Quando si parla della Sacra Famiglia, la prima immagine che in genere sovviene alla mente è quella di un idilliaco quadretto di perfezione sovrannaturale, un ritratto di papà, mamma e figlio sempre in pace fra di loro che non ha nulla a che spartire con quello di noi imperfetti e litigiosi umani. Va bene, è molto probabile che tra di loro regnasse davvero tanta pace. Ma non si può di certo dire che abbiano sempre trovato la strada spianata…
A ben pensarci, la storia della salvezza ha un inizio terribilmente burrascoso. Pensate a Giuseppe, prima che l’angelo venga a rassicurarlo che quel bambino viene davvero da Dio. Questo uomo avrà sperimentato una grande paura. Magari rabbia per quella che agli occhi della società era una profonda umiliazione, uno scandalo. Giuseppe era un uomo giusto, rispettato, che all’improvviso si domanda: perché? Perché tutto questo, perché a me? Non ti sono sempre stato fedele, Signore?
Ma Giuseppe, anziché insultare Dio e procedere secondo il suo piano (“ripudiare Maria in segreto”, cioè abbandonarla, salvandone però la reputazione, a discapito della sua!), egli ascolta l’angelo, fa un atto di fede, e anche se non comprende fino in fondo, anche se tutto sembra assurdo, egli accoglie la sua sposa (erano già sposati, ma non conviventi, non ancora!).
Le difficoltà ci sono state, e non sono state poche (partorire in una stalla, fuggire in fretta e furia per l’Egitto, per esempio…), ma nonostante la tempesta, loro si sono affidati a Dio e ci sono passati attraverso. Non hanno mai perso di vista Dio. Questo è il loro grande “segreto”. Gli bastava posare gli occhi sul bambino fra le braccia di Maria per trovarne la fede. Il loro era un duplice “fiat”, sia fatta la tua volontà, e noi siamo chiamati a pregare con questa breve frase tutti i giorni.
Anche loro la riaffermavano quotidianamente, con gesti silenziosi e concreti, non diversi dai nostri. Giuseppe nel lavoro, Maria nella cura della casa. Noi nel lavoro, con gli amici, con i famigliari, con noi stessi.
Mi chiedo spesso che effetto potesse fare entrare nel luogo in cui Giuseppe lavorava. Magari era un luogo semplice, identico agli altri, dove la resina profumava intensamente e dove la polvere nell’aria costringeva a strofinarsi gli occhi ogni tanto. Un luogo dove giungevano i rumori esterni, capre, galline, persone per la strada, ma dove regnava una pace inspiegabile. Dove la luce penetrava calda e vibrante, mentre il falegname si asciugava il sudore della fronte sotto un tetto solido e fresco. Avrà lavorato lì anche Gesù quando era diventato ormai grande, con gli stessi strumenti?
Giuseppe gli è stato non solo maestro nel lavoro, ma soprattutto, gli è stato maestro nel diventare uomo, nel senso più naturale e sacro del termine.
La cosa più bella è che Dio non abbia lasciato nessuno di questi dettagli al caso. Dio ha posto questa famiglia proprio all’inizio del progetto della salvezza. Potremmo affermare senza sbagliarci che alla radice della salvezza Dio abbia posto la famiglia. L’ha voluta, e l’ha voluta così, nella sua suprema consapevolezza. Non è un microcosmo “nuovo”, un’invenzione che ha tenuto solo per sé, ma una creazione che accompagna l’uomo sin dai giorni di Adamo. Era un dono che doveva diventare un piccolo cielo per ognuno di noi, come segno del Suo amore per noi.
Anche se la nostra famiglia non sembra proprio così bella, non scoraggiamoci! Ringraziamo per quello che abbiamo, e facciamo un atto di fede per seguire Dio dove Egli ci chiama ad andare. E se ci mancano le forze, chiediamo l’intercessione alla Vergine e al suo Castissimo Sposo. Loro sono vicini a Gesù come nessun’altra anima: li ascolterà.
Maria Chiara Di Giovanni
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