Rosario Livatino, il giudice beato

Domenica 9 maggio è stato proclamato beato il giudice siciliano Rosario Livatino, ucciso in un agguato mafioso nel 1990. La Chiesa ha riconosciuto nel suo assassinio una componente non solo sociale, ma anche di fede: divenuto scomodo agli occhi della malavita organizzata, Livatino è stato eliminato perché “troppo zelante”, “troppo giusto”, “troppo cristiano”. Ma il suo esempio e la sua testimonianza continuano ad ispirare giovani generazioni di magistrati e di cittadini. Perché il bene, alla fine, vince. Sempre.

La storia italiana, dal dopoguerra ad oggi, ha avuto dei cicli, assimilabili a dei decenni: il boom economico degli anni ’50 e ‘60, il clima di terrore degli anni ‘70, noti come “gli anni di piombo”, che sono continuati anche per un tratto degli anni ’80. La fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, invece, sono ricordati come quelli in cui le stragi di mafia imperversavano nei tg, nei giornali, e soprattutto nelle vite di tanti che, per lavoro o per mera coincidenza geografica, si trovavano ad incrociare “la mafia”. Dici anni ’90, Sicilia, e pensi a Falcone e Borsellino, alle loro scorte, a tanti uomini e donne dello Stato strappati alla vita dalla violenza malavitosa. Eroi civili, esempi fulgidi per le generazioni presenti e future, uomini e donne a cui dedicare strade, piazze, e soprattutto uomini e donne da imitare. Forse, però, non viene subito in mente il concetto di santità. E invece un esempio di santità nelle nell’amministrazione della giustizia c’è: è il caso di Rosario Livatino, anzi, del Beato Rosario Livatino, giovane giudice siciliano ucciso nel settembre del 1990 ed elevato agli onori degli altari come Beato in qualità di martire della fede. 

Livatino nasce nel 1952 a Canicattì, in provincia di Agrigento, e da ragazzo frequenta l’Azione Cattolica; si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, formazione che lo vedrà eccellere e gli darà la possibilità, a soli 26 anni, di accedere al tribunale ordinario di Caltanissetta. Rosario è uno che brucia le tappe, per passione e per capacità. Fin dagli anni ’80 si dedica ad indagare sui fatti di mafia, ed anche su un settore fondamentale ad essi collegato: quello della corruzione e delle tangenti. Sono molti i colpevoli assicurati alla giustizia da questo brillante trentenne, che vede nel suo impegno non solo un mestiere, un lavoro, ma una vera e propria vocazione: amministrare la giustizia non per vendicarsi o solamente per punire, ma per fare verità. Perché il percorso spirituale dell’uomo va di pari passo con il suo impegno di servitore dello Stato. Non si fa corrompere, non “aggiusta i processi o le indagini”, proprio perché non è solo un lavoro, che come tale può portare anche vantaggi, ma una missione, che gli viene dal Cielo. “Si è affermato, a partire della metà degli Anni ’60, che il magistrato possa e debba interpretare la norma scegliendo il significato che, a suo giudizio, meglio asseconda le trasformazioni della società. In realtà, il compito del magistrato è e rimane quello di applicare le leggi che la società si dà attraverso le proprie istituzioni. Il giudice non può e non deve essere un protagonista occulto dei cambiamenti sociali e politici. (…) L’indipendenza del giudice è anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta dentro e fuori delle mura del suo ufficio. Solo se il giudice realizza in sé stesso queste condizioni, la società può accettare ch’egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha”. Questo il pensiero del giovane giudice. È un magistrato “fuori dal sistema”, uno alla pari di Falcone, Borsellino, dei suoi più illustri colleghi. Con una caratteristica cha lo contraddistingue: la fede. Fin dal suo primo giorno di lavoro al tribunale di Caltanissetta annota sulla propria agenda la frase “Sub tutela Dei”, indicando che vuole svolgere il suo lavoro sotto lo sguardo del Padre. Quando il suo nome comincerà ad essere noto ai mafiosi, loro gli daranno il soprannome (dispregiativo) di “parrineddu”, cioè “piccolo prete”. Nei verbali del processo contro i suoi assassini, verrà fuori che l’avversione che i mafiosi avevano per lui c’era anche e soprattutto per la sua attiva vita di fede, tanto è vero che in un primo momento il suo omicidio doveva avvenire davanti ad una chiesa, quando Livatino fosse andato a fare la sua quotidiana visita al Santissimo Sacramento; il “santocchio”, altro appellativo dispregiativo usato nei suoi confronti, non piaceva, perché ottimo giudice e cristiano vero.

“Decidere è scegliere […]; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. […] Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto, per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione. Nella consapevolezza che per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta ”; emerge da quest’altro pensiero di Livatino un aspetto non consueto, ed anche di difficile attuazione in procedimenti per mafia, e quindi per omicidi e altre efferatezza: l’amore verso la persona giudicata. Il giudice non deve fare vendetta, ma giustizia, non deve essere tiranno, ma amministratore del diritto per il bene, non dimenticando il bene per la persona che si trova a giudicare, fosse anche la peggiore del mondo. Sembra tanto di rivedere il modo in cui Dio Padre agisce con noi ogni giorno: giusto, certo, ma mai dimentico del suo amore. 

Scelse di non mettere su famiglia perché consapevole dei rischi altissimi che il suo lavoro, così svolto, poteva provocargli, e rifiutò anche la scorta.

La ricerca della verità che lo caratterizzò non era però limitato all’ambito della mafia o degli ambiti ad essa collegati, ma andava oltre, difendendo la vita ed il diritto all’obiezione di coscienza contro l’eutanasia.

Questo perché legalità e giustizia vera a volte possono essere in disaccordo, ed un cristiano deve andare oltre, fino a trovare il Vero, sempre.  La sua missione terrena finì il 21 settembre 1990, quando a bordo della sua Ford Fiesta, fu prima speronato, ferito alla spalla e infine, mentre tentava di fuggire a piedi in una scarpata, raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco, compreso uno in pieno volto. Ad ucciderlo non fu Cosa Nostra, ma la Stidda, un’organizzazione più piccola e contrapposta alla prima ma che voleva mostrare la sua forza.

La vita di questo Beato, che la Chiesa ci propone come modello, è un grande stimolo anche per chi, ogni giorno, si trova impegnato nel mondo del lavoro (o anche della formazione personale): se credi, mostralo, con semplicità. Sii coerente con la tua fede, sii esempio di verità, di giustizia, di luce. Svolgi al massimo il tuo lavoro, ricordando che esso non è solo un lavoro, ma è una missione, l’occasione che hai nel mondo per dare gloria a Dio nel servizio agli altri. Ricorda che nel fratello, nel collega o nel capo, anche il più insopportabile o il peggiore, c’è qualcuno da amare, e non da odiare. E se tutto questo costerà fatica, incomprensioni, risatine alle spalle o addirittura persecuzione, sopporta tutto con pazienza. Chi fa il bene, alla fine, vince. Sempre. Come Rosario, il giudice beato.

Francesco Simone

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