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Il limite: prigionia o libertà?

Sabato pomeriggio, insieme ad alcuni amici, sono stato invitato a Vacri per stare con dei ragazzi che riceveranno la Cresima. Lo scopo dell’incontro era di condividere la nostra esperienza di fede, partendo da un tema molto vicino: il limite come qualcosa che ci opprime o che ci aiuta? Al momento delle condivisioni, ho avuto la possibilità di stare con i maschi del gruppo ed ascoltare il loro punto di vista. Uno di loro, Giacomo, mi ha detto una cosa interessante: “Io mi sento libero, per questo penso che il limite sia al tempo stesso qualcosa di negativo, perché può togliermi l’autonomia nelle scelte, ma anche positivo perché mi permette di avere chiarezza su cosa sono più portato”. Per spiegarsi meglio, ha fatto quest’esempio: “Ognuno di noi ha scelto l’indirizzo delle scuole superiori in base alle proprie preferenze e capacità. Questo ovviamente è un bene perché approfondiamo ciò in cui ci sentiamo più portati, che sia un liceo piuttosto che un istituto tecnico. Noi abbiamo potuto scegliere ma quanti ragazzi come noi non hanno questa possibilità e restano senza istruzione o costretti a fare ciò che non vogliono?”.

Non ti nego che la sua condivisione abbia toccato anche gli altri, totalmente d’accordo con la posizione di Giacomo. Questo mi ha portato ad una riflessione: ma noi come viviamo il limite imposto dall’esterno? Questa domanda in realtà mi ronza nella mente da qualche giorno, forse addirittura settimane, cioè da quando ho ripreso a leggere un libro che mi ha scavato dentro. Si chiama “La figlia”, un romanzo della scrittrice spagnola Clara Uson, la quale racconta l’orrore delle guerre in Jugoslavia attraverso la storia di Ana, protagonista del libro e figlia di Ratko Mladic, famoso generale dell’esercito serbo macchiatosi di crimini di guerra in Bosnia, a Sarajevo e Srebrenica in particolare. Conoscevo le vicende molto bene ma questo libro mi ha immerso appieno nel caos generato dalla guerra, riportandomi evidentemente al disagio che stanno vivendo in questo momento tanti uomini in Ucraina così come in altre parti del mondo, ancora scosse da incomprensibili guerre. Il libro porta il lettore a vedere come in Ana, sostenitrice convinta della causa serba e vera adoratrice del padre, piano piano iniziano a crollare le sue certezze, notando invece i limiti dell’uomo che venerava come un dio. Dietro l’idea di una guerra giusta, in realtà si celava l’orrore del sangue degli innocenti. Scoperti i massacri e genocidi comandati dal padre, Ana entra in depressione e, mentre i suoi amici la evitano perché temono ripercussioni, arriva al disperato gesto del suicidio. Ana capisce che ha una sola scelta e sceglie di morire. Il suo sogno era di diventare un medico da campo pronto a curare i soldati serbi feriti. Ma ora nulla ha più senso, soprattutto se pensa a quanti, giovani come lei, stiano morendo sotto le bombe o fucilati da un plotone d’esecuzione.

Ana muore non per colpa di un proiettile sparatosi nella testa ma a causa di una profonda delusione verso la figura paterna. Quante volte ti sarà capitato di ricevere degli “ordini” da tuo padre e di essere in totale disaccordo con lui, quasi al punto di voler fare il contrario per sentirti libero e non schiavo dei suoi limiti! Un po’ è lo stesso discorso che abbiamo fatto lunedì scorso quando abbiamo parlato del rapporto tra Icaro ed il padre Dedalo. Ana si è suicidata ma, senza arrivare a tanto, a volte anche a chi ci sta accanto è passata per la mente l’idea di porre fine ad un dolore così atroce, quando si scopre che ciò in cui uno ha sempre creduto era una bugia. Ma poi ho avuto una luce: ho guardato a Gesù nel suo rapporto col Padre. Gesù, ogni giorno, prima che spuntasse l’alba e prendesse il cammino con i suoi discepoli, si ritirava in preghiera per ascoltare Dio Padre e sapere da Lui cosa fosse meglio fare. Gesù poteva benissimo scegliere da solo, eppure si fa umile ed obbediente accettando i limiti posti da Dio. Fino al sacrificio finale, non fuggendo all’arresto e alla morte. Gesù sa che solo così avrebbe portato frutto la sua vita. 

Ieri era la Domenica del Buon Pastore nella quale la Chiesa ha pregato per le vocazioni. Ma non soltanto quelle sacerdotali o religiose, bensì per tutte le vocazioni cristiane: quelle di ognuno di noi che vogliamo vivere seguendo Gesù nel nostro quotidiano. Dice il Vangelo: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 27-30).

Gesù è il Buon Pastore chiamato a prendersi cura di tutte le pecore che ha ricevuto da Dio. Ma se Gesù è il pastore e noi le pecore, Dio chi è? Lui è il recinto che protegge il gregge. In ebraico infatti “padre” vuol dire “recinto” che serve a custodire i figli, evitando che si perdano lungo il cammino della vita o che vengano minacciati dal mondo esterno. Ma il recinto è anche uno strumento che dà ordine: se vivessimo senza regole o limiti, prima o poi la nostra vita perderebbe di gusto. Un limite è tale se si cerca di superarlo non per infrangere la legge ma per crescere. Se da adolescenti nostro padre c’imponeva di tornare alle 22 la sera, da grandi allungava il coprifuoco alle 24, poi all’1, fino a toglierlo del tutto una volta diventati adulti. Se non avesse messo quel limite, forse oggi vivremmo ancora come degli adolescenti, forse viziati e poco entusiasti.

Un limite dà grande libertà perché, riconoscendo i propri limiti, una persona impara a conoscere davvero sé stesso e ad amarsi di più. Gesù stesso ha accettato dei limiti, attraverso Giuseppe e Maria, sentendosi molto amato. Ecco che oggi possiamo meditare su questo: Ana fu delusa dal padre perché non si sentiva amata fino in fondo. Dio invece ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito. Quando siamo delusi dal mondo, ricordiamoci che Dio Padre non ci delude mai. T’invito, a questo punto, a vedere la tua vita: nei tuoi limiti vedi un’opportunità di crescita? Ti senti amato oppure il tuo cuore si ribella, anche nella vita di fede? Concretamente puoi fare un gesto: prenditi del tempo personale, quello che ritieni più giusto, non meno di 10 minuti e non più di 40, e parla con Dio Padre come faceva con Gesù. Condividigli le tue ribellioni o le tue incomprensioni. Ma ricorda: noi vogliamo vedere la strada, ricevere apparizioni chiare della presenza di Dio nella nostra vita. Lui invece si rivela nella Parola. A volte non occorre guardare, serve mettersi in ascolto!

Emanuele Di Nardo

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