Luci, tavole imbandite, case piene di voci, piene di vita; profumi, colori, regali, canti in sottofondo. Presepi e/o alberi pronti ormai da giorni, manca davvero poco. Tutto è pronto per una grande festa, forse la più sentita dell’anno. E tutti si preparano. Ma per cosa?
Il Natale è tante cose, ma tutte collegate ad un unico, grande, evento: la nascita di Cristo. E la Chiesa, nella sua saggezza, ci dà molte chiavi di lettura, in diversi momenti, per approfondire una vera e propria rivoluzione nella storia dell’umanità: Dio che assume la carne umana, che si fa uomo. Ci prepara con l’Avvento, in cui si medita e si riflette sulla prima e la seconda venuta di Cristo nel mondo, a Betlemme, circa 2000 anni fa, e alla fine dei tempi, come Re Glorioso; ci prepara con la festa dell’Immacolata, la festa di Colei che si è fatta “Sua dimora” per permettere al Verbo di nascere nel tempo e nella storia; ci esorta con la Novena di Natale, in cui possiamo accostarci, passo dopo passo, al culmine di questa attesa. E ci aiuterà ad approfondire questa grande solennità anche con i giorni dell’Ottava, perché un avvenimento così grande non può essere compreso tutto in un giorno, ma deve essere celebrato e vissuto più a lungo, meditato nella solennità come nella quotidianità.
Tutto, prima e dopo, ruota intorno ad un evento, una certezza: “Il Verbo[1] si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi”[2]. Il Figlio di Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, eterno con il Padre e lo Spirito Santo, assume un corpo, nasce da una donna, entra nel tempo. Una notizia “sconvolgente” questa, quella di un Dio che spoglia se stesso della sua maestà per andare incontro all’uomo peccatore, incapace di accostarsi a Lui. Un segno d’amore, misericordia e grazia che il mondo attendeva da secoli, e che avviene nel tempo e nello spazio, in una provincia periferica dell’Impero romano. Dio non sceglie le lussuose dimore dei potenti del mondo, né i centri nevralgici del potere o della cultura del tempo, come Roma o Atene; viene nell’umiltà non perdendo la sua regalità, tanto da attirare i pastori della Giudea e i sapienti dell’Oriente. Dio viene, nello spazio e nel tempo, per abitarlo da uomo e redimerlo, per dare un senso nuovo ad ogni vita. E questo ci viene ben mostrato dall’annuncio del Natale, con l’antico canto della Kalenda[3].
Questo canto liturgico viene proclamato, attualmente[4], all’inizio della Messa della Notte di Natale (“Messa di mezzanotte”), come annuncio pieno di stupore e splendore di questo evento unico e meraviglioso. È il canto che, nella Notte Santa, ci svela il senso più pieno e più vero del Natale. Può essere concepito come speculare a quello dell’Exultet, che nella notte di Pasqua annuncia al mondo intero la vittoria di Cristo sulla morte. È un canto di vittoria, di esultanza. Un inno denso di eventi, di nome e di date. Ecco il testo in italiano:
“Trascorsi molti secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio creò il cielo e la terra e plasmò l’uomo a sua immagine; e molti secoli da quando, dopo il diluvio, l’Altissimo aveva fatto risplendere tra le nubi l’arcobaleno, segno di alleanza e di pace;
ventuno secoli dopo che Abramo, nostro padre nella fede, migrò dalla terra di Ur dei Caldei; tredici secoli dopo l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè; circa mille anni dopo l’unzione regale di Davide; nella sessantacinquesima settimana, secondo la profezia di Daniele;
all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo:
Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne”[5].
Il testo è una mirabile sintesi dei principali eventi del mondo biblico, e dunque religioso, ma anche di quello civile; possiamo, attraverso esso, notare come Cristo sia il compimento della storia, il suo centro, il cuore pulsante dell’umanità, di tutta l’umanità, anche di coloro che sembrano lontani da Lui.
