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Il temperamatite

Vi è mai capitato di sentir parlare della “temperanza”? Che vocabolo potente! A me fa pensare a qualcosa di grande, di maestoso. Un uomo o una donna temperanti sono coloro in grado di avere un autocontrollo, gestendo i loro istinti e le loro passioni. Un sinonimo di temperanza, infatti, è anche “moderazione” ovvero “agire nel mezzo”, mantenere un equilibrio sano nella vita. Eppure non mi convince fino in fondo. Visto che la Chiesa considera questa virtù tra quelle cardinali, come può un cristiano applicarla nella propria vita senza rischiare di sentirsi triste, come se fosse costretto a rinunciare a ciò che gli piace?

Da bambini, nell’astuccio della scuola, vi erano alcune cose che non potevano mancare: la penna, la matita, i colori e… il temperino! Vi ricordate i pomeriggi passati a colorare e a rifare la punta ai pastelli con quel piccolo strumento di metallo? Che ricordi! Lasciando stare un attimo la vena nostalgica, abbiamo avuto tra le mani per tanti anni un oggetto che, da solo, era inutile ma allo stesso tempo fondamentale. Senza il temperino, non avremmo potuto più colorare una volta che la punta dei pastelli si fosse consumata del tutto. Inoltre con il temperino potevamo anche regolare i nostri colori, usando quelli con la punta rifinita per i dettagli mentre quelli più consumati per colorare gli spazi grandi. A questo punto allora inizia ad esserci più chiaro il concetto di temperanza! Ognuno di noi ha delle passioni positive e negative: le prime solo quelle che danno sapore alla nostra giornata, quegli obiettivi da raggiungere a tutti i costi, quel desiderio profondo di fare qualcosa di speciale; le seconde invece solo quelle che consumano malamente il nostro tempo, facendoci del male. Immaginiamo che le passioni positive siano i pastelli a tinta chiara, quelle negative a tinta scura. In entrambi i casi, ad un certo punto, abbiamo bisogno di “temperare” i colori altrimenti, finita la punta, sono da buttare. 

Quindi la “temperanza” non è il rischio di consumare la nostra vita in eccessi (cibo, sesso, stupefacenti, ecc.) ma è l’invito a “consumarsi” per dare forma ad un bellissimo disegno, senza preoccuparsi se il pastello, a forza di essere rifinito, ad un certo punti diventa un minuscolo bastoncino colorato, ma pensando che ogni rifinitura del temperino rinnova la sua capacità di colorare il mondo, di dare vita a dei personaggi unici ed irripetibili. Un pastello si fida del temperino perché, anche se è affilato e scava nella sua corteccia, sa che sta operando per il suo bene, per rinnovarlo e metterlo nelle condizioni di essere utile. A questo deve aspirare il cristiano che, una volta compreso di essere prezioso agli occhi di Dio come un pastello per un bambino, si mette al servizio della sua mano rendendo possibile disegni bellissimi. Tuttavia, a volte, sarà necessario passare sotto la lama del temperino per purificarsi dalla corteccia secca e far spuntare di nuovo la punta elegante. Questa è la storia dei santi che non hanno ricevuto il “tesserino di santità” alla nascita insieme al primo ciuccio ma che hanno accettato con gioia di rimettersi nelle mani di Dio e di lasciarsi consumare per gli altri. 

Noi quindi, nel concreto, cosa possiamo fare? Prima di tutto usciamo dall’idea di una vita perfetta nella quale possiamo restare come un pastello intatto: c’è vita solo quando ci consumiamo in qualcosa di bello, altrimenti potremmo restare dentro l’astuccio come un pastello che, per quanto sia bello a vedersi, è praticamente inutile. Non dobbiamo avere paura di metterci in gioco, di lasciarci impugnare dalla mano di Dio per dare forma al suo progetto fatto di mille colori! Con un solo pastello possiamo colorare cento disegni. Con una sola vita, possiamo fare molto di più!

Emanuele Di Nardo

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