Don Pino Puglisi, un martire per i nostri tempi

Il 15 Settembre, nella tradizione cristiana, è il giorno della Madonna Addolorata, di Maria, che “senza morire meritò, sotto la croce del Signore, la palma del martirio” (così la Chiesa ci fa pregare nell’Antifona al Vangelo odierno). Ma questa data, oltre che al martirio incruento di Maria, è dagli anni ’90 collegata anche ad un altro martirio, questa volta bagnato dal sangue, di un altro testimone luminoso, fedele al suo Signore fino all’estremo sacrificio della vita, e cioè Don Giuseppe Puglisi.

Don Puglisi, o meglio, il Beato Don Pino Puglisi, è collegato a Maria non solo per una mera coincidenza temporale, ma anche per aver vissuto, come la madre di Gesù, il Vangelo fino in fondo, senza abbandonare mai la croce e preferendo la sofferenza, e finanche la morte, ad una vita più comoda e ad un Vangelo edulcorato. Don Puglisi è un martire, un martire della fede. Si, anche nella nostra contemporaneità ci sono i martiri, che non sono relegati ad un passato lontano, fatto di leoni o di imperatori sanguinari, ma sono attuali, sono tangibili, sono ovunque il Vangelo voglia essere vissuto e incarnato fino in fondo, senza sconti e senza situazioni di comodo, in forza di un amore e di una fiamma viva che vengono dall’Alto e che non si possono tacere.

Questo sacerdote palermitano, classe 1937, divenne via via scomodo alla Mafia: benché “falcidiata” dal lavoro eroico di tanti servitori dello Stato e privata del suo vertice, Salvatore Riina, arrestato pochi mesi prima, l’organizzazione siciliana “Cosa Nostra” emise sul finire del 1993 la sua sentenza di morte a danno del prete di Brancaccio, quartiere del capoluogo siciliano. L’accusa mossa al “parrinu” era quella di “corrompere i giovani”, educandoli ai buoni valori del Vangelo, del vivere civile, e dunque sottraendoli al controllo, mentale e fisico, della malavita, che voleva fare di loro nuovi soldati al servizio della criminalità. Don Puglisi “non si faceva i fatti suoi”, non metteva la testa sotto la sabbia, non accettava favori o offerte in cambio del silenzio, non voleva che i giovani della sua Palermo, ed in particolare del suo quartiere, entrassero in un circolo di violenza e di morte, che fa sprofondare la vita nel buio e che cancella ogni bellezza ed ogni traccia di umanità. Don Pino voleva trasmettere ai giovani, e alle loro famiglie, valori diversi, una luce nuova, la luce del Vangelo; per fare questo si mise coscientemente contro “i potenti”, contro la mentalità comune, contro il “buon senso” del quieto vivere, insegnando e vivendo qualcosa di diverso, di sconosciuto forse, ma di meraviglioso: una vita luminosa, una vita buona, una vita fruttuosa, una vita spesa per gli altri e non contro gli altri, una vita in cui l’egoismo è relegato all’ultimo posto, ed in cui gli altri sono fratelli e non nemici da sconfiggere o subalterni da schiacciare. 

In quest’ottica si pose l’edificazione del centro “Padre Nostro”, a cui diede vita per permettere a quei giovani, concretamente, di vivere “sul campo” i valori diversi che egli andava proclamando, per rendere concreta e vivida la “Vita nuova” che Gesù voleva per quei giovani, spesso già adescati dalla mafia per dei primi “lavoretti”. Questo centro si pose in continuità con l’attenzione che Don Pino ebbe sempre per i giovani, al centro della sua missione pastorale sia nel seminario regionale di Palermo, sia nelle varie associazioni cattoliche, ed anche nell’insegnamento scolastico e nel sostegno alle ragazze-madri del centro “Casa Madonna dell’Accoglienza”, sempre a Palermo. Una passione per il fondamentale onere dell’educazione, un’attenzione particolare alle giovani vite, tanto diverse e talvolta tanto fragili, una vita spesa e mai tenuta per sé. Fino alla fine.

L’esperienza di questo sacerdote beato ci può sembrare bella ma lontana da noi, che non dobbiamo combattere nel nostro quotidiano contro “Cosa Nostra”, e che abbiamo forse ben altri problemi. Ma se ci fermiamo un attimo a riflettere ci accorgiamo che non è così. Chi di noi, infatti, può dire di non essere responsabile per il proprio fratello? Chi di noi vuol essere simile a Caino? Chi di noi, figlio, fratello, padre o madre, amico o collega, può dire di un altro: “Non mi interessa”? La vita di Don Pino ci ricorda, ancora una volta, che non siamo delle monadi, non siamo individui che bastano a se stessi e che non hanno collegamenti con gli altri, ci ricorda che non siamo chiamati ad isolarci e a lasciare che il mondo scorra sempre uguale, lamentandoci, magari, anche se va male, mentre noi non muoviamo neanche un dito. La sua vita ed il suo esempio ci dicono che chiunque, nella propria vocazione e nella propria esperienza di vita, può fare il bene dell’altro, può sforzarsi di portare, come Prometeo[1], un po’ di luce agli altri, una Luce, però, che non si consuma, ma che trasforma radicalmente tutta la vita, facendola diventare un’avventura meravigliosa e piena di senso. Prendiamoci cura di chi ci è accanto, di chi ci è stato affidato: i genitori con i figli, gli educatori con i più giovani, i colleghi di lavoro tra di loro. Tutti possiamo fare molto per gli altri, tutti possiamo portare la novità nella vita degli altri; serve “solo” guardare l’altro non come un nemico, o come un estraneo, ma come un fratello, un figlio di Dio che io posso servire con il mio esempio, con i miei consigli, con la mia guida, con le mie attenzioni, pur piccole che siano. Creare ambienti sani, nella famiglia e nel mondo del lavoro, nonostante tutti i nostri limiti ed i nostri peccati, è possibile, anzi, è la sfida che il Signore ogni giorno ci chiama ad affrontare. In un mondo in cui la confusione, la rivalità, la maldicenza, i soprusi, la cattiveria, l’isolamento sembrano trionfare, noi possiamo essere una “pietra d’inciampo”, una nota diversa di uno spartito che sembra già scritto. Per farlo, come Don Puglisi e come tutti i martiri della “buona battaglia”, incontreremo sicuramente difficoltà, incomprensioni e momenti bui, forse anche nemici, ma non per questo dobbiamo arrenderci. Il mondo diventerà un posto migliore se io e te diventiamo migliori; il mondo diventerà un posto accogliente se tu ed io accoglieremo l’altro, e non solo chi ci è simpatico, ma anche chi ci è antipatico “a pelle”. 

I martiri, o i santi, non sono “santini”, usati come portafortuna o come parte del rito di iniziazione della mafia (beffarda coincidenza), ma sono modelli, esempi, figure che il Signore suscita per essere faro per molti. Così lo è stato anche questo semplice sacerdote palermitano, freddato da colpi di pistola nella giornata del suo compleanno. L’eredità che ha lasciato non è materiale, ma spirituale. Sta a noi, nelle nostre differenti occupazioni e nella vita di tutti i giorni, il compito di farla fruttare. 

Francesco Simone


[1] Personaggio della mitologia greca che ruba il fuoco agli dei per portarlo agli uomini, cui si sentiva legato da un legame di amicizia pur essendo un titano.

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