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A Dio, si sa, spesso e volentieri, piace sussurrarle le cose, piuttosto che propagandarle in piazza (“hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”!) e la nascita di Cristo Redentore silenziosa e umile è l’esempio più vero di questa intimità a cui Lui ci chiama. Per quale motivo? Beh, le cose più grandi e più belle si conoscono proprio così! Come un ti voglio bene sussurrato tenendosi le mani o la tenerezza di un bambino in braccio alla sua mamma. 

Ma credo che non sia solo per questa delicata intimità che il Figlio di Dio dovesse nascere non tra ori e squilli di tromba, ma tra il tepore di legno, paglia e povertà.

Non siamo teologi o mistici: siamo stati solo ad ascoltare la Parola in queste settimane che hanno preceduto il Natale e non abbiamo potuto fare a meno di notare una similitudine tra il Figlio di Dio e… le sue prime creature. 

Chi si ricorda Genesi, capitolo 2? “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Eccolo Adamo. La terra, la polvere, mista a Spirito (ruah, vento-respiro-spirito di Dio). E questo è l’uomo: un misto di terra e gloria. Lo Spirito diede consistenza alla terra, le diede quel peso specifico senza del quale un aggregato di nulla sarebbe rimasta.

E la domanda che sorge spontanea: come è accaduto che da “quasi simile agli angeli”, l’uomo si è ridotto, nel senso proprio del termine ridurre, a “polvere”?

La conseguenza del peccato originale fu la rottura con Dio: Adamo scelse di vivere senza di Lui. Quando Dio congeda l’uomo e la donna dall’Eden, la Genesi riporta che lo mandò via “perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto”. Ecco: se alla terra togli la sua consistenza, resta solo… terra. 

Dopo questa rottura, Dio non è rimasto con le mani in mano: non poteva certo obbligare i suoi diletti, e nemmeno è così tanto facile recuperare i rapporti con qualcuno di cui non ti fidi più (eh sì, Adamo e Eva avevano perso la fiducia in Lui, non Dio, Lui ha sempre creduto in loro! Ma questo è un altro argomento, di cui parleremo in un prossimo articolo!). Insomma, il Padre voleva assolutamente riportare a casa le sue creature e come fare? Ci voleva qualcuno che riunisse il tutto: ci voleva che lo Spirito si imprimesse di nuovo in quella polvere, che Qualcuno si incarnasse per ridare peso e consistenza all’uomo e riportarlo di nuovo al suo vero splendore, alla sua originalità.

Ecco il Dio che si fa uomo! Come era finita la storia? Con fango e sudore della fronte. Ecco che la nuova era si apre da lì, dalla polvere di una mangiatoia, dalla povertà della stalla. 

Ma non avrà più lo stesso finale! Parte dal fondo e non può che risalire: il suo traguardo è il Cielo, riporterà tutto allo splendore! Sarà quando quel bambino, pochi anni dopo, sfolgorerà come il Sole di Pasqua: quella gloria che silenziosa prese possesso della sua casa di polvere e carne, sfolgora luminosissima nella vittoria eterna. Lì sì che squilleranno le trombe e la gente griderà dai tetti! Ma intanto il Natale è la promessa, la speranza certa, la tenerezza della luce che si fa creatura, per l’infinito amore e per la vittoria del Creatore!

Ilaria Di Giulio

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