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L’autostima, il valore di un talento

La parabola dei talenti (Matteo 25, 14-30) è sicuramente tra le più famose del vangelo. Forse, a forza di ascoltarla, la diamo anche molto per scontata, ma resta tra le più famose perché è tra le più significative, perché, come del resto tutto il vangelo, parla di noi. In particolare, ci parla della nostra autostima. 

La parola “autostima” indica il modo che abbiamo di valutare noi stessi. Ed è proprio in questo senso che questa parabola ci parla. Quanto valutiamo noi stessi?

Gesù racconta di 3 servi che hanno ricevuto uno 5 talenti, uno 2 talenti, il terzo 1 solo. I primi due li investono, il terzo nasconde il suo talento sottoterra. 

Forse sembra l’eco di una storia lontana, ma proviamo a metterci nei panni di quest’ultimo servo. Si sarà guardato intorno pensando: “Bene, io dopotutto che cos’ho? Nulla. Cosa ci posso fare con quello che ho? Niente. I miei amici hanno chi 5 e chi 2 talenti, io uno solo. Tanto vale metterlo via. Non ha valore”. 

Sembra ancora lontano? Allora facciamo un ultimo sforzo e pensiamo a quante volte abbiamo visto quel nostro amico, quel parente o quel conoscente che è pieno di capacità e di risorse, che dove lo metti sa fare, che è intelligente, bello, simpatico e pieno di qualità. Ma poi, in noi stessi, non abbiamo trovato quelle stesse capacità e ci siamo ritrovati a chiederci: io che so fare? Qual è la mia qualità? 

Quante persone purtroppo finiscono così, alla disperata ricerca di una qualità su cui basare la propria identità. E tutti possiamo cadere in questa trappola che genera invidia e dissapori: quella di guardare a quanti nostri amici sono pieni di qualità e a quanto poco magari pensiamo di avere noi.

Ma c’è un piccolo segreto che vale la pena svelare: sapete quanto valeva un talento ai tempi di Gesù? Circa 20 anni di lavoro. Per mettere da parte un talento, una persona avrebbe dovuto lavorare ogni giorno per 20 anni (chiaramente senza spendere assolutamente nulla, neanche per mangiare, altrimenti la gli anni sarebbero anche di più).

E questo ci da una grande lezione sulla nostra vita. A tutti noi è stato dato almeno un talento, ma forse lo svalutiamo e quindi non lo riusciamo a vedere, non perché non c’è, ma perché non lo riteniamo di valore e lo mettiamo da parte. Ma non ha senso seppellire un talento come non avrebbe senso seppellire un biglietto della lotteria milionario o un tesoro. 

No, invece va speso, va messo in gioco. Questa è la differenza: non nella qualità o nel valore dei nostri talenti e di quelli degli altri, ma come decidiamo di investirli. La stessa differenza ce la mostra questa parabola, in cui il servo che aveva ricevuto un solo talento viene punito proprio perché non lo ha investito. 

E proprio qui torniamo a parlare di autostima.

In psicologia questa parola indica un processo soggettivo e duraturo che porta una persona a valutare e apprezzare sé stessa. Appunto si tratta di un processo, cioè di un investimento, perché solo investendo i nostri talenti, solo mettendoci in gioco possiamo scoprire il nostro reale valore, e iniziare ad apprezzarci e valutarci per ciò che siamo.

Il segreto per una buona autostima non è avere mille qualità, ma essere disposti a mettere in gioco anche quell’unica che si ha. Solo così possiamo scoprire il nostro reale valore.

Forse credevi di avere mille talenti e hai scoperto di averne uno solo, o forse credi di averne uno solo e scoprirai che ne hai mille. Poco importa quanti ne hai, tutto dipende da come li investi, da come investi su te stesso, perché come per un biglietto della lotteria, non puoi riscuotere il premio se lo nascondi nell’armadio.

Forse hai anche tu un talento nascosto da qualche parte. Ma oggi puoi scegliere di rispolverarlo, di investire su quel talento, qualunque esso sia. Il come non è importante, ma mettilo in gioco, dagli il suo reale valore, e potresti vederlo fruttare molto di più che la ricompensa di 20 anni di lavoro.

Antonio Pio Facchino

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