Fate questo in memoria di me (pt. 3)

Fate questo in memoria di me: il memoriale di Paolo.

Gesù qualifica la Cena come un memoriale: Paolo, la fonte più antica tra quelle esaminate, ripropone la formula «fate questo in mia memoria» riferendosi tanto al pane quanto al vino. Cristo vuole lasciare una pratica ai suoi apostoli affinché, riproducendola fedelmente, possano in futuro testimoniarla al mondo intero. Precedentemente, parlando della pasqua ebraica, abbiamo notato come un accenno al memoriale sia contenuto a chiare lettere nell’Esodo, in cui Dio istituisce la festa pasquale ed esorta il suo popolo a tramandare, di generazione in generazione, un  «memoriale» (zikkārôn) da celebrare come festa del Signore una volta all’anno, il 14 di Nissan per l’appunto. Cristo, invece, stando alle informazioni in nostro possesso, non sembra fornire indicazioni sulla cadenza del suddetto memoriale. Infatti, solo a partire dalle lettere paoline (cfr 1Cor 16,1-2), troveremo le prime attestazioni regolari della cosiddetta αγἀπη, un festoso momento conviviale al quale prendono parte i cristiani battezzati: la prima lettera ai Corinzi indica chiaramente che «riguardo alla colletta in favore dei santi, fate anche voi come ho ordinato alla Chiesa della Galizia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi metta da parte ciò che è riuscito a risparmiare» (1Cor 16,1-2). La formula usata per indicare il giorno preposto alla riunione è κατὰ μίαν σαββάτου ovvero “il giorno dopo sabato” alludendo al fatto che, proprio in quel giorno, il sepolcro di Cristo fu ritrovato vuoto dalle donne (cfr. Mt 28,1) e che quindi, essendo avvenuta la resurrezione, doveva essere considerato come un momento di grande festa, il “giorno del Signore” come dirà Giovanni in Ap 1,10. Su questo abbiamo notizie provenienti anche dal mondo pagano. In modo particolare Plinio il Giovane, nel decimo libro dell’epistolario tenuto con l’imperatore Traiano durante il suo periodo proconsolare in Bitina (111-113), s’imbatté nella questione cristiana e disse che i cristiani chiamati in giudizio «attestavano poi che tutta la loro colpa consisteva unicamente in queste pratiche: riunirsi abitualmente in un giorno stabilito prima del sorgere del sole…»[1]Quindi, anche le autorità romane, decenni dopo l’esplosione del cristianesimo, sono a conoscenza della riunione dei cristiani in «stato die», in un giorno prestabilito della settimana: quello che sarebbe stato tradotto in latino come «dies dominica». 

Alcuni storici sono rimasti suggestionati da un possibile parallelismo del memoriale di Cristo con quello affidato, poco prima di morire, dal filosofo Epicuro (III secolo a.C.) ai suoi amici, consistente in una riunione di tutti i compagni di filosofia il venti di ogni mese, in sua memoria. Questa notizia, riportata da Diogene Laerzio (Vite dei filosofi 10,16-18), non è da sottovalutare: sebbene, infatti, sia poco probabile che Gesù si sia ispirato al filosofo greco nell’Ultima cena, tuttavia non dobbiamo accantonare a priori la sua influenza. Sappiamo che le comunità paoline sorgevano su un sostrato socio-religioso profondamente pagano, dovendo confrontarsi quotidianamente su questioni dottrinali e morali non di poco conto. Potrebbe essere che, pur rispettando la forma lasciata da Cristo, Paolo abbia adattato la pratica della Cena ad elementi del mondo pagano, favorendo in questo modo una conversione progressiva dei Gentili. Ci sono diversi spunti che lo lasciano supporre. Dobbiamo, infatti, sempre tenere a mente il pubblico di riferimento. Luca e, soprattutto, Paolo volgono la loro evangelizzazione verso le terre straniere, trasmettendo la dottrina a quegli etno-cristiani, poco avvezzi alle norme giudaiche ma, al contrario, profondamente influenzati dalla cultura filosofica pagana. Ad esempio la formula epicurea (εις τἠν μνἐμην ἠμῶν, «in memoria di noi») ricorda molto quella gesuana (εις τἠν ἠμην ανάμνησιν), contenuta proprio in Paolo e in Luca, mentre non è contemplata dagli altri Sinottici, più orientati al mondo giudaico. Non a caso qualche autore si è spinto a sostenere che i gruppi paolini fossero simili alle contemporanee scuole di filosofia. Nonostante le sicure differenze, era innegabile che il cristianesimo, pur derivando dal giudaismo, condividesse delle caratteristiche strutturali che lo rendevano simile a una filosofia. Pertanto non doveva sorprendere che il cristianesimo paolino avesse di più in comune con le filosofie ellenistiche che con la religione tradizionale[2].

Eucarestia: incompatibilità tra giudei e gentili?

