L’errore di Pelagio: nessuno si salva da solo

Nel gergo comune, il termine “cristiano” definisce una persona virtuosa, buona e soprattutto brava, incapace di fare del male al prossimo e sempre proiettata al bene comune. Sentendo soprattutto i racconti dei nostri nonni, ci saremmo imbattuti almeno una volta in un “bravo cristiano”, in qualche conoscente di famiglia famoso per i suoi modi di fare garbati. Questo termine ha assunto tale sfumatura nel corso dei secoli soprattutto in rapporto alla minaccia ottomana tanto che, se ci fate caso, invece l’uomo dissoluto e in preda ai vizi è definito “turco” (“bevi, mangi, fumi come un turco…”). Ma è davvero così? Basta essere semplicemente delle brave persone per essere cristiani?

Nel IV secolo la Chiesa affronta il suo primo periodo di svolta. Immaginate che, dopo oltre due secoli di vita nascosta tra momenti di tolleranza alternati a violente persecuzioni, nel 313 d.C. gli imperatori Costantino e Licinio decidono, per motivazioni politiche, di non osteggiare più la fede cristiana in costante crescita nella popolazione ma di sostenerla dichiarandola “religione lecita” ovvero libera di essere professata pubblicamente per compattare l’impero. Solo pochi anni dopo, nel 380 d.C., l’editto di Tessalonica sanciva che il cristianesimo sarebbe diventato la religione ufficiale di Stato. La Chiesa poteva finalmente uscire allo scoperto e strutturarsi al meglio. Ma, a questo punto, emerge una serie di problemi di carattere dottrinale: la fede cristiana attecchisce anche negli ambienti intellettuali e molti retori e filosofi, dopo un trascorso pagano, aderiscono alla religione di Cristo volendola plasmare alla filosofia classica. Ecco che c’imbattiamo in Pelagio, un monaco britannico che aveva le idee molto chiare: per lui, il peccato originale fu solo di Adamo ed Eva e non dei loro discendenti. Pertanto esso non macchiò la natura umana. Ma questo ragionamento filosofico a quale conclusione portava? L’uomo, sulla base della sua sola volontà, è in grado di scegliere ed attuare il bene, senza l’intervento della Grazia. Quindi ogni cristiano poteva aspirare al Paradiso semplicemente comportandosi bene, consapevole che il peccato di Adamo fu quello di portare un «cattivo esempio» alla sua progenie, che non aveva conseguenze sulla vita dell’uomo. Il pelagianesimo presentava Gesù come un «buon esempio» in grado di bilanciare quello di Adamo e di fornire l’espiazione per i peccati degli esseri umani. L’umanità aveva dunque la possibilità, per mezzo della sola propria volontà, di obbedire al Vangelo e dunque la responsabilità piena per i peccati.

Quindi, andando al nocciolo della questione, per Pelagio bastava essere un “buon cristiano” per aspirare ad una vita bella e al Paradiso oltre la morte. Ma è davvero così? Basta avere una condotta irreprensibile per ereditare il regno di Dio e per definirci cristiani? Assolutamente no! La Chiesa condannò immediatamente questa posizione. La difesa dell’ortodossia venne assunta da sant’Agostino, un uomo che veniva proprio da una formazione retorica e filosofica tipicamente pagana e che, quindi, affrontava ad armi pari la disputa. Alla fine, il concilio di Efeso (431) bollò il pelagianesimo come eretico proprio perché voleva applicare una tematica tipica della religione tradizionale pagana (gli dei non intervengono nelle questioni umane e l’uomo deve conquistare la sua salvezza) al dogma cristiano. Spesso corriamo il rischio di credere che per far parte della Chiesa occorra avere una buona condotta di vita. Certamente questo aiuta ma non è sufficiente. Altrimenti rischieremmo di diventare bigotti e di vedere con diffidenza quanti sono in difficoltà e varcano il portone di una chiesa per chiedere aiuto a Dio. Gesù è venuto nel mondo a salvare tutti noi, a perdonare i nostri peccati e a darci la possibilità di ereditare il regno di Dio. Il cristiano è colui che imita Cristo in ogni aspetto della sua vita e spera in Lui fino alla fine. Nessuno, anche il migliore tra noi, sarebbe in grado di meritare il Paradiso solo con i propri sforzi. Quanti santi ci dimostrano che, dopo una vita di errori e di eccessi, senza l’Amore di Dio non avrebbero potuto fare tutto quello che hanno fatto: san Paolo avrebbe continuato a perseguitare i cristiani, san Francesco avrebbe proseguito nelle passioni mondane, sant’Ignazio di Loyola avrebbe combattuto altre guerre. La loro volontà non bastava per essere cristiani. Diventarono cristiani santi quando presero a modello l’umiltà di Cristo, vivendo per testimoniarlo e aiutare quanti erano in difficoltà! Pelagio si sbagliava: nessuno si salva da solo!

Emanuele Di Nardo

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