La storia cambia per sempre: ha ora pienamente senso l’attesa del popolo di Israele, che cominciò il suo itinerario migliaia di anni prima di questa nascita con il viaggio di Abramo, e che è proseguita attraverso la prigionia e l’uscita dall’Egitto, ed il regno di Davide e dei suoi successori. Una storia non sempre bella, con “i buoni” come protagonisti, ma una storia che tendeva verso di Lui, il bambino nato a Betlemme. Ha ora pienamente senso anche la storia del mondo intero, che neanche conosce l’esatta ubicazione del luogo in cui l’Eterno irrompe nella storia, e che neanche lo cerca, ma che sarà oggetto del suo Amore, e che potrà entrare pienamente a far parte di un nuovo popolo, che ha di nuovo aperta la Via al Cielo. Tutto e tutti convergono verso di Lui.
Questo inno ci ricorda che Cristo entra nel tempo e nella storia, viene davvero in questo mondo, e non rimane un’idea o una bella speranza, destinata a perire sotto le fatiche della vita; non è un desiderio fugace di chi, agli occhi del mondo, si vuole rintanare dietro facili storie consolatorie. Gesù, il Figlio di Dio, nasce in un luogo preciso, in un tempo specifico. Gesù, il Figlio di Dio, nasce davvero, ed è il centro del mondo, e il mondo, dalla notte di Betlemme in poi, può vederlo, può ascoltarlo, può lasciarsi toccare dal Suo amore e dalla sua Grazia. Proprio mentre il mondo è nelle tenebre Lui viene, arriva, e da questo momento qualunque uomo può invocarlo, cercarlo, qualunque uomo può ricevere il Suo amore.
Come ci ricorda San Paolo nella Lettera agli Efesini il disegno del Padre era, nella pienezza dei tempi, ricapitolare tutto in Cristo[6]; eccola la pienezza dei tempi, ecco che tutto, pagano e religioso, gioie e dolori, morte e vita sono ricapitolate in Lui, il culmine, l’apice della storia.
Dio viene nella storia, la grande storia; ma viene anche nella mia vita, nella tua vita. È qui che vuole entrare, è qui che vuole abitare. Guardiamo la grotta di Betlemme: è povera, spoglia, sporca, di sicuro non è la dimora del Re dei Re. A volte anche il nostro cuore può essere così, anche la nostra vita può non essere perfetta. Eppure, per amore, Colui che non ha disdegnato di avere come culla un po’ di paglia, non disdegna il nostro cuore povero, misero, freddo e incostante. Quello che vuole è solo essere accolto. Sarà Lui a fare il resto.
In questo Natale possiamo chiedere il dono di essere visitati da Lui, di poterlo accogliere, e poter ricominciare da capo: se qualche delusione ci ha accompagnato, se la tiepidezza è entrata nel nostro cuore, se abbiamo perso la luce della stella e ci sembra di essere smarriti, non temiamo, perché nessun luogo, nessun tempo, nessuna storia è estranea a Colui che regge il mondo e ci viene incontro, per essere incontrato, riconosciuto e amato. Lui è il centro ed è al centro. E ci vuole con sé. Questo è l’annuncio di questo Natale e di ogni Natale: Dio si china su di me e su di te, si fa bambino, per portarci con Lui, dove Lui è. Come i pastori, a noi non viene chiesto altro se non metterci in cammino. Se sapremo fare questo allora tutto, le luci, i colori, i canti e i regali, avranno un senso pieno. E Lui sarà in mezzo a noi, sarà il centro ed il senso di tutti i nostri giorni.
[1] Il latino “verbum”, il nostro “verbo-parola”, traduce il greco “logos”, che per gli antichi greci era il principio all’origine di tutto l’universo, il principio razionale alla base di tutta la creazione.
[2] Gv 1, 14.
[3] Questo canto è chiamato così perché prende il nome dalla prima parola del testo; questo termine indica, nel mondo latino, il primo giorno del mese: il 25 dicembre, dunque, è l’ottavo giorno prima della calenda di gennaio.
[4] Nei secoli antichi era cantato nella Liturgia delle Ore, all’Ora prima; dopo la riforma del Concilio Vaticano II, tale Ora è stata cancellata, e dunque il canto è stato inserito come “prologo” alla Messa della Notte.
[5] Testo presente nel Martirologio Romano.
[6] Cfr Ef 1, 9-10.
