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Dal tradimento al perdono

Di tutte le cose che ci possono far male nella vita, il tradimento è tra le più dolorose. E questo in quanto, affinché una persona possa tradirci, è necessario che prima la amiamo. E quanto più la amiamo, tanto più è doloroso il tradimento. 

Un tradimento è una ferita nel cuore. Ma quando ci facciamo male abbiamo due scelte: curarci o marcire. 

Il problema è che tante volte pensiamo che la medicina per questo tipo di ferita sia la vendetta. Invece, la vera guarigione viene dal perdono. Perdonare è un segno di grande maturità umana e spirituale e implica la capacità di dimenticare ciò che ci è stato fatto di male. Dimenticare non vuol dire cancellare dalla memoria, ma, etimologicamente, far uscire di mente qualcosa. Tante volte le nostre ferite marciscono proprio perché stiamo li ad alimentarle con il nostro rancore, il nostro odio che lentamente ci consuma e ci porta a rinchiuderci in noi stessi. Una persona che non perdona finisce per vivere nel timore degli altri, a pensare che tutte le persone siano cattive e che il mondo è sempre pronto a tradire. 

Il rancore ci fa perdere di vista il bene che un traditores ha fatto per noi, e noi, nella convinzione di essere nel giusto, non pensiamo al male che forse abbiamo potuto fargli. Dimenticare vuol dire far uscire dalla mente tutti i cattivi pensieri che abbiamo su una determinata persona, metterli in una parentesi, e andare oltre. Una vita, un’amicizia, un rapporto intimo non può essere distrutto da un piccolo errore. 

Dimenticare vuol dire smettere di stare ripiegati su sé stessi e tornare alla realtà, e qui si apre al secondo momento del perdono: l’empatia.

L’empatia è l’arte di mettersi nei panni degli altri. Il grande problema del perdono è che spesso ci mettiamo al centro della nostra vita escludendo tutto il resto. Non concepiamo che qualcuno possa farci del male: “come hai osato tradire me che ti ho concesso la mia fiducia?”. Se il rancore ci porta a richiuderci in noi stessi, l’empatia ci fa mettere nei panni dell’altro, aprirci alla realtà per farci una grande domanda: perché questa persona si è comportata così con me? 

A questo punto, quando è possibile, viene il terzo step del cammino: il chiarire. Quando infatti non abbiamo modo di chiarire con qualcuno, spesso cerchiamo di risolvere la questione in noi stessi e così finiamo solo per darci ragione di più. Quando possibile invece, apriamoci al dialogo perché forse questa persona ci porterà una ragione diversa da quello che pensavamo, oppure capiremo che è fatta in un determinato modo, semplicemente. Sarà sempre meglio che rimuginare.

Infine, perdonare. È l’atto più difficile e coraggioso che possiamo compiere, perché implica uscire definitivamente da noi stessi e andare avanti. Quella ferita finalmente guarisce. Si tratta di una scelta da compiere con consapevolezza.

Perché dovremmo perdonare allora? Perché fa bene a noi prima di tutto, e fa bene agli altri. Una ferita non guarisce col veleno e un tradimento non si ripara con la vendetta. Per ogni ferita invece serve una medicina e per il tradimento questa medicina è il perdono.

Nell’Eneide, Giunone, arrabbiata, si chiede: “Desistere vinta quindi io dovrò?”. In altre parole: “che faccio, mi vendico o perdono?”.

Anche noi, con i nostri “traditori” siamo chiamati a farci la stessa domanda: “Desistere vinto quindi io dovrò?”. E la risposta e sì, assolutamente. Lascia perdere la vendetta e il rancore, perché l’amore è più bello e la vera vittoria è il perdono. Perché quando accettiamo che gli altri, come noi, non sono perfetti e possono sbagliare, ferirci e deluderci con le loro fragilità e debolezze, possiamo scoprire una gioia che è tra le più profonde, tra le più piene, e tra le più rare: la gioia del perdono. 

Antonio Pio Facchino

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