Policarpo di Smirne: lo scandalo della Croce

Il simbolo massimo del cristianesimo è la croce. Uno scandalo agli occhi di molti, duemila anni fa come anche oggi. Dove si è mai sentito che un Dio immortale e onnipotente sia passato attraverso la vergogna della croce, soffrendo e morendo su un legno semplice e scheggiato per la salvezza di tutti? Eppure, su quelle due travi incrociate, Cristo ha deciso di offrirsi come strumento di redenzione per l’umanità intera, anche per me e te. Tuttavia quest’aspetto teologico non era scontato nei primi secoli della Chiesa, soprattutto perché alcuni correnti gnostiche negavano totalmente la natura umana e carnale di Gesù, sostenendo che la sua sofferenza e la sua umanità fossero apparenti e non reali. In parole semplici, Gesù non è morto sulla croce effettivamente ma solo apparentemente. Questa è la teoria doceta (dal greco dokein: sembrare). Capisci subito che, se si metteva in discussione la Passione di Cristo e la sua morte, decadeva anche la speranza della redenzione attraverso la resurrezione del Figlio di Dio. Tra i vari, lo gnostico Basilide, nel I secolo, promosse a spada tratta questa teoria, costringendo l’ortodossia cattolica ad intervenire per smentirla.

Secondo i docetisti, quindi, nell’Eucaristia non poteva esserci il corpo umano reale ma soltanto apparente, negando senza mezzi termini la transustanziazione. Gli gnostici, assertori di una profonda divisione tra lo spirito, fonte del bene, e la carne/materia, origine di tutti i mali, approdavano in modo logico ad una religione molto spirituale, al pari di tante altre dottrine circolanti nel mondo antico. Ma la novità assoluta del cristianesimo era proprio il mistero dell’incarnazione. 

Uno dei principali avversari di Basilide fu Policarpo, vescovo di Smirne, che oggi viene commemorato dalla Chiesa. Policarpo era un giovane cristiano, nato in una famiglia cristiana proveniente dall’attuale Turchia intorno agli anni Sessanta del I secolo d.C., il quale, secondo la tradizione, fu discepolo diretto di san Giovanni apostolo. Aspetto verosimile dato che l’apostolo amato da Gesùevangelizzò proprio il territorio dell’Anatolia. Se leggiamo un passo del quarto Vangelo, tocchiamo con mano la carnalità di Cristo: 


«[…] i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 13-14).

Se Gesù Cristo non si fosse fatto carne, se non fosse stato generato da Maria, non avrebbe potuto vivere una vita propriamente umana ma sarebbe stato tipo un fantasma, un essere etereo che si manifestava in sembianze umane ma che non ne condivideva le nostre sofferenze e gioie. Dal più celebre dei discepoli di Policarpo, Ireneo di Lione, attraverso la sua importante opera Adversus haereses (Contro le eresie), sappiamo che il vescovo turco giunse a duello con Basilide e Marcione per confutare la teoria doceta, poi giudicata eretica dalla Chiesa. Ci sarebbero voluti oltre 400 anni prima che, nei concili di Efeso (431) e Calcedonia (451), si giunse alla sintesi dogmatica che conosciamo oggi: Gesù è vero Dio e vero uomo, fattosi simile agli uomini per abbracciarne la materia e, soprattutto, per garantirne la salvezza.

Policarpo avrebbe poi affrontato il martirio in un modo incredibile: rifiutatosi di sacrificare all’imperatore e condannato al rogo a Smirne, scampò la morte immediata tanto da dover essere ucciso con un colpo di pugnale. 

A volte può capitare che, negli affanni della nostra quotidianità, ci sentiamo soli ad affrontare tutto. A volte le nostre passioni carnali c’impediscono di essere felici. A volte vorremmo vivere solo di spirito. Ma Cristo ci lascia un altro insegnamento: il corpo non è qualcosa da condannare, come volevano gli gnostici, ma è uno strumento di salvezza perché ci permette di affrontare le nostre sfide sapendo che, prima di noi, Egli stesso ha affrontato le medesime prove, vincendo la morte e garantendoci la salvezza. Ma la fede deve essere arricchita dalle opere. T’invito a compiere un’opera di misericordia su di te: prenditi del tempo nei prossimi giorni per vedere in cosa fai fatica fisicamente, cosa turba la tua salute spirituale. Forse sei messo a dura prova nella purezza, nell’alimentazione disordinata o nell’iperattivismo quotidiano. Ci stiamo avvicinando alla Quaresima e quale migliore occasione di chiedere e ottenere purificazione?

Dopo aver individuato ciò che ti fa male, fai un atto di fede, dicendo: “Gesù, so che sulla croce Tu hai portato il peso dei miei peccati. Ti offro questo dolore che non mi permette di amarti di più, che mi tiene incatenato, che mi toglie la pace. Purificami Signore, rendimi più bianco della neve”. Per esperienza personale, posso confermarti come, solo portando Gesù nel tuo quotidiano e solo rendendolo partecipe di tutto, gioie e affanni, vivrai sulla tua pelle il Vangelo. Gesù non è un’entità, un fantasma, un’ideologia o una suggestione: Cristo è il Figlio di Dio che oggi spalanca le sue braccia sulla croce per abbracciarti e benedirti!

Emanuele Di Nardo

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