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“Andate in tutto il mondo…” Storie di missioni – parte 2

Indie orientali, Malesia, Giappone, Cina… È un pacchetto turistico che vuole far scoprire le bellezze dell’Oriente? Un’ottima idea per un viaggio di nozze? Un viaggio per un uomo d’affari? Probabilmente attualmente può anche essere così … Ma nel 1500, nel secolo in cui la storia che andremo a svelare si dipana, era tutt’altro che un viaggio di piacere o un piacevole soggiorno turistico o l’itinerario di un bussines man, in modo particolare se chi partiva in direzione di queste terre veniva dall’Europa. Viaggi interminabili, mezzi di fortuna, difficoltà derivanti da usi, costumi e lingue totalmente differenti, popolazioni talvolta ostili. Eppure chi ha compiuto questo viaggio, San Francesco Saverio, non si è mai lasciato bloccare da tante avversità, ma ha lottato fino a consumarsi, all’età di soli 46 anni, per far conoscere Cristo a coloro che vivevano nella sua ignoranza; ha lottato, cioè, per far discepolo ogni creatura, battezzando nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo, come chiesto da Gesù agli undici poco prima di ascendere al Cielo e tornare al Padre[1].

Eppure la storia di Francesco Saverio, Francisco de Javier perché spagnolo originario della Navarra, non è la storia di chi aveva il sogno missionario fin da bambino, o di chi sentiva un grande amore per il prossimo e voleva fare qualcosa. È la storia di una conversione, la vicenda di un convertito. Dalle vicende del mondo, dai suoi piaceri ma anche dalle lecite gioie ed aspirazioni, al sogno di conquistare il Cielo, e di fare questo dono anche agli altri. Fondamentale fu, per questo studente della Sorbona dalle grandi aspirazioni, l’incontro con un altro gigante della fede, Ignazio di Loyola.  L’ex cavaliere spagnolo, che ormai viveva e lottava solo per Gesù, conobbe Francesco e strinse con lui una grande amicizia. Fu un’amicizia molto profonda, tale da suscitare nel ragazzo di Navarra un intento emulativo. Per fare questo, si spogliò di molte cose, comprese le basi sulle quali stava poggiando la sua vita. Decisive furono le riflessioni che S. Ignazio gli suggerì, circa la caducità delle cose materiali, con il suo ricorrente: “e poi?” ad ogni sogno ed ambizione di Francesco, e con una domanda evangelica: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”[2]. Il comprendere che le cose del mondo non riescono a soddisfare in pieno la sete dell’uomo, portò questo brillante studioso ad una conversione netta, che lo condusse a fondare con Ignazio la Compagnia di Gesù, per consegnare la sua vita per Cristo e per la sua Chiesa, e a divenire sacerdote nel 1537.

