“Fate questo in memoria di me” (pt.6)

Conclusioni

Se provassimo a mettere su un’immaginaria linea orizzontale tutte le fonti che abbiamo citato, partendo dal Levitico fino a giungere alla Prima Apologia di Giustino, vedremmo come le convergenze tra il cristianesimo e il giudaismo sfumino progressivamente a partire dalle lettere paoline. Il concilio di Gerusalemme segnò, come detto, la sconfitta per la politica inclusiva di Paolo, dopo essersi scontrato con l’ala conservatrice gerosolimitana, rappresentata da Giacomo. Il messaggio di Gesù stava facendo breccia nel cuore dei Giudei ma molti erano ancora i dubbi e le perplessità che aleggiavano sugli Apostoli. Paolo, influenzato anche dalla sua formazione culturale, pose la questione della purezza su un piano più alto: vale davvero soffermarsi sui divieti alimentari quando sappiamo che Dio ci ha ricolmati della sua Grazia, predestinandoci alla salvezza e permettendo a tutti, Giudei e Gentili, di godere della sua misericordia? Certamente la sua posizione intransigente fu stemperata per favorire la coesione interna alle comunità, come quelle di Roma e di Corinto, ma non perse il suo fervore nel corso delle missioni evangelizzatrici. I cristiani nascono con il peso del Peccato Originale che può essere “perdonato” attraverso il Battesimo. Questa purificazione rituale permette loro di tornare in comunione con Dio Padre ma solo tramite Gesù Cristo è possibile ottenere la salvezza eterna. Il modo più diretto è quello di mangiare il suo corpo e bere il suo sangue. Pertanto sembrerebbe ribaltarsi la prospettiva levitica o, per lo meno, a tale conclusione mi ha portato questa interessantissima ricerca. Il cristiano, dunque, recuperando le parole di Giustino, prima di accostarsi all’Eucaristia deve purificarsi «con il lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione» ovvero deve rendere puro il suo spirito ed il suo corpo per venire a contatto con l’alimento puro per eccellenza, sapendo che, pur non meritandolo, viene salvato da esso. Non c’è più un’attenzione preoccupata al mondo esterno, potenzialmente contaminante. Le preoccupazioni maggiori d’impurità sono proiettate all’interno dell’animo umano, vera fucina di peccati ed errori. Ma, assumendo l’Eucaristia, il fedele ne diventa parte e si purifica. L’Apostolo riassume il suo pensiero con queste parole: «Non son più io che vivo: è Cristo che vive in me. La vita che ora vivo in questo mondo la vivo per la fede nel Figlio di Dio che mi ha amato e volle morire per me. Io non rendo inutile la grazia di Dio. Ma se fosse vero che siamo salvati perché osserviamo le norme della Legge, allora Cristo sarebbe morto per niente» (Gal. 2,20-21).

La Legge è fondamentale per i cristiani, chiamati a condurre una vita morigerata e ordinata. Ma l’osservanza della Legge non è più sufficiente per sperare nella salvezza. Paolo dimostrò come il messaggio salvifico di Gesù andasse oltre le leggi, i confini territoriali, l’estrazione sociale o culturale, ma penetrasse nel profondo. La logica dell’Amore misericordioso era talmente grande da non poter essere racchiusa dentro semplici forme cultuali o nel rispetto di norme dietetiche. Cristo, dichiaratosi come il compimento delle profezie veterotestamentarie, ricorda quell’Agnello pasquale immolato per la salvezza dei primogeniti in Egitto ma, questa volta, diventa immolato per tutti. Giudei e Gentili.

Emanuele Di Nardo

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