Giuda, il prezzo di un amico

Quando pensiamo a Giuda Iscariota, così come quando leggiamo il suo nome nei vangeli, subito ci viene in mente un appellativo: il traditore. Dopotutto, come potremmo chiamare una persona che, in queste ore di 2000 anni fa, contrattava con i capi dei sacerdoti, gli scribi e i farisei per vendere il suo maestro?

Eppure, poche ore prima del tradimento di Giuda, durante l’ultima cena, Gesù lo chiama in un altro modo: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15). Se leggessimo questo evento in ottica umana, a maggior ragione potremmo condannare il tradimento di Giuda. Ma Gesù sa perfettamente che Giuda lo tradirà eppure non esita, lo chiama amico. 

Colpisce pensare che questa frase fosse rivolta proprio a Giuda in particolare, tra tutti i discepoli. Gesù dichiara di non chiamare più servi i discepoli, ma di chiamarli amici. Poco dopo, Giuda venderà Gesù per 30 danari. Non so se ti sei mai chiesto come mai proprio questa cifra. Perché non 27 o 45 danari? La vita di Gesù non valeva forse di più? Giuda poteva almeno diventarci ricco.

In realtà, 30 danari era il prezzo di uno schiavo. Che paradosso se ci pensiamo: nel momento in cui Giuda viene chiamato amico da Gesù, Giuda lo considera uno schiavo. 

Ma che cosa spinge Giuda a compiere questo atto? La risposta la troviamo proseguendo il brano del vangelo appena citato: “perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Gesù aveva rivelato tutto ciò che aveva udito dal Padre a Giuda. Il problema è che a Giuda quello non era piaciuto. Il problema era che Giuda si aspettava qualcosa di diverso, si aspettava un messia liberatore che avrebbe sconfitto i romani a suon di spada e con un esercito imbattibile. Ma la risposta di Gesù è la pace, la misericordia e la carità. Gesù viene a liberare Israele, non dalle forme di governo, ma dalla schiavitù del peccato. Ma questo Giuda non riesce a capirlo. Come può Dio rimanere indifferente davanti alla schiavitù del suo popolo? E da li un pensiero: se Dio non fa quello che voglio, lo farò io. 

Giuda ha un pensiero molto semplice: se faccio catturare Gesù, sarà costretto a combattere. Quindi vende Gesù nella speranza di “smuoverlo”, di farlo agire. 

A questo punto porta i capi dei sacerdoti e le guardie da Gesù nel Getsemani, di notte. Non aveva chiarezza di quello che faceva e rende riconoscibile Gesù in un modo molto particolare: gli da un bacio. Giuda tradisce Gesù con un atto d’amore. Perché, come noi, Giuda non pensava di fare il male consegnando Gesù, ma di agire per il Suo bene ed il bene del popolo di Israele. 

Ma Giuda avrà una triste sorpresa. La risposta di Gesù non è la rivoluzione che si aspettava, ma il compimento di ciò che Giuda aveva iniziato: la consegna della Sua vita. Perché quando cerchiamo di piegare Dio alla nostra volontà, Lui si mostra per come è realmente. 

Qual è la reazione di Giuda davanti a questa consegna? Leggiamo nel vangelo: “Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi. Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: «Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue».” (Mt 27, 3-6)

Giuda si rende conto dell’errore, sa di aver sbagliato, e tenta di riparare al suo errore, tornando dalla sua “idea”, dal suo modo di pensare la vita. Cerca una soluzione secondo i suoi schemi e la trova: se riconsegno i 30 denari, libereranno Gesù. Ma così non è. Quel modo di ragionare lo ha portato a un punto da cui non si torna indietro, e coloro in cui aveva posto la sua fiducia gli voltano le spalle. 

Cosa fare dunque? Tornare dagli apostoli? Con quale coraggio? Seguire Gesù sulla via della croce? Io che l’ho tradito? Ho venduto la mia pienezza di vita per un’idea, ho sbagliato e non posso tornare indietro. C’è una sola via d’uscita: la morte. 

Gesù, a proposito di questo, dirà solo una frase nel vangelo: “Guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” (Mt 26, 24). Personalmente, ho sempre pensato a questa frase come a una minaccia, del tipo “tradiscimi e vedrai”. 

Ma penso che nel guardare Giuda, nel parlargli, Gesù non aveva rabbia, ma dolore. Era come dirgli: “io lo so che pensi che questo sarà il tuo bene, ma fidati non lo è. Non ti chiedo di salvarmi la vita, ma so quanto soffrirai per ciò che stai per fare, so che questo ti porterà alla morte, non farlo.”

Un ulteriore atto di amore nei confronti di Giuda. Gesù non si stanca di cercare di salvare il suo amico. Ma nessuno può essere salvato se non vuole essere salvato. E Giuda, non vedendo via d’uscita, commette un unico grande peccato: non si fida dell’amore di Dio. Non crede nel suo perdono, non crede al suo Amico. Sceglie la morte fino in fondo, perché la sua colpa, crede, è troppo grande per essere perdonata.

Giuda siamo noi, tutte le volte che tradiamo le persone che ci sono vicine, tutte le volte che parliamo alle spalle di qualcuno o desideriamo il suo male. Giuda siamo noi quando siamo invidiosi o irascibili. Giuda siamo noi quando guardiamo altri uomini o altre donne non rispettando la persona che abbiamo accanto. Giuda siamo noi tutte quelle volte che, con i nostri comportamenti e i nostri atteggiamenti, consegniamo a morte Gesù nella nostra vita. 

Spesso lo facciamo perché crediamo che ciò a cui puntiamo sia il bene. Poi scopriamo di aver creduto in una bugia e ciò su cui facciamo affidamento ci volta le spalle. Ma la parola che Gesù rivolge a Giuda è la stessa che rivolge a noi: Io sono la vita piena. So che pensi che quello a cui punti sia il tuo bene, ma non lo è. Non ti chiedo di salvarmi la vita, ma di aiutarmi a salvare la tua. 

Perché la vita è Cristo e fuori c’è la morte. Forse non una morte fisica, ma certamente una morte interiore.

Giuda ha fatto la sua scelta, ora noi siamo chiamati a fare la nostra. Possiamo scegliere di vivere, o di rimanere nel buio e nella sofferenza. Nessuno verrà ad impedircelo, altrimenti non saremmo liberi. Ma qualcuno desidera ardentemente che scegliamo la vita. C’è solo una cosa da fare: non importa quali siano i tuoi sbagli, i tuoi peccati o la tua sofferenza. Prepara un buon esame di coscienza e torna da Gesù in confessione. Aprigli il tuo cuore e digli cosa c’è dentro. Tutto ciò che ritieni i tuoi fallimenti e le tue miserie, tutto ciò che ti fa sentire sporco o inadeguato.

Così potrai scoprire che alla morte di Giuda c’è l’alternativa di Pietro, colui che rinnega, ma rimane. E questa è l’alternativa di Cristo, che sul piatto della morte contrappone la vita eterna e piena.

Antonio Pio Facchino

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