più forte. Giovanni ci dice: “Gesù disse ancora: ‘Sono profondamente turbato.’” Come tutti noi, quando cominciamo ad avere il sentore di qualcosa che non va come dovrebbe, o iniziamo a capire che le cose non andranno come vorremmo, anche Gesù comincia ad avere paura. Ma Gesù è consapevole della verità, sa per cosa è venuto e trova una prima consolazione in un atto di affidamento al Padre: “Che devo fare? Dire al Padre: fammi evitare questa prova? Ma è proprio per quest’ora che sono venuto. 28Padre, glorifica il tuo nome!’.” 

Ma ora avviciniamoci con Lui, nella notte del Getsemani. Gesù sa che Giuda l’ha tradito, che i soldati stanno arrivando, ed è consapevole di ciò che dovrà affrontare. Per la prima volta in tutto il vangelo, Gesù chiede ai discepoli di pregare con Lui. Spesso i discepoli gli hanno chiesto di imparare a pregare e tante volte si dice che Gesù si ritirasse da solo a pregare. Per la prima volta, Gesù chiede ai suoi amici di pregare con Lui. Se sei credente, puoi immaginare quanto deve essere stato grande quel tormento, che oggi ricordiamo come l’agonia di Gesù nel Getsemani, perché Dio chiedesse preghiere agli uomini. Se invece non credi, non ti sarà comunque difficile immaginare quel senso di paura che ti spinge a cercare i tuoi amici, perché infondo dai che da solo non ce la puoi fare. Così fa Gesù. 

Tuttavia, quante volte a noi è capitato di chiedere un aiuto che, per vari motivi, ci è stato negato? Così succede anche a Gesù, che nel momento in cui aveva più bisogno dei suoi amici e del Padre, sperimenta uno dei dolori psicologicamente più grandi di cui possiamo fare esperienza: la solitudine. Infatti, smette di sentire la presenza del Padre e i suoi amici si addormentano. Da quel momento in poi Gesù è completamente solo. Una sensazione simile ci porterebbe facilmente a pensare di essere sull’orlo di un attacco di panico. Eppure, Gesù mantiene un incredibile sangue freddo. 

I soldati arrivano, e inizia tutto il suo processo. E qui succede una cosa molto particolare. Smettiamo di vedere in Gesù paura e ansia, e troviamo, nel suo momento più umano, l’apice della sua regalità. Provate a leggere la passione di Gesù e guardate con i vostri occhi con che lucidità e serenità Gesù risponde ai suoi giudici durante il suo processo. Una serenità che lo porta a dichiararsi colpevole delle accuse contro di Lui, dell’accusa di essere il Figlio di Dio. Il processo è un andirivieni tra vari giudici, e nell’uscire dal tempio per essere condotto da Pilato, Gesù ha il tempo di sentire uno dei suoi migliori amici, Pietro, rinnegarlo tre volte. Quello stesso amico che, qualche ora prima, gli aveva detto che sarebbe morto per Lui, ora fingeva di non conoscerlo. Prova tu, che leggi, a immaginare il dolore che ti ha provocato quell’amico che ti ha fatto un grande torto, allora potrai capire un po’ come si è sentito Gesù.

Il processo termina, Gesù è stato flagellato ed è condotto al calvario. Inizia la via crucis. Se il dolore fisico ha mai un vantaggio è sicuramente quello di non darci modo di pensare, soprattutto se questo dolore fisico deriva dalla flagellazione. Ma nel caso di Gesù, la via crucis fu così lunga che ebbe tutto il tempo di sentire su di sé il peso degli insulti che quel popolo, che pochi giorni prima lo aveva accolto come re, ora gli rivolgeva. Gesù cammina quasi nudo, condannato alla croce come traditore, eppure non c’è vergogna sul suo volto. Durante questo tragitto, Gesù sperimenta una breve consolazione: incontra la madre. È un momento breve, ma che sicuramente gli avrà dato la forza per compiere l’ultimo tragitto del cammino. 

Viene inchiodato alla croce, e come se non fosse sufficiente ciò che ha subito, non potendolo più ferire fisicamente cercano di ferire il suo cuore insultandolo. “Ha salvato altri e non può salvare sé stesso?” Se è il figlio di Dio perché non scende dalla croce? È solo un ciarlatano. Questi ed altri insulti gli sono rivolti. Nonostante tutto, gli vengono ancora chiesti favori. Un ladrone gli chiede la salvezza. Quante volte a noi può capitare che siamo nervosi, arrabbiati, oppure stiamo soffrendo e qualcuno viene a chiederci un favore, e noi lo rifiutiamo malamente giustificati dal nostro dolore. 

Ed arriviamo al momento ultimo, in cui Gesù urla al Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Dopo aver attraversato la paura, la tristezza, la solitudine, e la vergogna, l’ultimo sentimento che prova Gesù in croce è l’abbandono definitivo, quello del Padre. L’abbandono di un genitore, per il figlio, è una sensazione di morte imminente. E questo è stato tanto più vero per Gesù, che però, nell’abbandono del Padre, si abbandona al Padre: “Nelle tue mani, consegno il mio spirito.” Detto questo, spirò.

Gesù ha attraversato tutti quei sentimenti che, psicologicamente, farebbero logorare chiunque. Sono sentimenti che conosciamo bene perché li viviamo ogni giorno in minima parte. Allora vogliamo farci una domanda: come ha fatto Gesù ad affrontare tutto questo? Grazie all’amore. 

Gesù ha patito una morte orrenda per amore, non un amore magico e astratto, ma un amore concreto. Un amore che ha provato quando ha visto i suoi amici addormentati perché non riuscivano a rimanere svegli dopo una dura giornata di lavoro; un amore che ha provato quando ha pensato al dolore che avrebbe provato Pietro per averlo rinnegato; un amore che ha provato davanti a Pilato, un pagano che però cercava di fare il bene; un amore che ha provato quando ha incontrato sua madre mentre andava al calvario; un amore che ha provato con il ladrone che lo ha difeso e gli ha chiesto la salvezza; un amore che ha provato quando, in quelle ultime parole, ha avuto la certezza che il Padre era sempre stato con Lui, tanto da potersi abbandonare. 

Ed è proprio quell’amore che lo ha fatto risorgere. Perché morte e amore condividono la stessa desinenza, ma una radice diversa. Perché l’amore è dove non c’è morte, e infatti in latino a-mors, senza morte. 

Cosa ci può insegnare allora la psicologia della passione di Cristo? Sicuramente non ci basterebbe una vita per parlarne, ma oggi vogliamo cogliere questo aspetto: l’amore. Dalla passione di Cristo possiamo imparare che più forte di tutti i sentimenti negativi che ci troviamo a combattere ogni giorno, specie in questo tempo di pandemia, c’è l’amore. Perché l’amore è una scelta, ed è quella scelta che compiamo quando combattiamo per il nostro sogno, quando perdoniamo quella persona che ci ha fatto del male, quando andiamo a lavoro anche se non vogliamo, quando ci svegliamo la notte per far riaddormentare i nostri figli e in tutte quelle mille altre occasioni in cui, come Cristo, possiamo scegliere di vivere e consegnarci per qualcun altro. 

Perché più forte della morte è l’amore.

Antonio Pio Facchino

Tags:

No responses yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.