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Tra perfezione e debolezza

A volte, nella nostra vita, ci troviamo di fronte a situazioni che ci fanno porre una semplice domanda: “Ma io sono abbastanza?”. Possiamo farcela quando ci piace qualcuno e abbiamo paura di un rifiuto, quando dobbiamo concorrere per quel posto di lavoro che ci piace ma per cui abbiamo paura di tentare, oppure possiamo porcela quando ci sentiamo soli davanti a scelte particolarmente difficili. 

È una domanda che dobbiamo farci sottovoce, senza che qualcuno la senta. Chiederci se siamo abbastanza, infondo, è già una prima ammissione di non esserlo. Davanti a questa domanda è difficile tornare indietro, siamo costretti ad affrontarla. Allora cerchiamo di capire chi è abbastanza e gli standard elevati della nostra società non ci aiutano. È abbastanza chi ha un fisico perfetto? È abbastanza chi è super intelligente? È abbastanza chi aiuta tutti? È abbastanza chi è pieno di soldi? E arriviamo poi a chiederci: “che cos’hanno queste persone che io non ho?”

In psicologia potremmo parlare di complesso di inferiorità, e quante vittime causa ogni giorno, a volte misurabili solo in dolore mentale, altre volte con conseguenze fisiche. Quanto dolore mentale ha origine da questa convinzione. In termini spirituali invece parliamo di superbia, un peccato che nasce dall’aver dimenticato che siamo a immagine e somiglianza di Dio e siamo amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo.

Per sopperire a questo senso di inferiorità, a volte ci mettiamo corazze per sembrare migliori di ciò che siamo, o cerchiamo di comportarci in conformità di ciò che ci aspettiamo che gli altri vogliono. Quindi approdiamo in quello che la psicologia chiama narcisismo e la spiritualità continua a chiamare superbia. Si tratta di due facce della stessa medaglia: noi cerchiamo di apparire migliori e di essere più grandi in funzione di quanto ci sentiamo piccoli. 

Eppure, il vero benessere, la pienezza di vita, non viene dal non avere difetti. Quello è un grandissimo inganno. Il vero benessere parte dalla consapevolezza che di difetti ne abbiamo, e forse anche molti. San Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi, dice una frase che può aiutarci a entrare in questa mentalità, non prima però di averci messo un po’ in crisi: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze (…) quando sono debole è allora che sono forte” (2 Cor 12, 9-10).

Non ha assolutamente senso se ci pensiamo. Per quale motivo qualcuno dovrebbe vantarsi delle sue debolezze? Come può una persona essere forte quando è debole? 

Ebbene, in realtà ha senso se consideriamo che la vera forza viene dall’amore. Il problema del narcisismo, dei complessi di inferiorità che nascondiamo, della superbia in generale, è che non ci fanno essere veri, non ci fanno mostrare chi siamo in realtà, e questo ci impedisce di essere amati da Dio e dagli altri per come siamo davvero. Questo perché Dio e gli altri sono cattivi? No, perché stiamo scegliendo di farci amare per le cose belle di noi. Non è del tutto sbagliato, ma l’amore vero lo scopri solo quando sei amato per quello che sei, con le tue debolezze. Ed è proprio l’amore di chi ti accoglie come sei che ti dà la forza per fare l’azione più coraggiosa di tutte e stare finalmente bene con te stesso: accogliere le tue debolezze. 

Da questo nasce la vera forza, da questo nasce il vero benessere, e di questo è bello vantarsi, perché molti potranno vantarsi di essere amati per le proprie qualità, ma davvero felice è solo chi sa di essere amato con i propri limiti. Questo fa sì che possiamo smettere di concentrare le nostre energie nel cercare di essere migliori e di apparire migliori e possiamo dedicarle a qualcosa di ben più positivo ed edificante: amare. 

Allora, in questo tempo, ti consiglio, che tu sia credente o meno, senza pregiudizi, di prendere questo passo di San Paolo e riflettere su quali sono quelle debolezze che hai paura di mostrare agli altri e di fare un atto di fede e guardarti per come sei, senza maschere. E se lo farai anche con le persone che ti stanno vicino, o con Dio se vuoi, potresti piangere dalla gioia nello scoprire quanto sei amato. E te lo auguro vivamente!

Antonio Pio Facchino

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