Cristo al centro della storia – Il canto della Kalenda
Luci, tavole imbandite, case piene di voci, piene di vita; profumi, colori, regali, canti in sottofondo. Presepi e/o alberi pronti ormai da giorni, manca davvero poco. Tutto è pronto per una grande festa, forse la più sentita dell’anno. E tutti si preparano. Ma per cosa?
Il Natale è tante cose, ma tutte collegate ad un unico, grande, evento: la nascita di Cristo. E la Chiesa, nella sua saggezza, ci dà molte chiavi di lettura, in diversi momenti, per approfondire una vera e propria rivoluzione nella storia dell’umanità: Dio che assume la carne umana, che si fa uomo. Ci prepara con l’Avvento, in cui si medita e si riflette sulla prima e la seconda venuta di Cristo nel mondo, a Betlemme, circa 2000 anni fa, e alla fine dei tempi, come Re Glorioso; ci prepara con la festa dell’Immacolata, la festa di Colei che si è fatta “Sua dimora” per permettere al Verbo di nascere nel tempo e nella storia; ci esorta con la Novena di Natale, in cui possiamo accostarci, passo dopo passo, al culmine di questa attesa. E ci aiuterà ad approfondire questa grande solennità anche con i giorni dell’Ottava, perché un avvenimento così grande non può essere compreso tutto in un giorno, ma deve essere celebrato e vissuto più a lungo, meditato nella solennità come nella quotidianità.
Tutto, prima e dopo, ruota intorno ad un evento, una certezza: “Il Verbo[1] si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi”[2]. Il Figlio di Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, eterno con il Padre e lo Spirito Santo, assume un corpo, nasce da una donna, entra nel tempo. Una notizia “sconvolgente” questa, quella di un Dio che spoglia se stesso della sua maestà per andare incontro all’uomo peccatore, incapace di accostarsi a Lui. Un segno d’amore, misericordia e grazia che il mondo attendeva da secoli, e che avviene nel tempo e nello spazio, in una provincia periferica dell’Impero romano. Dio non sceglie le lussuose dimore dei potenti del mondo, né i centri nevralgici del potere o della cultura del tempo, come Roma o Atene; viene nell’umiltà non perdendo la sua regalità, tanto da attirare i pastori della Giudea e i sapienti dell’Oriente. Dio viene, nello spazio e nel tempo, per abitarlo da uomo e redimerlo, per dare un senso nuovo ad ogni vita. E questo ci viene ben mostrato dall’annuncio del Natale, con l’antico canto della Kalenda[3].
Questo canto liturgico viene proclamato, attualmente[4], all’inizio della Messa della Notte di Natale (“Messa di mezzanotte”), come annuncio pieno di stupore e splendore di questo evento unico e meraviglioso. È il canto che, nella Notte Santa, ci svela il senso più pieno e più vero del Natale. Può essere concepito come speculare a quello dell’Exultet, che nella notte di Pasqua annuncia al mondo intero la vittoria di Cristo sulla morte. È un canto di vittoria, di esultanza. Un inno denso di eventi, di nome e di date. Ecco il testo in italiano:
“Trascorsi molti secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio creò il cielo e la terra e plasmò l’uomo a sua immagine; e molti secoli da quando, dopo il diluvio, l’Altissimo aveva fatto risplendere tra le nubi l’arcobaleno, segno di alleanza e di pace;
ventuno secoli dopo che Abramo, nostro padre nella fede, migrò dalla terra di Ur dei Caldei; tredici secoli dopo l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè; circa mille anni dopo l’unzione regale di Davide; nella sessantacinquesima settimana, secondo la profezia di Daniele;
all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo:
Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne”[5].
Il testo è una mirabile sintesi dei principali eventi del mondo biblico, e dunque religioso, ma anche di quello civile; possiamo, attraverso esso, notare come Cristo sia il compimento della storia, il suo centro, il cuore pulsante dell’umanità, di tutta l’umanità, anche di coloro che sembrano lontani da Lui.
