Educare alla Verità e alla bellezza: il metodo di S. Agostino

Roma antica, secoli II e seguenti. L’impero è in un lento declino, anche se mantiene i fasti della sua grandezza e del suo dominio. Nel mondo dominato dall’Urbe si è diffusa via via una nuova dottrina, una nuova religione, che cambia radicalmente il modo di concepire se stessi, gli altri, la vita, il mondo, e la morte stessa. Si è diffuso, cioè, il cristianesimo. Nonostante le numerose persecuzioni e le difficoltà di queste prime comunità, la nuova fede si diffonde, risplendendo per i frutti portati da chi la professa. Con il passare del tempo ci si comincia ad interrogare su come formare le giovani generazioni, che respiravano nel mondo romano e pagano valori in molti casi contrari alla fede. Possiamo dire che sia una situazione analoga a quelle che avviene oggi, dove le famiglie cristiane hanno in non pochi casi problemi a crescere e formare i propri figli nella bellezza e nella coerenza del Vangelo perché il mondo dice altro, propone altri valori ed altre attrattive. Come fare, quindi? E a chi affidare il compito della formazione e dell’educazione dei giovani?

A questi interrogativi risponde colui che è ritenuto il più grande pensatore cristiano del I millennio, e cioè S. Agostino. Agostino era cresciuto cibandosi della cultura romana del tempo, aveva vissuto secondo quei canoni, secondo quegli stereotipi, ed in lui i segni del “mondo” furono davvero molto forti, tant’è che la sua conversione, come avviene in molti casi, fu si immediata, e cioè decisa in un momento (nel momento della lettura, cioè, di un passo del Nuovo Testamento[1]), ma fu anche lenta, perché dovette spogliarsi del sapere ricevuto in gioventù e rivestirsi del sapere che viene dall’alto, della sapienza vera che non conosce ombre o errori, e per fare questo ebbe bisogno di molta preghiera e di alcuni anni. Divenne poi un insigne predicatore, un illustre filosofo ed un magistrale scrittore, che condensò in alcuni testi (Le Confessioni e La Città di Dio su tutti) il suo pensiero e quanto lo Spirito Santo gli comunicava. 

Agostino parte da una premessa chiara: il mondo romano, e più in generale quello antico (i romani infatti presero molto dal mondo greco, sia in termini filosofici che in termini culturali) ha degli elementi positivi da cui partire, elementi che possono essere trasmessi al giovane, a patto che essi siano visti partendo da un’ottica cristiana, perché in caso contrario portano conseguenze negative. Per fare un esempio contemporaneo, possiamo parlare dell’ecologia: se presa da sola può essere pericolosa, perché può portare ad “idolatrare” le creature di questo mondo, ad odiare il proprio fratello (anche se è colui che deturpa l’ambiente e lo rovina), a fare scelte che sacrifichino la dignità dell’uomo sull’altare dell’ambientalismo (alcuni, infatti, propongono il controllo delle nascite per “far respirare il pianeta”); ma se l’ecologia viene vista nell’ottica della fede, e cioè come tutela di un dono che ci viene dal Padre, per il quale tutti noi possiamo fare la nostra parte, ecco che diviene un valore condivisibile anche con chi non crede, e questo valore viene purificato ed esaltato. 

Unire con saggezza il vecchio ed il nuovo, quindi: come dice, del resto, Gesù nel Vangelo[2].

Un altro presupposto dal quale parte Agostino è quello che ogni fanciullo rappresenti un’anima da salvare, un’anima ferita dal peccato originale e che per questo ha bisogno di un accompagnamento particolare; certamente, in molti casi, la formazione per i giovani cristiani nel mondo romano consistette anche nella basilare educazione a saper leggere e scrivere, ma il vescovo di Ippona vuole andare oltre, e si riferisce alla centralità della persona: il bravo insegnante, infatti, non deve mettersi al centro dell’apprendimento, non deve trasmettere elementi e dottrine che facciano risplendere il suo valore e la sua cultura, ma deve mettere al centro il discente, il fanciullo, e deve fare di esso il cardine della formazione. Non deve, il pedagogo, trasmettere se stesso, ma deve mettersi al servizio della Verità: dato che la Verità viene dal Cielo, ed è inscritta nel cuore di ciascuno di noi, compito dell’insegnante è quello di disvelare questa Verità, facendo giungere la persona che si sta formando a trovarla nel proprio cuore, nel proprio intimo. Per fare questo, dunque, il formatore deve porsi al servizio dell’alunno e fornirgli tutti i metodi necessari all’incontro con questa verità, tramite stimoli, indicazioni, riflessioni utili e non boriose e vane. Il fanciullo sarà formato ed abbraccerà la bellezza della verità solo quando la sentirà propria, solo quando la avvertirà rilevante per la propria vita e per il proprio mondo interiore. Non un insegnamento calato dall’alto, in cui l’insegnante si pone come arcigno propagatore di informazioni, spesso e volentieri all’apparenza inutili, no; ma un insegnamento che metta al centro la persona, una formazione che parta dagli elementi della realtà “elevati” nell’ottica della fede e che miri a far incontrare il giovane in formazione con la Verità che è nel suo cuore, e quindi con Dio. 

Cercare la Verità nel proprio cuore è stato un punto di svolta per lo stesso Santo, che riporta come egli cercasse Dio fuori di sé, nella bellezza delle creature e del mondo, mentre Egli era sempre stato dentro di lui[3].

Per gli educatori, gli insegnanti e i formatori del nostro tempo credo che questa sia una lezione magistrale: non avere paura del mondo che ci circonda, perché creato da Dio, e quindi trarre da esso con fiducia tutto quello che può essere utile al giovane in crescita, guardando la realtà con gli occhi della fede. Combattere il male, certamente, ma mostrando non solo una pars destruens, bensì anche una pars construens, una parte attiva, propositiva, la parte “bella” del bello. Come diceva anche S. Bernardo di Chiaravalle, non bisogna dire agli uomini che il peccato sia brutto in sè, perché non lo è[4], anzi, ha la sua attrattiva, ma bisogna spiegare e far comprendere come il bene sia ancora più bello e desiderabile.

E nel formare alla Verità, che è inscritta nel cuore dell’uomo, non bisogna mai sentirsi padroni del sapere, o meri ripetitori di nozioni, ma si deve mettere al centro chi apprende, bisogna quindi che chi forma si metta  al servizio del ragazzo con umiltà e pazienza, giungendo a fargli capire la ragionevolezza del bello e del bene sfruttando le modalità che gli possano essere più congeniali.

Anche l’insegnamento, la formazione, l’accompagnamento e l’educazione sono atti di carità, di servizio; non trascuriamo di compierli con attenzione e con vero spirito di amore al prossimo, e magari mettiamo in pratica questi consigli dati da S. Agostino: potremmo forse fare più strada e stancarci maggiormente, ma il risultato finale potrebbe essere decisamente migliore. 

Francesco Simone


[1] Si tratta della Lettera di San Paolo ai Romani, capitolo XIII, versetti 13-14. 

[2] Cfr. Mt 13, 52.

[3] Cfr. Confessioni 10, 27-38.

[4] Lo è certamente nelle sue conseguenze negative nel rapporto con se, con gli altri e con dio, ma qui di parla di atto singolo, come una vendetta attuata o una passione sfrenata a cui si dà sfogo, che lì per lì lasciano una certa soddisfazione, salvo poi portare con sé il proprio salario negativo.

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