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“Questo è il mio corpo’’: la custodia dell’altro

Nel cammino “Questo è il mio corpo’’ affrontato fino a questo punto abbiamo indagato la bellezza e la fondamentale importanza dei gesti, delle parole e degli sguardi attraverso cui fluisce l’amore vitale per ciascuno di noi. Abbiamo poi affrontato la sacralità del nostro corpo perché tabernacolo di Dio. 

Oggi affrontiamo la tappa della sacralità della vita e del corpo dell’altro.

Dio aveva creato Adàm, che in ebraico vuol dire “il terroso, fatto di terra’’ (infatti Adàm ha la stessa radice di adamà, cioè terra). Poi Dio, rendendosi conto della maggior bellezza di due creature che si completassero a vicenda, aveva spezzato in due Adàm facendo di una, due creature, Ish e Ishàh, che nel matrimonio tornano di nuovo a essere una carne sola, come alle origini.

Già da prima della creazione dell’essere umano, Dio aveva iniziato a provare un amore incommensurabile per le sue creature che gli faceva - e gli fa - vivere l’urgenza di cercarle, di stare con loro, di condividere con loro la quotidianità, di conoscere ciò che pensano, ciò che fanno. Per tale motivo Dio passeggiava nel giardino dell’Eden e, non vedendo le sue creature, si era preoccupato: “Ma il Signore Dio [non vedendo luomo] chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?»’’(Gen 3, 9). E Adamo, intimorito, aveva risposto “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto’’. E Dio, rammaricato, gli aveva chiesto “«Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?’’ (Gen 3, 11).

Allo stesso modo Dio, dopo essersi accorto della mancanza di Abele, era accorso da Caino e gli aveva chiesto “«Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!’’ (Gen 4, 9-10).

In un’altra occasione, Dio, nelle tre persone riunite, aveva fatto visita ad Abramo - che lo aveva atteso per una vita - e una delle sue prime preoccupazioni era stata sapere dove fosse Sara, moglie di Abramo “Poi gli dissero: «Dov'è Sara, tua moglie?»’’ (Gen 18, 9).

Dio ha a cuore ciascuno di noi e ciascuno di noi è chiamato a prendersi cura dell’altro. Ognuno di noi è un dono prezioso e inestimabile agli occhi di Dio (che è il suo Creatore), tanto più dovrebbe valere lo stesso per noi che siamo sue creature.  

Dio ci ha amato così tanto da donarci anche il Suo unico Figlio, senza trattenere nulla per sé. Gesù, in piena comunione con il Padre, non si è risparmiato per nulla, si è incarnato pienamente nel suo destino, incarnando i destini più difficili (povero, migrante, carcerato, condannato a morte seppure innocente,  torturato, schernito, crocifisso…) perché nessuno si sentisse escluso dall’amore di Dio e dalla Sua salvezza. Ma prima di sconfiggere la morte, Gesù ci ha lasciato un comandamento “[…] amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi’’ (Gv 15, 12).

Dio ci chiede di amarci così come Lui ci ha amato, con quel dono totale e gratuito con cui ci ha amato Lui. Facendoci servi degli altri, perché solo così possiamo vivere la massima espressione dell’amore. 

Amare è servire. 

Dio ci chiede di custodire i nostri fratelli e le nostre sorelle perché la cura è ciò che distingue l’essere umano dalle altre creature.

I Ciclopi sono selvaggi: non conoscono la tecnica e il diritto. Non hanno cultura, cioè tutto ciò che coltiva l’umano nell’uomo e lo porta a compimento. Omero lo dice come meglio non si potrebbe: non si curano gli uni degli altri. La cura è la dimensione più umana dell’uomo: siamo animali con un tempo di accudimento talmente lungo da mettere in discussione i principi dell’evoluzione oltre la mera sopravvivenza. Non siamo fatti solo per conservarci e perpetuarci, ma per amare ed essere amati: noi non curiamo gli altri perché li amiamo, piuttosto impariamo ad amarli perché ci prendiamo cura di loro. L’evoluzione propriamente umana consiste nell’apprendistato dell’amore, nel dare la vita molto più che nel trattenerla, nell’essere mortali più che immortali’’[1].