Paolo ci ha lasciato una documentazione preziosa sulle origini della Chiesa. La celebrazione cristiana è qualificata dall’Apostolo come «cena del Signore» (cfr. 1Cor. 11,20) ma non parla ancora di εὐχαριστία. Infatti il termine, che inizialmente indicava un “ringraziamento”, solo in un secondo momento, avrebbe assunto una valenza più concreta e finalizzata a specificare la mensa eucaristica, forse a motivo dell’impiego del verbo omologo εὐχαριστέω (“ringraziare”) nel corso dell’Ultima cena in rapporto al pane e al calice (cfr. Mt 26,27; Lc 22,17; 1Cor 11,24)[3]. Gli Atti degli Apostoli riportano un’informazione assai preziosa per indirizzare il nostro discorso: «Ogni giorno frequentavano concordemente il Tempio e spezzavano il pane nelle singole case, prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (At. 2,46). Quindi la dimensione sacrale delle prime comunità cristiane si sviluppa tanto nel Tempio quanto nelle dimore domestiche, prefigurazione futura delle attuali chiese (non a caso Paolo parla di ἐκκλησία per indicare la comunità cristiana riunita in uno specifico luogo o abitazione). È importante sottolineare la questione del culto domestico perché avrebbe creato non pochi problemi ai giudeo-cristiani. Sappiamo che, per le norme di purità alle quali si attenevano scrupolosamente, i Giudei non potevano venire a contatto con il mondo contaminante, men che meno quello pagano (αμιξία, “non mescolanza”): immaginiamo l’imbarazzo provato dai cristiani di formazione ebraica a condividere il pasto con gli etno-cristiani. Il problema dei pasti comuni emerse subito nel cristianesimo primitivo, portando al celebre “incidente d’Antiochia” ricordato dall’Apostolo nella lettera ai Galati: «Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?» (Gal. 2,11-14). La situazione era delicata perché, inizialmente, la celebrazione eucaristica non era separata dal banchetto e gli ebrei non potevano incappare nella contaminazione assumendo i pasti accanto agli etno-cristiani per l’appunto. La comunità cristiana ecumenica, riunitasi a Gerusalemme, oltre a suddividere le zone d’evangelizzazione, stabilì anche come comportarsi con gli ex pagani emanando il “Decreto Apostolico”«Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani,ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dall’impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. Mosè infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe» (At. 15,19-21). Quindi, pur non essendo importunati (παρενοχλεῖν) sulla pratica della circoncisione, gli etno-cristiani dovevano attenersi ad una dieta fedele alle prescrizioni della Torah, anche se sembra venir meno la rigida classificazione tra animali puri ed impuri di levitica memoria. Paolo, come detto, si discostò da questa prassi esclusivista ritenendo che «in Cristo non c’è più né Giudeo né Greco» (cfr. Gal 3,28Rm 10,12). Ma non tutti quelli dell’entourage paolino ne accettarono le conseguenze pratiche tanto che, oltre a Barnaba, anche Pietro fece un passo indietro dopo il sopraggiungere da Gerusalemme di «alcuni da parte di Giacomo». Il peso specifico e l’influenza esercitata da Pietro nell’ambito giudeo-cristiano, forse assegnarono la sconfitta a Paolo nel concilio di Gerusalemme, il che dimostrerebbe il contenuto dietetico del “Decreto” a favore della tradizione giudaica[4]

Pertanto, nelle comunità “miste”, la coesistenza dei Gentili e dei Giudei fu tutt’altro che semplice: ne abbiamo la testimonianza diretta nella lettera ai Romani, nella quale lo stesso Paolo fu chiamato a dirimere la controversia tra i «deboli» e i «forti» (cfr. Rm. 14-15). Se accettiamo l’analisi proposta da Gerd Theissen, come abbiamo avuto modo di analizzare durante il corso, potremmo pensare che i «forti» (οἱ δυνατοὶ), cristiani appartenenti alle classi più abbienti (etno-cristiani), dovessero sopportare le «infermità dei deboli» (τὰ ἀσθενήματα τῶν ἀδυνάτων), da intendere come i più poveri che si attenevano agli editti emanati circa il divieto di consumare carni nelle popinae, quindi i cristiani di origine giudaica[5]. In questo modo Paolo, che ha ottenuto la sconfitta a Gerusalemme qualche anno prima, esorterebbe i Gentili a non dare scandalo ai Giudei, ricordando loro che Cristo accolse tutti indistintamente: «Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia» (Rm. 15,7-8).

Parafrasando le parole dell’Apostolo, si chiedeva espressamente ai componenti della comunità romana di convivere nel senso di vivere insieme, rispettandosi e facendo regnare l’armonia tra di loro. Attenzione, dunque, alla «comunione» (κοινωνία), termine che dovremmo considerare su due livelli distinti ma complementari: il rapporto con Gesù e quello con i fratelli. È innegabile che, prendendo il pane ed il vino benedetti, Cristo entrasse direttamente nel corpo del fedele, nobilitandolo e donandogli una vita “nuova” come ricordava lo stesso Paolo (cfr. Gal. 2,20). Tuttavia, essendo la Chiesa corpo mistico di Cristo (cfr. 1Cor 12,12-27), per poter vivere bene era necessario che tutte le membra si mettessero al servizio delle altre perché tutte, anche le meno nobili, erano ugualmente importanti. L’ammonimento di Paolo ai Corinzi giungeva dopo aver appurato che, durante i raduni, i fratelli cristiani non si dimostravano coesi e gli indigenti soffrivano la fame mentre i facoltosi si lasciavano andare agli eccessi: per l’apostolo di Tarso era intollerabile quest’atteggiamento in quanto la comunione con Cristo non era separabile dalla comunione fraterna ma, anzi, la prima fondava ed esigeva la seconda[6]. Dunque era inammissibile disgiungere il momento propriamente eucaristico da quello del pasto perché l’uno completava l’altro. 

Emanuele Di Nardo


[1] Plin. Iun., Ep. X 96,7 (ed. Francesco Trisoglio, Classici UTET, Torino, 1973, p. 1094).

[2] Penna 2015, pp. 107-108.

[3] Patsch 2004, p. 1478.

[4] Penna 2015, pp. 116-117.

[5] Theissen 2020.

[6] Penna 2015, p. 136.

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