Il sogno di andare in Terra Santa, che accomunava i fondatori dei Gesuiti, cambiò in parte quando Giovanni III del Portogallo chiese al papa dei missionari per evangelizzare le colonie portoghesi nelle Indie orientali. Il nome di Francesco Saverio fu quello proposto da Ignazio. Il viaggio iniziò a Lisbona nel 1540 e terminò a Goa un anno dopo. Nel mentre, tutte le fatiche e le sofferenze di un itinerario lungo e stressante, aggravato dalle difficili condizioni in cui spesso versavano gli oceani solcati dalla nave su cui erano presenti Francesco Saverio ed altri tre confratelli. Racconta il missionario: “Tale è la natura delle pene e delle fatiche che, per il mondo intero, non avrei osato affrontarle un solo giorno. Noi troviamo un conforto e una speranza sempre crescenti nella misericordia di Dio”. Attendendolo una “missione nella missione” in questa sua prima terra di approdo, e cioè l’evangelizzazione di una popolazione che era stata avvicinata alla fede anni prima, ma che poi si era smarrita, Francesco scrive ad Ignazio: “Parto contento: sopportare le fatiche di una lunga navigazione, prendere su di sé i peccati altrui, quando se ne ha già abbastanza dei propri, soggiornare in mezzo ai pagani, subire l’ardore di un sole bruciante, e tutto questo per Dio; ecco sicuramente delle grandi consolazioni e un motivo di gioie celesti. Perché alla fin fine la vita beata, per gli amici della croce di Gesù Cristo, è, mi sembra, una vita disseminata di simili croci[…] Quale felicità pari a quella di vivere morendo ogni giorno, spezzando le nostre volontà per cercare e trovare non quello che ci dà un vantaggio, ma quello che va a vantaggio di Gesù Cristo?”. Dopo diversi anni, si pone una domanda: cosa fare ora? Dove spingersi? Dove andare? Per comprendere questo, si reca presso la tomba dell’apostolo san Tommaso per chiedere a Dio di illuminarlo. Vi resta quattro mesi , nel 1545. E scrive: “Nella santa casa di san Tommaso, mi sono dedicato a pregare senza interruzione perché Dio nostro Signore mi conceda di sentire nella mia anima la sua santissima volontà, con la ferma risoluzione di compierla. Ho sentito con grande consolazione interiore che era la volontà di Dio che io andassi in quei luoghi di Malacca (Malesia), dove recentemente alcuni sono stati fatti cristiani”. Un nuovo viaggio, affrontato con gioia, nonostante i pirati e le piogge torrenziali. E da lì un nuovo grande obiettivo, arduo e affascinante al tempo stesso: l’evangelizzazione del Giappone.  Con le sue tradizioni consolidate, con una struttura sociale a tratti impenetrabile, la terra del Sol Levante è una tappa dura per Francesco Saverio, in cui rimarrà un anno diffondendo ovunque e comunque il profumo di Cristo. Ad accompagnarlo, qui come nelle Indie, una predicazione infuocata, un amore a Dio e al prossimo strabiliante, una scia di prodigi e guarigioni che confermano la bontà del suo operato. A causa di una rivoluzione torna in India, e da lì veleggia per una nuova tappa, forse la più dura: la Cina. Francesco Saverio è debilitato, stanco e fisicamente sfinito. Il suo spirito no, è intrepido, e continua a desiderare la conversione di molte anime, senza mai anteporre se stesso alla sua missione. Padre Francesco inizia subito a occuparsi dei bambini e dei malati, a predicare, catechizzare, confessare. L’accesso alla Cina è vietato agli stranieri, per questo la penetrazione nel paese è difficile e molto rischiosa, perché si può essere catturati e giustiziati all’istante. Ma non sono questi rischi oggettivi a fermarlo, bensì la sua salute malferma. Sono anni che percorre migliaia di chilometri, mangia poco e male, riposa pochissimo ed è esposto a qualunque clima. Il suo corpo, così come quello di un altro Francesco, quello di Assisi, si arrende, avendo dato tutto, intorno ai 45 anni. Il 2 dicembre 1552, pronunciando il nome di Gesù in uno stato di semi incoscienza, esala l’ultimo respiro, dopo aver dato ogni fibra del suo essere per Cristo e per la sua gloria. Verrà proclamato santo nel 1622 insieme al suo amico Ignazio di Loyola ed in seguito patrono delle missioni, insieme con Teresa di Lisieux.

La storia di S. Francesco Saverio è quella di chi ha dato tutto, sempre  per sempre. E tutto ciò mi spinge a farmi delle domande: nella mia missione quotidiana, sto dando tutto? Sto lottando con tutto me stesso per portare frutto? Sto diffondendo il profumo di Cristo in ogni posto in cui vado? Difficilmente ci verrà chiesto di evangelizzare popoli e paesi lontani, ma ci viene sicuramente chiesto di dare ogni fibra del nostro essere per la nostra missione quotidiana, qualunque essa sia, donando a chi ci è intorno una scintilla dell’amore di Dio, che viene riversato nei nostri cuori. Se noi daremo tutto, e ci faremo tutto a tutti, anche noi potremo dire di aver combattuto la buona battaglia[3], certi che la nostra vita avrà portato frutto e frutto abbondante.

Francesco Simone


[1] Cfr. Mt 28, 19.

[2] Mc 8, 36.

[3]Cfr. 2 Tm 4, 7.

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