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La Giornata del Ricordo, un monito per costruire un mondo di pace

Il 27 gennaio di ogni anno celebriamo la giornata della memoria non solo in ricordo delle vittime del genocidio perpetrato dai nazisti prevalentemente ai danni degli ebrei, ma anche come monito per tutta l’umanità ad astenersi da condotte truci. 

Non è piacevole ricordare fin dove l’umanità acciecata dall’odio e dalla violenza può arrivare, ma la memoria è l’unico strumento pacifico che possiamo utilizzare per allontanare ogni minimo pensiero di violenza nei confronti del prossimo.

Purtroppo, nel corso della storia, tale eccidio non è stato l’unico, ve ne sono stati molti altri e tutt’ora se ne verificano in tutto il mondo, molto spesso sotto gli occhi inermi delle nostre società occidentalizzate e adagiate nel lusso e nella comodità. 

Oggi ricorre la Giornata del ricordo. Oggi si fa memoria di tutte quelle vittime colpevoli di appartenere alla nazionalità italiana nel territorio di «fuoco» del Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia.

I rapporti tra Italia e Jugoslavia s’incrinarono già al termine della Prima Guerra Mondiale a seguito della vittoria mutilata: sebbene il Patto segreto di Londra avesse assegnato la Dalmazia all’Italia, la Jugoslavia, secondo il principio di nazionalità di Wilson, la trattenne concedendo solo il territorio settentrionale. La città di Fiume, invece, fu eretta a stato libero con il trattato di Rapallo per poi essere annessa all’Italia con il trattato di Roma del 1924.

Terra di continui scontri fu teatro propizio per il dilagare del fascismo che in quegli anni cominciò a rimpinguare le sue fila. Ben presto ebbe inizio una ferrea politica di assimilazione delle minoranze che furono gradualmente represse, dapprima assegnando gran parte degli impieghi pubblici a soli italiani, che si erano visti estromessi da tali mansioni fino al periodo di dominazione asburgica a vantaggio di slavi e tedeschi; successivamente con l’abolizione dell’insegnamento della lingua croata e slovena, con l’assegnazione di nomi italiani a tutte le località e la successiva italianizzazione dei cognomi dei croati e degli sloveni.

Nel 1941 l’Italia partecipò all’invasione della Jugoslavia ad opera dell’Asse e ben presto l’esercito jugoslavo si arrese, ma si avviò e persistette un’intensa attività di resistenza che, dopo l’armistizio dell’Italia con gli Alleati (USA, URSS e Regno Unito) l’8 settembre 1943, si espanse per tutto il territorio del Venezia Giulia. 

Furono improvvisati numerosi tribunali che emisero condanne a morte nei confronti di rappresentanti del partito fascista e dello Stato Italiano, oppositori politici e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo.

La maggioranza dei condannati fu gettato nelle c.d. foibe, insenature carsiche molto diffuse in quel territorio, spesso utilizzate dai contadini per smaltire le carcasse degli animali da lavoro. 

Da quel momento le carcasse erano di persone. 

Tra queste si ricordano due persone, emblemi della feroce efferatezza, un sacerdote e una donna: don Angelo Tarticchio e Norma Cossetto.

Giuseppe Comand, ultimo testimone oculare della tragedia delle foibe, deceduto il 2 gennaio del 2020, nel 1943 fu incaricato, insieme ad alcuni Vigili del Fuoco di stanza a Pola, di recuperare i corpi delle vittime della scelleratezza di Tito. 

Egli raccontava che l’odore in quelle zone era pestilenziale, i colleghi bevevano cognac prima di insinuarsi nelle fosse con due corde e un seggiolino su cui poggiavano i cadaveri. 

Quello che gli rimase più impresso fu quello di Norma Cossetto, una giovane donna, figlia di un fascista che aveva rivestito anche la carica di Podestà, la quale fu arrestata, seviziata, violentata e poi gettata viva nella foiba di Surani. Comand dichiarò che gli erano rimasti impressi i suoi occhi ancora aperti e che fissavano con speranza l’uscita irraggiungibile.

Tra le altre numerose vittime vi fu anche don Angelo Tarticchio, prelevato dalla canonica di Villa di Rovigno, in Istria, arrestato, mutilato, lapidato vivo e incoronato con un filo di ferro e poi gettato in una foiba. 

Molti italiani furono costretti ad abbandonare tutto e dare via all’esodo giuliano dalmata con il terrore di essere catturati e uccisi, con la speranza di salvarsi pur non avendo più nulla.

Non c’è molto da aggiungere. 

Resta solo il silenzio e la preghiera per le vittime e per i persecutori, 

per l’intera umanità perché ciascuno di noi possa scegliere, ogni giorno, la pace e non la guerra, anche e soprattutto nei piccoli gesti;

perché ciascuno di noi abbia uno sguardo tale da riconoscere le ingiustizie e gli eccidi che ancora oggi si verificano; 

perché ognuno di noi scelga di non essere complice di ingiustizie, ma si schieri dalla parte della giustizia, che è suggerita dai moniti del nostro cuore; 

perché ognuno di noi adoperi le proprie mani per costruire un mondo di pace e di amore che da bimbi sogniamo, non perché siamo illusi, ma perché siamo puri di cuore, come lo è Dio nostro Padre; 

perché ciascuno di noi diriga i suoi passi verso l’altro per incontrarlo nella sua diversità e accoglierlo così com’è, perché solo allora staremo rispettando la nostra identità di esseri umani.  

Buona missione di pace nel mondo!

Francesca Amico

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