La storia cambia per sempre: ha ora pienamente senso l’attesa del popolo di Israele, che cominciò il suo itinerario migliaia di anni prima di questa nascita con il viaggio di Abramo, e che è proseguita attraverso la prigionia e l’uscita dall’Egitto, ed il regno di Davide e dei suoi successori. Una storia non sempre bella, con “i buoni” come protagonisti, ma una storia che tendeva verso di Lui, il bambino nato a Betlemme. Ha ora pienamente senso anche la storia del mondo intero, che neanche conosce l’esatta ubicazione del luogo in cui l’Eterno irrompe nella storia, e che neanche lo cerca, ma che sarà oggetto del suo Amore, e che potrà entrare pienamente a far parte di un nuovo popolo, che ha di nuovo aperta la Via al Cielo. Tutto e tutti convergono verso di Lui.
Questo inno ci ricorda che Cristo entra nel tempo e nella storia, viene davvero in questo mondo, e non rimane un’idea o una bella speranza, destinata a perire sotto le fatiche della vita; non è un desiderio fugace di chi, agli occhi del mondo, si vuole rintanare dietro facili storie consolatorie. Gesù, il Figlio di Dio, nasce in un luogo preciso, in un tempo specifico. Gesù, il Figlio di Dio, nasce davvero, ed è il centro del mondo, e il mondo, dalla notte di Betlemme in poi, può vederlo, può ascoltarlo, può lasciarsi toccare dal Suo amore e dalla sua Grazia. Proprio mentre il mondo è nelle tenebre Lui viene, arriva, e da questo momento qualunque uomo può invocarlo, cercarlo, qualunque uomo può ricevere il Suo amore.
Come ci ricorda San Paolo nella Lettera agli Efesini il disegno del Padre era, nella pienezza dei tempi, ricapitolare tutto in Cristo[6]; eccola la pienezza dei tempi, ecco che tutto, pagano e religioso, gioie e dolori, morte e vita sono ricapitolate in Lui, il culmine, l’apice della storia.
Dio viene nella storia, la grande storia; ma viene anche nella mia vita, nella tua vita. È qui che vuole entrare, è qui che vuole abitare. Guardiamo la grotta di Betlemme: è povera, spoglia, sporca, di sicuro non è la dimora del Re dei Re. A volte anche il nostro cuore può essere così, anche la nostra vita può non essere perfetta. Eppure, per amore, Colui che non ha disdegnato di avere come culla un po’ di paglia, non disdegna il nostro cuore povero, misero, freddo e incostante. Quello che vuole è solo essere accolto. Sarà Lui a fare il resto.
In questo Natale possiamo chiedere il dono di essere visitati da Lui, di poterlo accogliere, e poter ricominciare da capo: se qualche delusione ci ha accompagnato, se la tiepidezza è entrata nel nostro cuore, se abbiamo perso la luce della stella e ci sembra di essere smarriti, non temiamo, perché nessun luogo, nessun tempo, nessuna storia è estranea a Colui che regge il mondo e ci viene incontro, per essere incontrato, riconosciuto e amato. Lui è il centro ed è al centro. E ci vuole con sé. Questo è l’annuncio di questo Natale e di ogni Natale: Dio si china su di me e su di te, si fa bambino, per portarci con Lui, dove Lui è. Come i pastori, a noi non viene chiesto altro se non metterci in cammino. Se sapremo fare questo allora tutto, le luci, i colori, i canti e i regali, avranno un senso pieno. E Lui sarà in mezzo a noi, sarà il centro ed il senso di tutti i nostri giorni.
[1] Il latino “verbum”, il nostro “verbo-parola”, traduce il greco “logos”, che per gli antichi greci era il principio all’origine di tutto l’universo, il principio razionale alla base di tutta la creazione.
[2] Gv 1, 14.
[3] Questo canto è chiamato così perché prende il nome dalla prima parola del testo; questo termine indica, nel mondo latino, il primo giorno del mese: il 25 dicembre, dunque, è l’ottavo giorno prima della calenda di gennaio.
[4] Nei secoli antichi era cantato nella Liturgia delle Ore, all’Ora prima; dopo la riforma del Concilio Vaticano II, tale Ora è stata cancellata, e dunque il canto è stato inserito come “prologo” alla Messa della Notte.
[5] Testo presente nel Martirologio Romano.
[6] Cfr Ef 1, 9-10.
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