Vi è mai capitato di sentir parlare delle “primizie”? Io vivo in Abruzzo, in una terra che ha da offrire molto a livello paesaggistico ed enogastronomico e nella quale da poco è passato il tempo del raccolto: mentre i coltivatori si sono adoperati nelle vigne prima e negli uliveti poi, adesso è giunto per loro il momento di gustare finalmente i frutti del proprio lavoro. Ma cosa sono esattamente le primizie e, soprattutto, perché è importante saperlo?

Quando ero piccolo, ascoltavo i racconti di mio nonno, un tenace agricoltore che lasciava scandire la sua vita dal ritmo della natura, alternando momenti di semina a quelli del raccolto. E spesso mi parlava delle “primizie” con una gioia disarmante. Le primizie sono, praticamente, il primo frutto del raccolto, quello più importante perché mostra se la pianta sia stata produttiva o meno. Fin qui ci siamo. Ma vi potreste chiedere perché mi stia soffermando molto su questo punto, dato che “Parusia” non sia un blog di botanica o una rubrica tipo “Pollice verde”. In realtà questa premessa è fondamentale per capire cosa siano le primizie nell’Antico Testamento, pieno di rimandi su quest’aspetto. Re Salomone, nel libro dei Proverbi (3,9), riporta un ammonimento preciso per il suo popolo: «Onora il Signore con i tuoi beni e con le primizie di ogni tua rendita; i tuoi granai saranno ricolmi in abbondanza e i tuoi tini traboccheranno di mosto». Contestualizzando il suddetto monito, è opportuno ricordare come le persone che ascoltavano queste parole, vivevano dei prodotti della loro terra e del loro bestiame. Pertanto, ogni volta che mietevano un raccolto o gli nasceva del bestiame, portavano il primo fascio o il primo vitello al tempio e lo offrivano al Signore. Questi erano chiamati “primizie”. Facendo così, essi riconoscevano che tutto quello che avevano provenisse da Dio e appartenesse a Dio.

Sebbene molti di noi non siano coltivatori o allevatori, tuttavia nella nostra vita siamo chiamati a coltivare dei talenti che ci sono stati donati al fine di metterli a frutto. Più volte Gesù, nel corso della sua predicazione itinerante, si è soffermato sul tema dei talenti, ricordando che l’uomo, come una pianta che assorbe i sali minerali dal terreno, può crescere sano ed avere una vita piena di frutti solo se attinge alla fede e offre tutto se stesso a Dio, come ricorda l’evangelista Giovanni (Gv 15, 1-5): «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, ed io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla». Come possiamo concretizzare nella nostra quotidianità questa parabola gesuana? Semplicemente offrendo tutto quello che facciamo per Lui: lo studio, il lavoro, le relazioni, tutto per amore di Cristo. Possiamo immaginare che, quando ci alziamo la mattina e ci prepariamo ad uscire di casa, questo sia la primizia della nostra vita: un giorno nuovo che offriamo a Dio, consapevoli della promessa che ci ha fatto per bocca di Salomone («I tuoi granai saranno ricolmi in abbondanza e i tuoi tini traboccheranno di mosto») e di Gesù.

Per chi invece fa fatica a rinunciare al proprio io, perché vede questo come un segno di debolezza, o per chi preferisce vivere di sé stesso, senza dipendere dagli altri, non abbiate timore di mettervi in gioco, di mettere al servizio di chi vi sta accanto i vostri talenti. Se in questo momento della tua vita hai il cuore pieno di ferite dovute a delusioni, maturate da persone alle quali ti eri donato e che ti hanno fatto del male, ricorda una cosa importante: mentre il popolo ebraico pensava di dover offrire le decime del raccolto a Dio in segno d’obbedienza, Dio ha ribaltato completamente la situazione offrendo il suo unico Figlio per ciascuno di noi, in segno d’amore. Dimostrandoci che solo donando possiamo sperimentare la gioia vera!

Emanuele Di Nardo

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