La condivisione con il vicino: la chiesa di sant’Antonio da Padova ad Istanbul

Mettiamo il caso che domani comprassi un biglietto aereo per andare ad Istanbul: cosa visiteresti subito appena atterrato in aeroporto? Sono sicuro che Santa Sofia sarebbe tra le prime mete, è fin troppo scontato. Forse, se sei amante della pallacanestro come me, vorresti andare a vedere lo stadio del Fenerbahçe piuttosto che dell’Efes. Oppure è il calcio la tua passione, allora a quel punto puoi farti una scorpacciata di sport tra il Beşiktaş o il Galatasaray. Ecco, prima di continuare il tuo tour sportivo, giunto nel quartiere di Galata, tra le profumate e colorate vie della città, ti troverai di fronte ad una grande chiesa che ti farà tornare con la mente all’Italia: la chiesa di sant’Antonio da Padova.

Come mai ad Istanbul, una città a stragrande maggioranza musulmana, si erge una chiesa dedicata al santo francescano? I francescani furono tra i primi evangelizzatori giunti in città verso il XIII-XIV secolo ed il culto di sant’Antonio si diffuse rapidamente tra la gente. Ma fu necessario attendere gli inizi del ‘900 per vedere completata una chiesa intitolata a lui. Ed è proprio questa chiesa che oggi prendiamo in esame perché ha un qualcosa davvero di unico. Facciamo però una premessa: la Turchia, dopo la caduta dell’Impero e l’istaurazione della Repubblica, paradossalmente ha registrato un aumento del controllo statale sulla religione, decretando un’omogeneizzazione della popolazione. La “mappa religiosa” (la cartina fisica colorata con tutte le rappresentanze religiose presenti in città) è diventata monocroma. Gli stessi cristiani, stando ad alcuni censimenti statali, sono passati da 200.000 (1927) a poco più di 60.000 (2005). Lo stato turco promuove costantemente una campagna per rafforzare il collegamento tra l’appartenenza religiosa e quella nazionale: il vero turco è musulmano per capirci. Ad esempio l’apostasia è ritenuta un reato contro la nazione. Ma, nonostante la maggioranza schiacciante rispetto alla comunità cristiana, i musulmani temono i primi, in modo particolare i missionari del Vangelo perché, qualora si lasciassero “convincere” dalle loro parole, tradirebbero lo Stato. Per cui per un musulmano non è scontato frequentare un luogo di culto cristiano perché gli richiede la sfida di affrontare il pericolo della conversione.

Eppure, nonostante questo panorama socio-religioso così delineato, nella chiesa di sant’Antonio accade qualcosa di unico: i musulmani entrano e compiono alcune pratiche devozionali. Dionigi Albera e Benoit Fliche hanno condotto una ricerca antropologica[1] all’interno di questa struttura, osservando e studiando attentamente chi vi accede. Circa il 50% dei visitatori quotidiani sono uomini, nella fattispecie musulmani. Soprattutto il martedì, giorno di devozione verso il santo, nel quale gli studiosi hanno registrato tre attività:

  • Giorno della generosità: i fedeli (cristiani e musulmani) portano delle offerte (es: pane o vestiti) ai frati francescani che poi li distribuiscono nel pomeriggio ai poveri del quartiere. Tuttavia s’è diffusa una pratica parallela, dovuta all’iniziativa autonoma dei devoti che, senza passare dal sacerdote, lasciano dei cestini di pane direttamente sotto le statue del santo e di Gesù in modo che qualcuno, avendone bisogno, possa prenderlo senza farsi vedere;
  • Giorno del “quaderno”: il prete ha predisposto un quaderno sul quale ognuno poteva chiedere preghiere d’intercessioni per situazioni specifiche, creando così una rete di preghiera interreligiosa;
  • Giorno delle udienze: il parroco ha aperto un centro d’ascolto ricevendo chiunque voglia confessarsi o semplicemente parlare, a prescindere dalla fede religiosa. Secondo un suo feedback personale, molti sono musulmani che si rivolgono al sacerdote per vari motivi.

In conclusione possiamo dire che la chiesa di sant’Antonio lascia trapelare un clima multi-culturale: è l’unica che propone quattro messe giornaliere in quattro lingue diverse (turco, inglese, italiano e polacco) ma è anche un polo devozionale importante, spesso teatro di celebrazioni ecumeniche con le altre comunità cristiane. La figura di sant’Antonio attira l’attenzione di quanti, pur non credendo in Dio o nei dogmi cristiani, si lasciano catturate dalla carità dei francescani. A questo punto, come s’interroga san Giacomo nella sua lettera, qual è il rapporto tra la fede e le opere? Come possiamo far in modo che entrambe si completino nella nostra vita? Oggi t’invito a guardare a questo: riesci a trasmettere la tua fede senza “parlare”? Oppure riesci a vivere la tua vita, i tuoi impegni, il tuo apostolato non come un semplice volontariato ma come una preghiera costante? Il mondo pensa che abbia bisogno di maestri di vita, in realtà ha bisogno di esempi semplici e umili, di testimoni autentici che sappiano illuminare il proprio contesto. Il mondo ha bisogno della tua luce!

Emanuele Di Nardo


[1] Le pratiche devozionali dei musulmani nei santuari cristiani: il caso d’Istanbul (ne “I luoghi sacri comuni ai monoteismi”)

No responses yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *