La misura dell’amore è la carità

Ieri a messa, come seconda lettura, abbiamo ascoltato una delle pagine più belle del Nuovo Testamento ovvero l’inno alla carità di san Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi. Te la ripropongo qui integralmente perché vale sempre la pena rileggerla:

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Paolo scrive questa lettera intorno ai primi anni Cinquanta, nel 54 d.C., durante il suo soggiorno ad Efeso, ad una comunità da lui fondata. Corinto, una delle più importanti città greche e con un passato glorioso, aveva una comunità cristiana un po’ particolare, piena di subbugli interni e contrasti accesi. L’apostolo riceveva costanti aggiornamenti da suoi collaboratori ma anche racconti da viandanti. Motivo per il quale, sentendosi in dovere d’intervenire per riportare la pace, compone questa lettera che affronta una serie di problemi decisivi. Ma il messaggio paolino non vuole essere un rimprovero severo, quanto soprattutto una correzione fraterna. Così, nel pieno del suo intervento, lascia ai destinatari questo discorso sulla carità che avrebbe attraversato i secoli fino ad arrivare a noi che ancora oggi lo ascoltiamo come sintesi perfetta dell’essenza cristiana. Non so a te ma ti condivido che in passato spesso mi capitava di confondere la carità con l’elemosina, come se la carità fosse più un gesto che uno stato d’animo. Tante volte avrai sentito la frase “fai la carità” quando qualcuno ti chiedeva un’offerta per i poveri. E, indubbiamente, la carità è quello slancio attivo e concreto che spinge il cristiano a servire il prossimo.

Ma, in questa dimensione orizzontale, se ci si dimentica del fattore verticale ovvero Gesù, se non si eleva la carità ad un’assoluta predisposizione del cuore all’amore di Dio, rischiamo di compiere opere buone nel sociale, comunque fantastiche, senza però vivere Cristo. Gesù, quando ha dato la sua vita e si è messo al servizio, non ha semplicemente sfamato i poveri, guarito i malati o fatto risorgere i morti. Gesù ha amato prima di tutto, ha abbracciato le situazioni che aveva davanti perché in esse riconosceva Dio Padre, ha istruito con amore andando al cuore di chi l’ascoltava. Paolo in questa lettera ai Corinzi semplicemente riassume la vita di Gesù e ci indica la via da seguire. I primi cristiani hanno messo in pratica la carità, costruendo una rete assistenziale fortissima, volta soprattutto a difendere i diritti degli ultimi. Basti pensare a tutte le riforme varate, quando il cristianesimo era ancora perseguitato dall’Impero romano, a tutela delle vedove, che nella società romana valevano meno di zero, così come gli orfani e i malati. Paolo, in alcune delle altre lettere come la Seconda ai Corinzi e quella ai Filippesi, spesso ricorda il sostegno economico delle varie comunità cristiane per il sostentamento dei fratelli a Gerusalemme. Tertulliano, uno dei più prolifici retori cristiani del III secolo in Africa, parla dell’istituzione di un “fondo cassa” comune (Peculio della pietà) nel quale ogni cristiano metteva quanto poteva a vantaggio degli indigenti. 

Gesto encomiabile quello dell’assistenza. La capacità di non lasciare mai da solo chi era in difficoltà ha avuto un’attrazione potente sui pagani che progressivamente, anche se all’inizio forse solo per ragioni opportunistiche, si sono avvicinati alla fede cristiana, scoprendo Cristo. Del resto lo stesso Gesù prima guariva chi stava male o saziava chi era affamato e poi gli dava il pane vero, quello che appagava i desideri più profondi del cuore. Ecco perché la carità assume un sapore diverso. La carità è perfetta quando sa guardare alle necessità del prossimo, su un piano orizzontale, ma con lo sguardo verticale di Dio Padre su ciascuno di noi. Il cristiano è caritatevole non nella misura di un benefattore che dà i suoi soldi per portare avanti progetti ma nella misura di Cristo che dà la sua vita per portare amore dove serve.

Oggi t’invito a rileggere l’inno alla carità di san Paolo ma con uno sguardo di fede. Prova a cambiare il termine “carità” con il tuo nome affinchè tu possa vivere in prima persona questo splendido inno. Praticare la carità vuol dire semplicemente mettere Gesù al centro della tua giornata e fare tutto con amore. Devi preparare un esame? Studia quelle pagine con passione, offrendo il tuo studio a Gesù. Hai una giornata stressante a lavoro, piena di consegne? Abbraccia le sfide che ti si prospettano con amore, pensando che stai lavorando non per il tuo cliente ma per Cristo stesso. Conosci una persona in difficoltà? Prega per lei, poi chiamala e mettiti al servizio per qualunque cosa di cui abbia bisogno. Dio non ci chiede di cambiare il mondo ma ci rende capaci di cambiarlo cambiando prima noi stessi, ognuno nel posto in cui opera. Spesso ci viene la tentazione di pensare che possiamo fare tante cose buone fuori quando potremmo iniziare proprio dentro, nella nostra famiglia, nel nostro fidanzamento, nelle nostre amicizie. Di noi resterà solo l’amore, quello puro, quello vero, quello forte. Perché la carità non avrà mai fine.

Emanuele Di Nardo 

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