La croce, da patibolo a trono di grazia

“Cristo Gesù[…] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Sono le parole che San Paolo usa nella lettera indirizzata alla comunità di Filippi (città dell’attuale Macedonia) per parlare del mistero di Gesù, il Figlio di Dio che accetta la condizione umana e si lascia umiliare fino alla morte. L’aspetto che vogliamo approfondire oggi non è tanto quello spirituale, peraltro sublime, legato alla morte di Gesù, ma quello “pratico”, cioè la crocifissione. Forse noi ci abbiamo fatto l’abitudine, ma nel mondo antico sentire che qualcuno era morto in croce non lasciava indifferenti, e suscitava immagini e sensazioni ben precise.

Negli anni trenta del I secolo dopo Cristo, quando cioè si svolgono i fatti legati alla vita pubblica di Gesù, la Palestina e gran parte del mondo conosciuto sono sotto il dominio di Roma: l’impero è ovviamente gloria per i romani, mentre è tirannia per i popoli sottomessi. I romani si comportano da conquistatori a tutti gli effetti, imponendo il loro esercito nei territori conquistati, tassando le popolazioni, amministrando anche la giustizia. E riservano per le popolazioni più ribelli, o per i singoli rivoltosi, pene esemplari. La “Giudea romana” era proprio una delle zone più difficili da gestire, anche per via della profonda identità del popolo d’Israele, che essendo il prediletto dall’unico e vero Dio viveva con estrema insofferenza il dominio dei pagani nella “Terra Santa”. Dal 63 a.C. in poi, anno in cui Pompeo conquistò Gerusalemme, si susseguirono vari momenti di ribellione, sempre soffocati nel sangue. Una modalità particolare di esecuzione capitale per i sediziosi era la crocifissione. La pratica della crocifissione non ha origine romana, risale secondo alcune fonti a civiltà precedenti, le ipotesi parano di Assiri, Persiani e Cartaginesi. Proprio dai cartaginesi, popolazione vicina ai romani, i discendenti di Romolo acquisirono questa tecnica, e la usarono in maniera massiccia per la prima volta nella repressione della rivolta di Spartaco, un gladiatore che si era ribellato con altri schiavi alle inumane condizioni loro riservate: circa seimila schiavi trovarono la morte così nel I secolo a.c. La crocifissione fu quindi adoperata non per i cittadini romani meritevoli di morte, ma solo per gli schiavi o i rivoltosi non romani, come per l’appunto gli uomini delle province conquistate. Ecco perché Gesù, e successivamente San Pietro, furono uccisi sulla croce, mentre San Paolo, cittadino romano benché di Damasco, in Siria, fu decapitato (la decapitazione era considerata una morte più dignitosa, da cittadini, per l’appunto).

Ma in cosa consisteva la crocifissione? Il condannato veniva innanzitutto flagellato, con diversi colpi infertigli fino a scorticarne la pelle e scoprire le ossa; in seguito gli veniva messo sulle spalle il “patibulum”, un legno trasversale che sarebbe stato poi unito, una volta arrivati al luogo dell’esecuzione, ad un palo verticale. Il luogo deputato alla crocifissione non era casuale: doveva essere un luogo ben visibile, affinchè i condannati servissero da monito: chi sbaglia con Roma paga in questo modo. Al momento della condanna il giudice comminava anche la motivazione della sentenza, detta “titulus”, da apporre sopra la testa del condannato: nel caso di Gesù il “titulus” fu “INRI” (in italiano: Gesù Nazareno Re dei Giudei). Il colpevole era inchiodato alla croce (più raramente legato), con i chiodi che trapassavano i polsi (e non i palmi delle mani, come l’iconografia ci ha spesso suggerito) e talvolta anche i piedi. Le vesti del condannato venivano spartite tra i soldati.

La morte per crocifissione era di solito molto lenta, e l’agonia poteva durare anche giorni: si doveva raggiungere la morte per asfissia o per collasso cardiocircolatorio. Qualora le cose andassero per le lunghe, i tempi della morte si velocizzavano tramite il taglio delle gambe dei crocifissi o un colpo di lancia che andava a squarciare il cuore. Due scene che vediamo descritte nei vangeli, in relazione ai “due ladroni” e a Gesù, sebbene egli fosse morto in poche ore a causa della debolezza inflittagli dalle torture subite nelle ore precedenti.

Questa era quindi la pratica della crocifissione, abolita nell’impero romano solamente dall’imperatore Costantino nel quarto secolo dopo Cristo. Quando il cristianesimo cominciò a diffondersi, questa nuova “setta” sembrò ai romani sicuramente una follia: innanzitutto perché legata al mondo ebraico, già visto di cattivo occhio, ed inoltre perché incentrata sulla figura di un uomo morto con una pratica così infamante, riservata solo agli schiavi. Non mancano le attestazioni di storici e scrittori latini che si scagliano contro il cristianesimo per le sue forme, per le sue idee, ma anche per la sua origine “plebea”. Il contrasto tra Roma e cristiani era dunque totale, anche perché i cristiani onoravano uno strumento che il romano medio considerava “subumano”, destinato a chi è un oggetto (gli schiavi, appunto), altro che divinità. Era una sovversione nella sovversione: i seguaci di questo giudeo, sovversivi perché si staccavano dalle pratiche religiose romane, chiamavano “figlio di Dio” qualcuno che era morto per lesa maestà nei confronti dell’impero, essendo stato ucciso con il titolo di “Re dei Giudei”, cioè un sovversivo. Non c’è da stupirsi se dunque il cristianesimo fu perseguitato brutalmente dall’impero, ed in più fasi: era l’esaltazione di valori e simboli diametralmente opposti alla logica romana, e per questo da eliminare. C’è da credere che solo la forza derivante da quell’uomo sulla croce, e dal suo sacrificio, abbia dato la forza a pochi sparuti uomini e donne di “sconfiggere” l’impero più potente della storia. Solo la Verità può andare contro le logiche del mondo, essere in minoranza, essere perseguitata, e tuttavia risplendere e trionfare. 

Siamo in un mondo che, un po’ come i romani dell’epoca, rifiuta la croce, la sofferenza, giudicando non degno dell’uomo del ventunesimo secolo qualcosa del genere. La croce è diventata un ornamento, o un segno scaramantico per chi entra in campo durante una manifestazione sportiva. Ma alla luce di quanto si può vedere durante questa Settimana Santa, la croce è ben altro: la croce ha potere, la croce fa passare dalla morte alla vita. Ha scandalizzato ieri e continua a scandalizzare oggi, ma ha il potere di trasformare i cuori, e di far capitolare anche gli imperi. La pratica della crocifissione, nella sua drammaticità, ci ricorda che quella sofferenza è stata, per Gesù, assolutamente reale, che l’amore vero si spinge fino a vette inimmaginabili. Sta a noi, oggi, scegliere da che parte stare, scegliere come concepire la croce: come strumento barbaro, destinato agli “schiavi” (cioè, nel mondo moderno, a dei “creduloni”) o come strumento di salvezza e di grazia?   

Francesco Simone

No responses yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.