“Ho amato nell’ombra”

Il 27 gennaio di ogni anno si celebra in tutto il mondo la Giornata della Memoria, occasione per commemorare le vittime dell’Olocausto, uno dei più sanguinosi eventi del XX secolo e della storia dell’umanità. Accanto alle dovute celebrazioni non mancano tuttavia polemiche e accuse su chi poteva difendere la causa del popolo ebraico dalla furia omicida del Terzo Reich e invece è apparso inerme e quasi disinteressato. Uno degli indiziati principali è il pontefice del tempo, Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli. Pio XII, questa la tesi di chi lo accusa, sarebbe stato chiaramente informato di quanto accadeva nell’universo nazista ai danni degli ebrei, ma non avrebbe mosso un dito per contrastare questo disegno di morte. I più arditi si spingono ad ipotizzare una certa connivenza tra il papa e lo stesso regime nazionalsocialista. 

Dando un’occhiata alle fonti storiche, gli unici arbitri imparziali delle contese umane, le cose sono decisamente più complesse di così. Le testimonianze a nostra disposizione aiutano a comprendere meglio e senza veli ideologici il vero operato di Pacelli in relazione alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei.

Un dato è fondamentale: il cardinale Pacelli è Nunzio Apostolico (cioè ambasciatore del Vaticano) in Germania dal 1917 al 1929: vede l’ascesa, fomentata dal malcontento popolare, del partito nazista e del suo capo, Adolf Hitler. Si stima che su circa quarantaquattro discorsi ufficiali, ben quaranta si soffermino sui pericoli dell’ideologia nazista. Nel 1935, in una lettera al Vescovo di Colonia, parlerà dei nazisti come di “falsi profeti con l’orgoglio di Lucifero”.  Eugenio Pacelli, cioè, conosceva molto bene il male che stava dilagando nell’Europa occidentale, e non aveva mai mostrato segni di assenso alle teorie naziste. Neanche lontanamente pensò di appoggiare un regime di cui conosceva molto bene le nefasti basi. 

Ci si potrebbe chiedere: se conosceva il male, perché non lo denunciò apertamente, una volta diventato papa? Pio XII scelse una modalità di apparente silenzio per operare un bene maggiore: salvare vite agendo nell’ombra. Secondo fonti autorevoli del mondo ebraico, come il Console d’Israele a Milano Phinas Lapide, Pio XII e la Chiesa Cattolica contribuirono a salvare circa 800mila ebrei dai campi di sterminio. Come? Attraverso la consegna di certificati di battesimo falsificati, viaggi transcontinentali organizzati dallo stesso Vaticano, e soprattutto la pratica di usare Chiese e conventi come luoghi di riparo al momento dei rastrellamenti. Per fare tutto ciò occorreva il massimo riserbo. Una condanna ufficiale, secondo il papa, avrebbe comportato una repressione ancora più dura sulle popolazioni cadute sotto il giogo nazista, repressione che avrebbe coinvolto anche milioni di cattolici. Tanto più che in Olanda, nel 1942, dopo una dura presa di posizione dei vescovi olandesi contro il regime, ci fu una violenta repressione contro ebrei e cattolici, che portò allo sterminio dell’85% della comunità ebraica, cioè un dato spaventoso. Il papa scelse quindi, non senza dolore, di operare nell’ombra, pur sapendo che questo avrebbe comportato una possibile macchia associata al suo nome e al suo pontificato in vista di un bene superiore. Di lui, infatti, non si ricordano gli elogi di vari esponenti dello Stato d’Israele una volta terminata la guerra ed anche al momento della sua morte per aver aiutato tanti e tanti ebrei, né si ricorda il piano, testimoniato da illustri membri del Reich, che prevedeva il rapimento dello stesso Pio XII da parte dei nazisti, piano poi non attuato per il rischio di una sollevazione popolare che avrebbe danneggiato gli uomini di Hitler. Il clima su questa figura, infatti, cambiò dopo la sua morte, quando una piece teatrale, “Il Vicario”, nata con intenti denigratori , apparve sulle scene mondiali. Quest’opera, scritta in attuazione di una politica anti-cattolica promossa dall’Unione Sovietica, aveva in sé molti dei giudizi che sono arrivati fino a noi: Pio XII silenzioso, inoperoso davanti alla sorte degli ebrei, Pio XII “papa di Hitler”, Pio XII correo della “soluzione finale”. Come visto, invece, il silenzio era una strategia che venne attuata per provare a salvare quante più vite possibili, attuando l’insegnamento di Gesù di essere “candidi come colombe e scaltri come serpenti”. La sua scaltrezza, ossia l’operare tramite il silenzio, gli è costata un danno d’immagine, ma la sua opera rimane negli uomini, nelle donne e nei bambini salvati dalla follia nazista. 

Francesco Simone

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