Ciascuno di noi è affidato alla cura di qualcuno, sin dal momento del nostro concepimento (se la madre non si prende cura del feto che porta in grembo, difficilmente quel feto vedrà la luce) fino al momento della nostra morte in cui sempre - bene o male - ci sarà qualcuno che si prenderà cura di noi (nelle peggiori delle ipotesi addirittura interviene lo Stato con la nomina di un amministratore di sostegno). E, nel mentre, anche a noi sono affidate delle persone di cui prenderci cura.

Dio ha profondamente a cuore ciascuno di noi e, se si accorge della mancanza di qualcuno, si preoccupa e chiede di noi ai nostri fratelli e alle nostre sorelle.

Certo, è faticoso prendersi cura degli altri, richiede impegno e coraggio. Tuttavia è ciò che realmente dà compimento alla nostra vita. Quando saremo nella tomba non potremo portare nulla con noi se non il nostro corpo e tutto l’amore che avremo ricevuto e donato durante la nostra vita. E non per filantropia, ma perché solo lasciandoci amare e amando possiamo restituire all’istante il suo potenziale di eternità. Così, incarnandoci e scegliendo con coraggio la mortalità possiamo davvero sconfiggere la morte, come Ulisse che (a differenza di Achille che ha scelto di morire in guerra giovane e glorioso) ha scelto “di vivere tutti i giorni che gli saranno dati come un “eterno ritorno’’: il farsi sempre nuovo del suo originale e irripetibile destino’’[2].

  “L’amore non è qualcosa di spontaneo o di naturale, un sostantivo, ma un verbo: amare, impegno a rendere la vita di cose e persone, più compiuta. E non voglio farlo per filantropia o per un premio…ma perché è il modo più gioioso di vivere: chi cura si cura, che è come dire chi dà tempo riceve tempo. È il paradosso evangelico, che non è una morale ma una legge di vita come la gravità o la termodinamica: “Chi dà la vita la trova, chi la prende la perde’’. Mi sento chiamato a creare, con e per gli altri, ciò che solo io posso essere e fare […]’’[3].

Amare in questo modo implica godere del dono dell’altro senza farne bottino, significa non cedere alla tentazione di prendere (come per il frutto dell’albero della conoscenza: Dio non ci ha sconsigliato di avvicinarci, ma di prenderne, di mangiarne, di farlo nostro, di farci carico del dolore e della sofferenza della vita). 

L’uomo che raccoglieva era in rapporto grato con il mondo, tendeva le mani e riceveva. Il contrario è chiudere la mano: colpire, afferrare, far bottino, divorare. Si può scegliere se ricevere il mondo, nel pensiero prima di tutto. Logos, che significa “parola’’ e “pensiero’’, viene da una radice che indicava il raccolto, e ancora oggi noi diciamo “colto’’ sia per indicare il frutto, (rac)colto, sia l’uomo sapiente. Heidegger, filosofo tedesco, definiva il pensare autentico, denken, una conseguenza del danken, ringraziare. Per il raccoglitore l’essere è dono e la gratitudine è la sua posizione nel mondo, il presente diventa regalo (“presente’’ significava per le nostre nonne anche regalo). L’altro uomo, quello della guerra, fa preda, del mondo e dei propri simili. Il suo presente non è dono ma bottino, e persino il pensiero diventa violenza: sottomette le cose, non le (r)accoglie. Questo uomo non sa e non vuole essere in relazione con il mondo, ma dominarlo. […] Mi ha sempre colpito che Cristo scelga di offrire il suo corpo nella forma del pane e del vino, proprio perché l’uomo smetta di divorare il corpo degli altri e quello del mondo. 

Ogni giorno anche io, con questa duplice storia alle spalle, devo scegliere se essere cannibale o ospite, predatore o ospitale’[4].

Possiamo chiedere due doni in preghiera: ricevere un cuore di carne per avere gli stessi sentimenti di Dio per la vita, per le persone, per ciò che ci accade e il coraggio di amare davvero, di incarnarci, di lasciarci segnare nella carne dalla sofferenza, perché solo così staremo davvero amando a vette altissime. 

Staremo amando come Dio ci ama.

Francesca Amico


[1] A. D’AVENIA, Resisti, cuore. L’odissea e l’arte di essere mortali, Milano, Mondadori Libri S.p.a., 2023, pp. 218-219.

[2] ivi, pp. 255-256.

[3] ivi, pp. 255.

[4] ivi, p. 231.

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