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Quando Dio ti fa crollare

Tutti abbiamo fatto sicuramente esperienza della delusione quando la realtà non corrisponde alle speranze provocandoci sofferenza e amarezza. Forse, però, è capitato di scambiarla con un’altra cosa: la disillusione. La differenza può sembrare sottile ma, se il deluso è uno triste e amareggiato, il disilluso è uno che alla scoperta della verità reagisce con stupore, meraviglia e nuova consapevolezza, lasciando che la realtà lo metta in discussione. Non pretende che sia essa ad adattarsi a lui, ma accoglie l’illuminazione per reindirizzare la rotta.

Quel pescatore che fu chiamato a diventare la roccia su cui fondare la Chiesa, ne sa qualcosa. Come tutti i discepoli del Nazareno, Pietro non aveva capito molto ciò che stava succedendo sotto i suoi occhi (leggere i Vangeli per credere!). Sicuramente Gesù non gli ha mai fornito il “Manuale del discepolo: come relazionarsi al Figlio di Dio, aspettative e realtà con inserto sulla nomina a primo papa”. Le pagine del Vangelo su Pietro trasmettono tutta la devozione appassionata della sua relazione con il Maestro ed è lecito immaginare che qualche domanda se la sia fatta, in seguito: forse non aveva un progetto ben preciso della sua vita al seguito di Gesù, non sapeva di lì a tre, dieci anni cosa sarebbe successo. Ma proprio qui sta la meravigliosa umanità dell’apostolo appassionato: Pietro aveva delle aspettative, si era fidato ciecamente la prima volta, quando aveva lasciato tutto per seguire Cristo (“ti farò pescatore di uomini”!). 

Tutti abbiamo aspettative, desideri, sogni. Sono il carburante delle nostre giornate, gli obiettivi dei nostri progetti. E quante volte, invece, la realtà, il non aver “calcolato” le possibili variabili o semplicemente il considerare che il mondo non è come me lo immagino, ma è così come è, ci fa scontrare con l’irrealizzabilità delle nostre aspettative. La strada non è come me la sono immaginata.

Pietro pensava a un Messia di potenza e di fuoco e vedeva sé stesso come braccio destro di quel condottiero, si vedeva pronto alla morte, alla spada. Caspita, lo aveva nominato roccia su cui sarebbe nato qualcosa di grande che nemmeno le potenze degli inferi avrebbero prevalso! Ma non aveva sicuramente capito la profondità di tutte queste cose. E infatti, non ce l’ha fatta: al vedere la croce, l’umiliazione, l’apparente sconfitta, il silenzio, la morte… Pietro crolla, ha paura, rinnega, scappa, si nasconde. 

La realtà di Cristo che salva con la potenza della croce e il fuoco dello Spirito, lo manda in tilt. 

Eppure era necessario che Pietro crollasse. Simon Pietro, da solo, era solo sabbia. Con tutte le sue aspettative, era un grande, solido, ben fatto castello, ma di sabbia. Solo unita al fuoco dello Spirito, sarebbe diventata roccia.

Quando Dio permette che crolliamo, che ne soffriamo, non ci vuole atterrire; ci sta liberando dal velo di un’illusione. E beh! Non ce lo sa dire prima che ci stiamo illudendo?? Perché aspettare che il castello di sabbia sia bello e costruito, anziché intervenire subito e non permettermi di illudermi? Leggiamo Matteo 26: “Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non ti rinnegherò mai, io morirò per te”. Pietro, vai tranquillo, canterà il gallo!

Solitamente, la superbia contribuisce alla nostra sordità o, meglio, alla cecità: non ci rendiamo conto del segnale di fumo fin quando la vita non ce lo urla dritto in faccia: “Allora entrò anche l’altro discepolo [nel sepolcro] e vide e credette” (Gv 20,8). La docilità e l’umiltà sono il nostro il nostro carnet per l’ascolto sincero della voce di Dio. 

Dio non desidera e non programma la nostra sofferenza; noi possiamo scegliere di camminare allegramente nel prato delle nostre aspettative ad occhi chiusi e con le orecchie turate, ma prima o poi, se la strada non è quella giusta, Lui ci verrà a svegliare. E se ci fidiamo di Lui e ne siamo innamorati, come Pietro sinceramente lo era, traiamo nuova luce e nuova rotta da quella rivelazione. Pietro contraddice sé stesso, per non contraddire la realtà, a differenza, per esempio, di Giuda che non ci riesce e si abbandona ai demoni della sua delusione.

Nell’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni, il ventunesimo, c’è la scena meravigliosa dell’ultimo dialogo di Gesù e Pietro: Cristo, di nuovo, offre a Pietro la sua missione; dopo tante peripezie, ecco la domanda di partenza. Ma ora Pietro è un uomo nuovo e il suo atteggiamento lo rivela pienamente: per tre volte gli risponde Signore, tu lo sai, ti voglio bene; ora lo spirito è pronto, il cuore è docile, la roccia è salda e levigata nell’amore umile. La Chiesa ha cominciato a sorgere.

Ilaria Di Giulio

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