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L’erba del vicino è sempre più verde?

Durante il liceo, quando prendevo dei bei voti, tornavo a casa tutto fiero e dicevo ai miei genitori: “Ho preso 8 e la maggior parte della classe solo 7”. Se invece mi capitava di prenderne di brutti, subito la mia scusa era: “Il compito era molto difficile e infatti tutta la classe è andata male”.

All’università non fu diverso, né lo è ora nel mondo del lavoro. Difatti, tendiamo spesso a misurarci in base ai risultati degli altri e a ciò che vediamo in loro. Perché a quel mio collega va sempre tutto bene? Perché lui raggiunge quei risultati che io non riesco a raggiungere? 

Leon Festinger (1954), partendo da questo fenomeno, così comune nella nostra vita, elaborò la Teoria del Confronto Sociale. In buona sostanza, questa teoria sostiene che quando siamo incerti circa le nostre abilità, i nostri talenti o le nostre opinioni, ci valutiamo attraverso il confronto con gli altri. Sostanzialmente, tendiamo a correre in una grande gara mondiale a chi è il migliore. 

Il problema è che non sappiamo quanto valiamo realmente e per valutarci abbiamo bisogno di confrontarci con gli altri. Sono quindi le persone che ci circondano a definire gli standard in base ai quali ci definiamo intelligenti o stupidi, simpatici o antipatici. Infatti, guardando ciò che fa o dice una persona vicino a noi, non possiamo fare a meno di effettuare un paragone. Buona parte della nostra vita ruota attorno a questi confronti e nessuno ne è esente: ci sentiamo brillanti quando gli altri sembrano sciocchi, premurosi quando gli altri appaiono insensibili ecc. I confronti sociali possono attenuare una soddisfazione (ad esempio se prendiamo 28 ad un esame quando la maggior parte della classe ha preso 30) o proteggere l’autostima (ad esempio quando ci confrontiamo con chi è meno abile di noi). 

A peggiorare la situazione, c’è il fatto che di questi paragoni non possiamo parlarne con nessuno, perché vorrebbe dire mostrarci deboli e senza valore. Quindi, nel migliore dei casi continuiamo la nostra vita sminuendo chi è meglio di noi e facendoci grandi davanti a chi è meno, e nel peggiore ci facciamo prendere dall’invidia, ovvero la tristezza per il bene altrui, o la felicità per le sue carenze.

Anche se sembra paradossale, questo cela una grande arroganza di fondo. Vedendo i talenti e le virtù degli altri infatti, ci permettiamo di giudicare un solo aspetto di loro, e stiamo decidendo di ignorare quanto sta dietro quella persona. Un nostro amico compra una bellissima macchina nuova e noi ci limitiamo alla fortuna che ha rispetto a noi che camminiamo ancora in bicicletta, ma magari non guardiamo a quanti sacrifici ha fatto lui per arrivare a permettersela; ignoriamo che magari voleva una macchina più bella che non ha potuto comprare, ci limitiamo a ciò che vediamo. Un po’ come quando andiamo in palestra, vediamo persone con il fisico scultoreo e la nostra pancetta e ci chiediamo perché noi no, dimenticando di quanto tempo, energia e attenzione quella persona investe per avere quel fisico. 

Ma non possiamo giudicare una persona su un singolo aspetto, dimenticando il resto del suo mondo. È sbagliato e non ci è concesso.

Ma se il confronto sociale ci caratterizza come esseri umani, come possiamo fare per vincerlo? Difatti non dobbiamo, né possiamo vincerlo, ma possiamo veicolarlo. 

Infatti, il confronto sociale non è di per sé una cosa sbagliata, è l’uso che ne vogliamo fare noi che lo rende buono o cattivo. Esso infatti può aiutarci ad essere anche persone migliori. 

Anzitutto, è importante prendere coscienza che l’altro non è quella qualità che gli invidiamo, ma una persona complessa e in cambiamento che ogni giorno, come noi, combatte battaglie che non conosciamo, per le quali merita il nostro rispetto e che non abbiamo il diritto di giudicare per ciò che vediamo in apparenza. Forse possiamo invidiare il nostro amico con la macchina nuova, ma proviamo a guardare ai sacrifici che ha fatto per comprarla. Proviamo a guardare a quello che c’è dietro quella persona, e ci riusciremo a guardare le sue qualità con occhi diversi. Nessuna persona è libera da difetti, limiti o paure, neanche i grandi. Pensiamo allo stesso San Paolo, un grandissimo apostolo, che tuonava tra le folle e quasi evangelizzava con la sua sola presenza. Preso ad esempio da moltissimi teologi e missionari, anche lui aveva delle insicurezze. Leggiamo in 2 Cor 12, 7 “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.

In secondo luogo, guardando a una persona che ha una particolare qualità che noi non abbiamo, possiamo certo scegliere di invidiarla, ma possiamo anche decidere di imitarla. Difatti, il confronto sociale ci aiuta anche ad essere migliori. Se non ci fossero delle persone muscolose in palestra, forse non avremmo neanche la spinta ad allenarci come si deve per raggiungere quei risultati. E se gli apostoli avessero invidiato Gesù anziché provare a imitarlo, probabilmente oggi il cristianesimo nemmeno esisterebbe. Una persona migliore può darci la spinta ad essere migliori.

In ultimo, non è peccato essere deboli. Continuando la lettura della lettera ai Corinzi, leggiamo “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.” (2 Cor, 9-10). Esiste un solo modo per far fronte a quelle che sentiamo essere le nostre mancanze: portarle alla luce. Solo se ne parliamo con gli altri, il confronto sociale diventa propositivo. Solo se ammettiamo di essere mancanti in qualcosa possiamo conoscere le mancanze dell’altro e vedere quanto in fondo siamo simili. E insieme possiamo cercare di essere migliori. Allo stesso modo, se sei credente, puoi farlo con Dio, che è un padre che non è lì per giudicarti e per farti sentire una miseria. Anzi! 

“La voce di Dio non è mai quella di un padrone che ti chiede: che stai combinando? Ma è quella di un padre che ti dice: ma non ti rendi conto di quanto sei bello?”. Ma solo se accettiamo le nostre mancanze possiamo accogliere la nostra bellezza, perché proprio i limiti che noi tanto vogliamo allontanare sono lo spazio che permettono agli altri di amarci. Allora, sempre riprendo San Paolo, inizieremo a “gareggiare nello stimarci a vicenda” (Rm 12, 10) e potremo darci alle “opere della pace e alla edificazione vicendevole” (Rm 12, 19).

Antonio Pio Facchino

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